sabato 13 maggio 2017

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Addio Ettore: se n'è andato a 97 anni l'ultimo reduce di El Alamein


Nella sua abitazione di Borgoricco, in provincia di Padova, all'età di 97 anni è andato oltre Ettore Da Col, sopravvissuto alla battaglia di El Alamein.
Il collega Francesco Cassandro, dalle pagine de Il Gazzettino, quotidiano del Nord Est, con un interessante articolo, ci racconta la vita, la guerra ed il ritorno a casa di questo valoroso combattente della seconda guerra mondiale.

La realtà, s'usa dire, a volte supera la fantasia. La vita di Ettore Da Col, spentosi qualche giorno fa all'età di 97 anni nella sua abitazione di Borgoricco, è a prova di romanziere. Nativo di Mel, nel bellunese, meccanico e poi interprete di tedesco nelle questure di Bolzano, San Candido, Bressanone, Ventimiglia e Treviso, era sopravvissuto ad una delle pagine più insanguinate del Novecento: la battaglia di El-Alamein.All'appuntamento con la storia era arrivato dopo due anni di marcia nel deserto, ingoiando sabbia e dribblando le pallottole degli Alleati, con la gola arsa e già tanti, troppi commilitoni della 32esima brigata corazzata Ariete da piangere. La morte, quel 4 novembre 1942, dodicesimo e ultimo giorno di una battaglia che segnerà le sorti della Seconda Guerra Mondiale, lo sfiorò ripetutamente, mentre, rannicchiato sulla spiaggia, cercava di esorcizzare la paura, il rombo incessante dei cannoni, il lamento dei feriti. Poi, quando il silenzio calò, con i pochi compagni superstiti, fuggì. Nelle stesse ore Erwin Rommel, comandante dell'Africa Korps, certificherà con uno scarno comunicato quanto accaduto: «La divisione italiana Ariete non esiste più. Si è immolata per tenere le posizioni».
A Bolzano arrivò di notte, e non c'era mezzo che lo portasse fino a Languedoc, un paesino dove i suoi genitori si erano nel frattempo trasferiti. Stanco e disorientato, incrociò solo l'autista di un'ambulanza. «Ti porto io a casa, a rivedere i tuoi vecchi», gli disse. Alle quattro del mattino, dopo sei anni e mezzo e 3.500 chilometri di deserto sulle gambe, riabbracciò i genitori. «Non avevo nulla, né un vestito né un lavoro. Ma ero vivo»

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