sabato 1 aprile 2017

I Tulliani divisi, versioni diverse sul ruolo di Fini nel caso Montecarlo

(G.p) Davanti al tribunale del Riesame che deve decidere circa l'eventuale restituzione dei beni sequestrati per un ammontare di 5 milioni di euro, i Tulliani offrano versioni diverse sul ruolo dell'ex Presidente della Camera dei Deputati nonché ultimo presidente di Alleanza Nazionale.
Secondo Tulliani senior, il reato contestato non può essere il riciclaggio ma al massimo il millantato credito o corruzione, con un unico possibile corrotto, Gianfranco Fini.
Elisabetta Tulliani, invece a spada tratta difende il marito e afferma che, nelle varie operazioni della family non c'è reato, come ci racconta, con un interessante articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, il collega Giovanni Bianconi.
Articolo che riportiamo fedelmente.


Tulliani contro Tulliani. Nella saga della famiglia imparentata con l’ex vice-premier e ministro degli Esteri, nonché ex presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, inquisita per riciclaggio nell’indagine sul «re dei videogiochi» Francesco Corallo, l’ultima puntata va in scena davanti al tribunale del Riesame. E vede schierati i componenti dello stesso nucleo su fronti diversi: da una parte padre e figlio, Sergio e Giancarlo (quest’ultimo latitante a Dubai, dopo l’ordine di arresto di due settimane fa), dall’altro la figlia Elisabetta, moglie di Fini. Che rimane accanto a lui, l’uomo politico indagato come gli altri e finito al centro dell’inchiesta per i suoi rapporti con Corallo.
I maschi di casa Tulliani sostengono che il reato contestato non può essere il riciclaggio, giacché i soldi trovati a Sergio e Giancarlo sembrano quote di una tangente che fa presupporre altri reati: la corruzione, oppure il millantato credito, o il traffico d’influenze illecite che però è stato introdotto solo nel 2012 e dunque non sarebbe applicabile perché i fatti sono precedenti; lo si deduce anche dalle dichiarazioni di Amedeo Laboccetta, l’ex parlamentare del Pdl assurto al ruolo di «collaboratore di giustizia». Elisabetta, invece, insiste a dire che non c’è alcun reato, Laboccetta mente e i suoi comportamenti sono spiegabili con normali attestati di disponibilità alle richieste del fratello.
Durante la discussione davanti ai giudici che devono decidere sull’istanza di restituzione dei beni sequestrati per un valore di 5 milioni di euro (si pronunceranno nei prossimi giorni), la divisione appare chiara. L’avvocato Titta Madia, che insieme al figlio Nicola assiste Giancarlo e Sergio Tulliani, fa una lunga e approfondita esposizione per sostenere l’inconsistenza del riciclaggio. E si sofferma sulle ipotetiche alternative. Per esempio la corruzione, pagata da Corallo attraverso i Tulliani, che così diventerebbero i beneficiari finali di una maxi-mazzetta. L’avvocato fa mostra di non crederci, ma dice che questa sarebbe una costruzione più sostenibile del riciclaggio. E alla domanda del presidente del tribunale su chi sarebbe, in tal caso, il corrotto, non può che rispondere: Gianfranco Fini. Cioè il politico che aveva la possibilità di influire su leggi favorevoli a Corallo per la concessione delle licenze pubbliche, pagate a suon di milioni.
È un’ipotesi che l’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal sostituto Barbara Sargenti ha scartato perché le prove vanno in un’altra direzione, ma soprattutto sono i difensori di Elisabetta Tulliani a non poter accettare questa eventualità. Gli avvocati Michele Sarno e Francesco Caroleo Grimaldi (Giulia Bongiorno ha rinunciato perché difende Corallo, e ci potrebbero essere incompatibilità) puntano tutto sull’inattendibilità di Laboccetta, e sostengono che i comportamenti della moglie di Fini sono del tutto giustificabili e leciti. I documenti bancari per aprire conti correnti e società varie erano una richiesta del fratello a cui non c’era motivo di non aderire; stessa cosa per l’arredamento della famosa casa di Montecarlo, visto il particolare gusto della signora per la sistemazione di interni.
Tuttavia gli inquirenti considerano l’acquisto di quell’appartamento, ereditato da Alleanza nazionale, un «corpo di reato» poiché fu comprato da Giancarlo Tulliani — attraverso due società estere — con soldi arrivati dai conti di Corallo. Quando poi fu rivenduto, nel 2015, ne derivò un guadagno di almeno un milione di euro, e una quota finì a Elisabetta Tulliani. Per l’accusa è la dimostrazione che anche la moglie di Fini è stata parte attiva nel reimpiego del denaro illecitamente accumulato da Corallo, mentre gli avvocati della signora hanno un’altra spiegazione: quei soldi furono nient’altro che un risarcimento per «il danno cagionato al marito della Tulliani in ordine al noto scandalo intercorso sul primigenio acquisto di Giancarlo Tulliani»; quella vicenda, infatti, ebbe «notevoli conseguenze negative sull’iter della carriera di Gianfranco Fini».

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