domenica 1 gennaio 2017

1 gennaio 1978: muoiono in un attentato sull'Etna Candura e Sciotto (FLN)

Arrivano le vacanze di Natale e un gruppo di neofascisti catanesi è intento a organizzare il veglione di Capodanno. Si tratta di un gruppetto che gravita intorno al «nipotino» di Concutelli, Rino Candura, ventitré anni, amico di un altro giovane ordinovista, Pierluigi Sciotto. Candura, in realtà, è uno dei capi del Fronte. Gli altri, invece, sono tutti ragazzini tra i diciotto e i diciannove anni. Il gruppo decide di organizzare il veglione sull’Etna, a Ragalna, nella baita di famiglia di Sebastiano Flores, vent’anni, altro militante del Fronte, che nasconde proprio nella casa di montagna parte dello stock delle carte d’identità rubate e non solo... I giovani, in tutto otto, partono da Catania. Ma hanno una sola macchina, quella di Sciotto, così Candura, alla guida, farà due viaggi. Nel primo trasporta al cottage il padrone di casa e altri due ragazzi. Poi torna a Catania, carica gli altri, compreso Sciotto, e ritorna a Ragalna. L’obiettivo – almeno quello dichiarato – è semplicemente preparare una brace per rosolare un maialino. Verso le 23, però, accade qualcosa di strano. Candura chiede a Sciotto di accompagnarlo fuori. I due prendono un lume a gas ed escono dalla baita, mentre gli altri restano dentro a mangiare, bere e cantare. Sembra tutto tranquillo. Ma mezz’ora dopo l’uscita di Sciotto e Candura il silenzio della montagna viene squarciato da un boato. Sarà un botto prematuro, si dicono i ragazzi nella baita. O forse l’Etna che ha ricominciato a eruttare, chissà. E continuano a mangiare. Arriva la mezzanotte. Brindisi, fuochi e auguri. Ma Candura e Sciotto non si fanno vivi. A quel punto i ragazzi cominciano a preoccuparsi e decidono di andarli a cercare. Al buio, facendosi strada con le torce elettriche, si dividono in tre gruppi, fino a quando uno di loro non si imbatte in una scena terribile: in zona San Valentino, a un chilometro e mezzo dalla baita, scoprono le tracce dall’esplosione sentita prima. Alberi bruciati, per terra un grande cratere, puzza di polvere da sparo e, soprattutto, pezzi di corpi umani sparsi nel giro di decine di metri. Brandelli dei corpi di Sciotto e Candura. I pischelli sono terrorizzati, scappano a gambe levate e tornano a Catania.
Il padre di Flores avvertirà i carabinieri soltanto all’ora di pranzo del giorno dopo. I militari arrivano sul posto e trovano il corpo di Candura completamente dilaniato: pezzi di gambe e braccia sparsi nel giro di trenta metri, alcuni addirittura appesi sui rami degli alberi. Il corpo di Sciotto è spezzato in due, con la parte superiore ancora intatta. Segno che Candura aveva con sé una bomba, che gli è esplosa in mano all’improvviso, e che Sciotto era a qualche metro di distanza. Insomma, i due ordinovisti catanesi, militanti del Fln, si erano staccati dagli amici per andare a preparare una bomba. Ma da piazzare dove e quando? I carabinieri si ricordano di una strana telefonata anonima, arrivata il 29 dicembre a un albergo di Nicolosi, che annunciava un imminente attentato contro la funivia dell’Etna, che però è ad almeno cinque chilometri dal luogo dell’esplosione. Mistero. Di certo c’è quello che viene trovato intorno ai resti dei due militanti. A cominciare da una pistola calibro 9, un timer e un filo elettrico bipolare. Di certo c’è quel che viene trovato nella casa di montagna del giovane Flores: oltre alle già citate carte d’identità in bianco, ci sono anche otto candelotti di dinamite, un timer, un metro di miccia a lenta combustione, un rotolo di nastro adesivo, pezzi di armi, un caricatore di mitra Sten, quarantasette proiettili calibro 7,62 e cinquanta calibro 6,5, cento grammi di polvere da sparo, alcune fondine di pistola e un kit completo per la pulizia delle armi. Intorno alla baita vengono fuori un bidone e alcune lattine sforacchiati da colpi di pistola: evidentemente i «nipotini» del «comandante» utilizzavano quella base anche per addestrarsi con le armi.
Tomaselli: Quando accade la tragedia dell’Etna sono ancora in carcere. Che dire? I catanesi erano gli «orfani» di Rovella e Di Bella, la loro seconda fila, cresciuta con la leadership di Concutelli. Ricordo di aver fatto con loro un paio di addestramenti in montagna con le armi. Nel Fln non c’era un vero e proprio capo, esisteva una sorta di consiglio direttivo, di cui facevo parte anche io, anche se effettivamente la figura di spicco era proprio Rino Candura.
Rovella: Dal carcere mandavo sempre messaggi ai ragazzini di non cadere nelle provocazioni. Di non fare niente. Di stare calmi. Sciotto stava con noi, era uno dei più giovani militanti del Movimento Politico Ordine Nuovo. Quanto a Candura, non era di On, veniva dai Volontari Nazionali. Ma conosceva Concutelli, è vero. Era tra quelli che Pierluigi contattava a Catania quando veniva qui, ma il loro era un rapporto personale, nel senso che Candura non era inquadrato nella rete ordinovista. Mentre – ripeto – Sciotto era cresciuto con noi, un po’ come gli altri ragazzini che quella sera si portò Candura sull’Etna. Quando seppi di quella tragedia ero in carcere a Perugia. Ci rimasi male e mi arrabbiai tantissimo. Le dico una cosa: noi ordinovisti di Catania a Candura non gliel’abbiamo mai perdonata, perché lo consideriamo responsabile della morte anche di Sciotto. E dell’arresto e della rovina degli altri ragazzini che stavano con lui. Quando uscimmo provammo a fare una sorta di indagine interna e avemmo la conferma che Candura, millantando rapporti con Concutelli e Calore, faceva proselitismo tra gli adolescenti
FONTE: Il piombo e la celtica/N. Rao

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