giovedì 15 dicembre 2016

Il leader coglione

(G.p) Il giornalista Marcello Veneziani, dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero, interviene sulle ultime vicende politico-giudiziarie,  che hanno visto protagonisti, in qualità di indagati, Giancarlo e Sergio Tulliani, il fratello ed il padre di Elisabetta Tulliani, ossia il cognato ed il suocero di Gianfranco Fini all'epoca presidente della Camera dei deputati.
Per la Dda avrebbero concorso insieme a Francesco Corallo, e l'ex deputato del Popolo delle Libertà Amedeo Laboccetta, entrambi arrestati, offrendo la disponibilità dei loro conti all'estero e il giovane Tulliani anche società offshore. Per magia, in questo editoriale, Marcello Veneziani riesce nell'ardua impresa di non citare mai il nome di Amedeo Laboccetta....
Eppure di Amedeo Laboccetta, l'ottimo Veneziani è amico, di vecchia data, addirittura ha scritto la prefazione del suo ultimo libro Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano, la vita è un incontro edito dalla casa editrice partenopea Controcorrente...


Auguro con tutto il cuore a Gianfranco Fini che sia un coglione, come lui stesso si è definito. Ovvero gli auguro davvero che la vicenda della casa a Montecarlo, l’intestazione della casa a sua moglie o a suo cognato, i soldi percepiti dai familiari, per non dire di tutto il resto, siano avvenuti tutti «all’insaputa» di Fini, vissuto nel candore innocente dei pupi anche se faceva il leader e il presidente della Camera. Per non dire dei contratti milionari della Rai alla mamma dei Tulliani per organizzare il pubblico nei programmi televisivi, i soldi e le proprietà di Gaucci intestate alla Tulliani, la misteriosa vincita al lotto, le fortune caraibiche di Checchino il segretario di Fini... Ci pare davvero difficile sostenere una tesi del genere, considerando che stiamo parlando di sua moglie, dei suoi famigliari, di vantaggi ottenuti solo perché congiunti di Fini, dei suoi stretti collaboratori, e stiamo parlando del partito diretto con pieni poteri dallo stesso Fini. Ma ci auguriamo che di Fini si possa davvero dire, come pensavamo anche noi fino a qualche tempo fa, che era solo un coglione ma non un corrotto. Era solo un fesso, come dice lui, usato da furbi, ma non un furbo egli stesso. Ora la vicenda sta assumendo dimensioni enormi che ridicolizzano quanti definirono a suo tempo «macchina del fango» l'inchiesta di Gian Marco Chiocci. Un esempio di complicità mediatica e politica a largo raggio con decreti legge, rimozioni di personaggi scomodi, omertà di giornali e telegiornali, campagne diffamatorie contro chi scriveva articoli sulla vicenda e sulla figura di Fini.
L'ultima cosa che avremmo mai pensato di fare era di tornare a occuparci ancora di Fini e del caso Montecarlo. Anzi, avendo compreso il dramma in cui si era trovato a vivere per la sua «coglioneria» (usiamo sempre la sua ipotesi benevola), la sua caduta nella clandestinità e nella solitudine, nutrivamo un filo di umana comprensione e avevamo pensato di non infierire più. Anzi, più volte sollecitati, ci siamo rifiutati di tornare su di lui. Ma la vicenda emersa, che è perfino peggio di come era apparsa a suo tempo, l’incredibile intervista rilasciata ieri da Fini a Il Fatto, e la rabbia di quanti hanno speso una vita nel Msi
e poi in An, ci costringono a tornare sull'argomento.
Lasciamo la questione giudiziaria a chi se ne occupa, lasciamo la tragica sit-com della famiglia Tulliani-Fini e dei loro affari, e occupiamoci invece di loro, dei militanti, iscritti e simpatizzanti, che avevano creduto nella Fiamma e nella destra sociale e nazionale e avevano pagato di persona; e di quanti avevano donato i loro beni a quella fiamma e alla sua idea; e infine a quanti, a partire da Giorgio Almirante, avevano messo la faccia, la mente e il cuore in quel partito. Sono loro, tutti, - in misura diversa - i derubati, gli ingannati e le vittime di questa vicenda, sono loro che andrebbero risarciti sul piano morale e politico, umano ed economico. E suona offensivo quanto dice ora Fini nel suo mea culpa, che sta soffrendo come loro: omettendo l’abissale differenza che lui è causa del suo male e loro stanno soffrendo a causa sua, della sua insipienza o come preferisce dire l’interessato, coglioneria. Perché Fini ora non si impegna con la famiglia Tulliani a restituire loro il milione e trecento mila euro che ha realizzato dalla vendita della casa di Montecarlo (comprata da altri in favore di sua moglie e del suo fratellino a 330 mila, negata a chi l’avrebbe comprata a un milione di euro, come ci disse un immobiliarista romano)? Perché non devolve la cifra a una specie di Soccorso tricolore a sostegno di militanti di ieri che oggi sono in difficoltà, o per i dipendenti di An licenziati dal gruppo parlamentare, o per borse di studio a giovani meritevoli che possano avviarsi alla vita politica con studi adeguati e dopo selezioni adeguate, evitando improvvisatori, corrotti e coglioni?
Poi, allargando lo sguardo, mi chiedo: la scomparsa della destra in Italia fu dovuta a vari fattori, dallo svuotamento di contenuti ideali e progetti politici e strategici ad opera di Fini, alla pochezza di molti suoi rappresentanti, al berlusconismo e a tutti i fattori politici e sociali che volete. Ma quanto ha pesato la vicenda Montecarlo con gli annessi e connessi, quanto ha pesato quel cerchio di cui si è circondato Fini, quella mutazione antropologica e infine quella coglioneria che in altri è diventata corruzione, sulla fine ingloriosa della destra in Italia? In quel tempo, accusando Fini di essere ladro dei sogni di tanti giovani che aveva dato l’anima per la fiamma, citammo una massima di Ezra Pound assai nota ai missini: «Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui». E la citammo in versione immobiliare: «se un uomo è disposto a vendere una casa per così poco o non vale niente la casa o non vale niente lui». E la casa di Montecarlo, conti alla mano, valeva molto. Povera fiamma.  

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