lunedì 5 dicembre 2016

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5 dicembre 1981: Alessandro Alibrandi trova la bella morte

(G.p) Alle porte di Roma, trentacinque anni fa,  a soli 21 anni, in un conflitto a fuoco da lui scatenato, trovava la morte uno Alessandro Alibrandi uno dei protagonisti della lotta armata in nero.
Nicola Rao nel suo libro Il Piombo e la celtica, edito da Sperling & Kupfer alla "bella morte" di Alessandro Alibrandi dedica un interessante capitolo che riportiamo per intero.


La morte di Alibrandi

Mentre il Sisde cerca una strada per arrivare a Vale, Alibrandi cerca disperatamente l’agente Angelino, che lo arrestò nel 1980 per l’omicidio Arnesano e che lo pestò duramente in Questura. La vendetta, insomma, continua. La mattina del 5 dicembre 1981, con l’inseparabile Sordi e altri due reduci dell’esperienza libanese, Belsito e Ciro Lai, «Alì Babà» decide che è il giorno buono. Ma quando il commando arriva sotto casa del poliziotto, di Angelino non c’è traccia. Così i quattro se ne vanno e gironzolano per Roma. Arrivano al Labaro, una borgata sulla Flaminia. C’è un chiosco di frutta e verdura. Si fermano e comprano dei mandarini. Poco dopo passa una pattuglia della Polstrada. I quattro decidono di appostarsi e attendere che ripassi per disarmare gli agenti. Ma l’auto non ripassa. Alle 12.50, mentre Alibrandi è seduto sul bordo del marciapiede a mangiarsi un mandarino, passa un’altra auto della polizia: è la volante 4, che improvvisamente fa inversione di marcia all’altezza del ristorante 4 pini e ripassa davanti ad «Alì Babà», che in un decimo di secondo decide di agire, come aveva fatto a Milano. Gli altri tre terroristi sono seduti in macchina; Alibrandi fa un cenno a Belsito, che non capisce. Poi butta per terra le bucce del mandarino, tira fuori una calibro 38 dalla busta che ha in mano e si avvicina alla volante sparando contro gli agenti. L’autista, Luigi D’Errico, si butta fuori dall’auto, si nasconde dietro il muro della vicina stazione ferroviaria e da lì risponde al fuoco. L’agente seduto al suo fianco, Salvatore Barbuto, viene colpito da diversi proiettili, ma riesce comunque a rifugiarsi dietro i pali dell’insegna del ristorante e ora spara anche lui. Ma l’altro poliziotto, Ciro Capobianco, seduto dietro, non ce la fa: due proiettili lo hanno colpito in pieno e si accascia sul sedile. Intanto, dopo un primo momento di sorpresa, anche gli altri Nar partecipano alla sparatoria. Spara Sordi, spara Lai e spara Belsito. È un inferno di fuoco. Sordi è colpito a una mano e comincia a sanguinare, mentre Alibrandi, al centro della piazzola, viene centrato alla nuca da un colpo esploso alle sue spalle da Barbuto. Sordi si volta verso l’agente e gli spara contro ripetutamente. Ma ormai bisogna scappare. Subito. Sordi entra nella volante seguito dagli altri due, e l’auto della polizia, con dentro i Nar, si lancia lungo la via Flaminia. Qui i tre terroristi abbandonano la pantera (con a bordo l’agente Capobianco, gravemente ferito), fermano un’auto di passaggio e, minacciando l’autista con le pistole, se ne impossessano e fuggono. Alle 17.20 Alibrandi, trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, Villa San Pietro, sulla Cassia, muore. Aveva ventun anni. Finisce nel sangue, così come era cominciata, la vicenda terrena di uno dei più noti e amati neofascisti romani. In una giornata , così come era dicembre, quella domenica di sette anni prima, quando tutto era iniziato negli scontri di San Giovanni di Dio. Grande ammiratore della potenza militare israeliana, amico dei cristiani falangisti, appassionato di soldatini e supertifoso della Lazio «Alì Babà» resterà il «mito proibito» di generazioni di militanti neofascisti di tutta Italia. Quando è morto, portava al collo una catenina con una svastica «solare» d’oro, quella con i lati ricurvi. Gliel’aveva regalata un suo grande amico di cui parleremo più avanti: Elio Di Scala, più conosciuto come «Kapplerino». Due giorni dopo morirà anche l’agente Ciro Capobianco. Anche lui aveva solo ventun anni.

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