domenica 18 dicembre 2016

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17 dicembre 1979: Valerio Fioravanti uccide un passante per scambio di persona

Nella testimonianza resa a Nicola Rao per Il piombo e la celtica e qui pubblicata, Fioravanti commette a sua volta uno scambio di persona. Perché il camerata romano noto come Cicalone per la scarsa vista è il tippino e poi Nar, Dario Mariani, all'epoca capozona del quartiere Trieste e non il militante di Costruiamo l'azione Bruno Mariani ...

A quel punto, Fioravanti ha l’auto che gli hanno chiesto Mariani e Calore in cambio dell’Uzi.
Quando gli porto la macchina per avere l’Uzi, Calore mi dice: «Senti, Valerio, noi oggi dobbiamo andare a fare una cosa. Che fai, ci accompagni? L’Uzi lo prendi dopo». Dico: «Ok». E in quel preciso momento mi spiegano cosa hanno in mente.
L’obiettivo del gruppo di Calore e Mariani è un avvocato nero tra i più noti nella capitale: Giorgio Arcangeli, un passato a metà tra Avanguardia e Ordine Nuovo, ma soprattutto, come abbiamo visto, il tramite tra la banda Vallanzasca e il gruppo Concutelli. Arcangeli, nell’ambiente, è sospettato di «infamità», accusato addirittura di aver venduto il «comandante» alla polizia.
Fioravanti: Durante l’estate, a Rebibbia, avevo condiviso la cella con Signorelli e Calore. Signorelli era un personaggio divertente, e poi aveva tutta la mia solidarietà perché veniva accusato da più parti di essere il capo dei Nar. Cioè il mio capo... Insomma, era un innocente accusato di un’imputazione falsa. Lui e Calore facevano discorsi che io afferravo poco, non conoscendo le persone di cui parlavano. Erano tutte cose interne a Ordine Nuovo, di cui non sapevo niente. Criticavano Graziani e Massagrande, parlavano di Delle Chiaie. Era un mondo per me misterioso. Un giorno si misero a parlare di questo Arcangeli. Lo accusavano innanzitutto di aver fatto prendere Concutelli. Inoltre, durante una partita a poker con un pezzo grosso della polizia con cui giocava spesso, avrebbe fatto trapelare la notizia su dove si trovasse un covo dei Nuclei Armati Proletari. Da questa soffiata sarebbe scaturito un blitz della polizia che scoprì il covo. Ma l’azione finì male, perché nel conflitto a fuoco che seguì mori la nappista Anna Maria Mantini. E Calore che, come ho detto prima, voleva aprirsi un credito con i compagni, pensò che punire chi aveva fatto uccidere la Mantini potesse essere un buon biglietto da visita.
È il pomeriggio del 17 dicembre 1979. Fioravanti:
Mariani mi chiede: «Mi copri le spalle?» «Ok, ti copro le spalle.» In quattro, in una macchina guidata da Antonio D’Inzillo, dovevamo arrivare sul posto, sparare ad Arcangeli, ripartire e, dopo un po’, cambiare macchina e salire su un’altra auto guidata da Calore. Mariani non mi ha spiegato niente di preciso. Mi ha solo detto: «Io sono un tuo camerata che sta per prestarti il suo mitra. Se tu mi chiamerai, verrò con te a liberare Concutelli, ora, però, ti chiedo di coprirmi le spalle». Dico: «Ok, certo, qual è il problema?» Arriviamo in via Dalmazia, dove c’è lo studio di Arcangeli. Ma neanche Mariani lo conosce fisicamente. In mattinata Calore era andato in tribunale per vedere che vestiti portasse quel giorno. Ci dice: «È molto stempiato, stamattina aveva un loden verde». Poi ci mette in guardia: «Ricordatevi che ha sempre con sé la sua 357 Magnum». Bruno era chiamato cicalone perché non ci vedeva molto bene, ma quel pomeriggio aveva gli occhiali. Comunque il suo problema era quello di sparare a una persona che non conosceva bene e stare anche attento perché girava sempre armata. Mariani si apposta nei pressi dello stabile che ospita lo studio Arcangeli, mentre Valerio si piazza dall’altra parte della strada. Fioravanti prosegue nel suo racconto: Poco dopo arriva una persona, che parcheggia l’auto davanti a noi e si avvia proprio verso quel portone. Ha il loden. Ed è stempiato. Ma ci sembra troppo giovane rispetto all’età di Arcangeli. Io e Bruno ci fissiamo con sguardo interrogativo. A quel punto, non ricordo se io o lui, lo chiamiamo: «Avvocato!» L’uomo si volta e Bruno gli spara con una pistola di grosso calibro. Si trova a non più di dieci metri, ma non lo colpisce bene, perché l’uomo si muove, si gira in mezzo a due auto parcheggiate, sbatte contro una delle due. È ferito, ma ancora vivo. A quel punto intervengo. Sono convinto che sia Arcangeli, che è ferito e che, soprattutto, è armato. Temendo che possa colpire Mariani gli sparo una sola volta, con una vecchia pistola, una Browning Hp, una 9 millimetri del 1935. Purtroppo è un colpo mortale. Nessuno di noi capisce di aver sparato a una persona che non c’entra niente. Saliamo tutti in macchina e andiamo via.
La persona uccisa è un ignaro passante. Uno studente lavoratore di ventiquattro anni, che si chiama Antonio Leandri. La sua unica colpa: la vaga rassomiglianza con Arcangeli. E, soprattutto, essere passato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sentiamo ancora Fioravanti:
Arriviamo al cambio macchina, dove ci aspetta Calore sull’altra auto. Scendiamo dalla prima per salire sulla seconda. Ma in quel momento ho un ripensamento. Siccome l’auto con cui siamo andati a sparare è quella che mi ha consegnato Soderini, ho chiesto a Proietti se l’avesse ripulita bene. Lui dice di sì. Ma nella mezz’ora di appostamento in via Dalmazia l’ho visto molto teso e mi viene il dubbio che non l’abbia pulita a fondo; e così c’è il rischio di incastrare Soderini, che avrebbe potuto essere arrestato, se qualche sua impronta fosse rimasta sull’auto. E sarebbe stato ingiusto, dal momento che lui era completamente estraneo a quell’omicidio. Sono appena entrato nell’auto guidata da Calore, ma decido di scendere. Risalgo sulla prima auto e me ne vado. Poco dopo mi fermo a un giardinetto con una fontanella e comincio a lavarla da cima a fondo con uno straccio. Pulisco tutti i finestrini, dentro e fuori, il volante, la leva del cambio. Resto una quindicina di minuti. Sarà la mia fortuna, perché nel frattempo gli altri vengono intercettati da una volante e arrestati tutti.
Chiedo a Fioravanti se, quando ha saputo degli arresti, non ha temuto che qualcuno facesse il suo nome.
No, non l’ho pensato. Ho temuto che ci fosse qualche testimone che mi avesse riconosciuto. Poi ho immaginato che la polizia facesse due più due, perché avevo passato tutta l’estate in cella con Calore, ma per fortuna due più due non l’hanno fatto. Quella sera stessa rivedo Cavallini. Temendo che qualcuno possa avermi riconosciuto, decido di non tornare più a casa dei miei amici di Vigna Clara, perché non era giusto coinvolgerli. Sia loro sia i genitori che erano all’oscuro di tutto. Così seguo Cavallini, che in quel periodo vive sotto falso nome a Treviso. E da lì la mia latitanza preventiva comincia sul serio.

ps: Nella mia pagina Facebook Nicola rao precisa: a domanda esplicita e ripetuta Fioravanti mi confermò che entrambi i Mariani, quello di Tp, Dario,  e quello di Cla, Bruno, erano entrambi noti come "Cecaloni" ...

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