mercoledì 30 novembre 2016

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Anche Salvini a un bivio: rottamare o essere rottamato

(G.p)Il felpato Matteo Salvini, leader della Lega Nord per l'indipendenza della Padania, aspirante candidato ad ipotetiche primarie del centro destra e vincitore delle primarie on line del centro destra organizzate dai quotidiani Libero ed Il Tempo è il leader politico di centro destra che più si è impegnato a sostegno delle ragioni del no al referendum del 4 dicembre puntando tutti sulla vittoria del no, ma a pochi giorni dal voto referendario ha litigato con il senatur Umberto Bossi e con il governatore della Lombardia Maroni, che reclamano un congresso chiarificatore.
Come uscirà da questa situazione Matteo Salvini? Prova a spiegarlo, ipotizzando scenari futuri il collega Alessandro Franzi, con un interessante articolo, che riportiamo per intero pubblicato da l'Inkiesta.

Rottamare o essere rottamato? Non stiamo parlando di Matteo Renzi, ma dell'altro Matteo. Salvini. A pochi giorni dal referendum che deciderà con un Sì o con un No gli equilibri politici italiani, il segretario della Lega si è ritrovato impigliato in una storia troppo lunga da poter essere sgrovigliata con un giro di dichiarazioni. La vecchia guardia della Lega ha deciso infatti di presentare a Salvini il conto di quasi tre anni di gestione solitaria del movimento, che si è allontanato dalle ragioni del Nord per abbracciare una proposta di tipo nazionale. Subito dopo il 4 dicembre - e il risultato del referendum non sarà ovviamente indifferente - si vedrà quale delle due parti avrà più cartucce da sparare. Anche se Salvini al momento continua ad avere un appoggio diffuso fra i leghisti, oltre a sondaggi di gradimento di gran lunga più elevati di qualsiasi altro dirigente leghista.

È un fatto però che il duello con i suoi due predecessori non sia più sotterraneo e stia diventando insidioso. Salvini si è infatti ritrovato in pochi giorni a litigare sia con Umberto Bossi sia con Roberto Maroni, i due che la Lega l'hanno fatta.Bossi, si sa, non ha mai mandato giù di essere stato sostituito alla guida della sua creatura politica. E considera le inchieste giudiziarie del 2012 un complotto a metà fra politica e forze oscure. Domenica, approfittando della festa per i trent'anni della prima sede leghista, quella di Varese, ha chiesto che si tenga subito il congresso federale, perché il 16 dicembre scade il mandato di Salvini. Secondo Bossi, "la base è stufa di Salvini, perché alla base dell'Italia non frega nulla, la Lega è nata per liberare il Nord da Roma". Meglio un nuovo segretario.

Se il fondatore del Carroccio ha lo sguardo velato dalla nostalgia, e anche pochissime forze per tornare in prima linea, con Maroni Salvini ha aperto invece un conto molto più delicato. E' stato lo stesso Salvini che, dopo qualche giorno di silenzio sul tema, ha deciso (incalzato dai giornalisti) di dare voce agli sfoghi di molti leghisti su Facebook, e non solo. L'accusa a Maroni, presidente della Regione Lombardia all'ultimo anno del primo mandato, è di aver offerto a Matteo Renzi una passerella gratuita in vista del referendum. Il premier e il governatore hanno firmato lo scorso venerdì un patto da 11 miliardi di euro per la Lombardia. "Renzi sta vendendo bufale in tutta Italia, ma gli italiani non sono stupidi", l'attacco di Salvini. "Sbaglia, i soldi sono veri", la replica di Maroni. A sorpresa anche Renzi, in un'intervista a Radio Lombardia, si è inserito fra i due litiganti: "Atteggiamento incomprensibile - ha detto il premier -, si spiega solo con polemiche interne alla Lega. Io e Maroni abbiamo fatto il bene della Lombardia".

Da una parte c'è il vitalismo (e presenzialismo) salviniano. Dall'altra chi inizia ad accusarlo di non riuscire a realizzare nulla, oltre agli slogan. Bossi e Maroni sembrano aver ritrovato l'antico feeling. Le tensioni si stempereranno dunque al congresso. Che ci sarà, Salvini lo sta preparando. Ma non prima di gennaio. C'è da vincere il referendum con il No, prima. E la vittoria del No rafforzerà la leadership leghista- "Poi prenderemo le decisioni opportune", ha mandato a dire il segretario federale, liquidando gli attacchi nei suoi confronti come "beghe che non interessano alla base". Però in più occasioni Salvini ha detto che proprio dopo il referendum farà i conti con chi polemizza in pubblico e non lava i panni sporchi in casa, come ama ripetere la vulgata leghista. A suo avviso, la linea nazionalista - stile Le Pen o Trump - è l'unica che può funzionare. "Prima si salva l'Italia - è il messaggio -, la si fa tornare sovrana. E poi ognuno penserà a sé, al Nord come al Sud".

I vecchi del partito però non ci stanno, convinti che così il Carroccio si sfascerà, anche se tutti sono allineati sul No al referendum: perché secondo loro così il Carroccio perderà il legame con il territorio (il Nord) e con gli alleati storici (Berlusconi). I maligni dicono che sia tutta una manovra in vista delle prossime scadenze elettorali. Al prossimo giro, che si tratti di Regionali o Politiche, è Salvini che potrà decidere tutte le candidature e le alleanze. E un potere concentrato nelle sue mani e in quelle dei suoi fedelissimi giovani padani (che a Pontida gli hanno strappato la promessa di non ricandidare chi ha alle spalle almeno due mandati) non è da tutti considerato garanzia di equilibrio. Un nome alternativo per la segreteria? Paolo Grimoldi, segretario poco politically correct della Lega Lombarda e cresciuto sempre all'ombra dei vecchi, considerato quindi fedele alla causa nordista. Ma è solo un rumor. Fondamentale sarà capire anche con chi si schiererà il governatore del Veneto, Luca Zaia, spesso usato da Salvini in chiave anti-Maroni. E fondamentale sarà il voto del 4 dicembre. Il Sì demolirebbe la linea di Salvini. Il No la rafforzerebbe. Col rischio però di essere scurati da Beppe Grillo.

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