mercoledì 7 settembre 2016

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Assalto al cielo: gli anni di piombo come un'operetta


(G.p)Nella giornata di martedì 6 settembre al Festival del Cinema di Venezia è stato presentato il documentario Assalto al cielo prodotto dal regista Francesco Munzi.
Un interessante docu-film che copre, storicamente parlando, il periodo che va dal 1968 al 1977. Il collega Giorgio Carbone, dalle colonne del quotidiano Libero, ha partecipato alla prima del docu-film ed evidenzia le pecche del lavoro di Munzi, colpevole secondo Carbone, di glissare sulle colpe della sinistra, per cui la storia vera, dopo oltre quaranta anni resta ancora un tabù.



Assalto al cielo. Un bel titolo che riprende uno slogan della comune parigina. I rivoluzionari ottocenteschi sognavano una società socialista ed il sogno era già chiara utopia, e i contestatori sessantottini avevano analoghe fantasie. Il regista Francesco Munzi (Munzi è quello di Anime nere, uno dei migliori film italiani dell'ultimo lustro) era bambino all'epoca (classe 1969) e il periodo lo visse tra le sue piccole esperienze quotidiane( gli schiamazzi per le strade) e i racconti dei parenti più grandi.
A quasi 50 anni di distanza s'è fatto l'amarcord con un documentario presentato tra gli applausi ieri a Venezia. Perché applausi. Perché Munzi è un notevole cineasta e si è ben guardato dal dare una versione edulcorata degli avvenimenti( come nelle rievocazioni sciocchine dei libri di Capanna e dei film di Michele Placido.
Gli anni ancora non troppo plumbei dal 67 al 77 sono rievocati con immagini dure incalzanti, un assalto al cielo che fotogramma dopo fotogramma si rivela corsa verso l'abbisso( i bravi ragazzi del 68 si ritrovano a Parco Lambro a decidere se prendere la strada della violenza o quella della droga.
E va bene. Chi voleva la conferma che Munzi è un regista significativo che promette per i prossimi anni molte belle cose, sarà accontentato.
Ma il suo documentario è anche l'ennesima conferma che la nostra cultura( di sinistra, abbiamo solo quella) ha un terribile impedimento a raccontare gli anni di piombo. Non ce la fa, si tiene al largo, men che meno tira le somme( una stagione senza eredi e senza perché).
Munzi si ferma quando cominciano le Brigate Rosse. Giordana in Romanzo di una strage raccontava l'uccisione del commissario Calabresi lasciando nell'ombra gli uccisori.
Renato De Maria in La prima linea si curava soprattutto di far assolvere, per insufficienza di prove, la sinistra ortodossa che in primo tempo aveva fiancheggiato i brigatisti.
La filosofia dei compagni che sbagliano, che alla fine degli anni 70 fu alla base di molte indulgenze, diciamo pure complicità nei confronti dei rappresentati della lotta armata, sembra condizionare ancora oggi i nostri cineasti che si sono evidentemente dimenticati di essere gli eredi del miglior cinema civile( quello dei Rosi e dei Damiani) che l'Europa abbia avuto.
A conti fatti l'unico film che in quarant'anni abbia detto pane al pane e fanatici assassini ai brigatisti è stato quello dell'ex contestatore Marco Bellocchio che in Buongiorno notte metteva in bocca ai rapitori di Moro slogan duri e crudeli.
Anche Munzi mette in scena gli slogan che però nel suo amarcord non suonano idioti né crudeli.

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