mercoledì 11 maggio 2016

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"Mio marito, ex Nar, ha sbagliato ma i giudici lascino che si curi"



(G.p) Emanuele Macchi è stato trasferito stamattina nell'ospedale Galliera di Genova. E’ ricoverato nel reparto di Malattie infettive che, con le stanze della quarantena, consente di assicurare le condizioni migliori di sicurezza per un detenuto limitando i disagi per gli altri pazienti.
Lele è infatti ancora sottoposto a custodia. Il provvedimento di trasferimento in ospedale, in attuazione di una esplicita richiesta del medico penitenziario, è un primo passo in avanti che dà sollievo a lui, alla moglie, ai loro cari ma è una misura inadeguata per le sue drammatiche condizioni di salute.
La collega Valeria di Corrado, dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, intervista Rita Marinella moglie di Emanuele Macchi.
Intervista che pubblichiamo per intero.

«Mio marito sta male, non mangia e i giudici non gli permettono di farsi curare». È disperata Marinella Rita, la moglie di Emanuele Macchi di Cellere, ex terrorista dei Nuclei armati rivoluzionari, detenuto nel carcere Marassi di Genova dove sta scontando una condanna definitiva a 10 anni e 8 mesi per traffico internazionale di stupefacenti. Nel blitz che ha portato al suo arresto, a marzo 2012, sono stati sequestrati 165 chili di cocaina. La droga era arrivata nel capoluogo ligure su un container proveniente da Santo Domingo, all’interno di un carico di vini pregiati. L'uomo, che quest’anno compie 60 anni, è stato raggiunto anche da un nuovo mandato di cattura della Procura di Roma con l’accusa di aver preso parte nell’organizzazione e nella pianificazione del tentato sequestro di Silvio Fanella, il cassiere di Gennaro Mokbel, terminato il 3 luglio 2014 con l’uccisione di Fanella.



Cosa ha suo marito?


«Ha un quadro clinico molto complesso: da 74 chili ora ne pesa 42. È su una sedia a rotelle perché non riesce più a camminare e ha il braccio sinistro immobilizzato. Ha avuto un cancro alla testa che gli hanno asportato chirurgicamente, ha il nervo ottico staccato e una disfagia acuta che gli rende difficile deglutire. Sono state fatte tre perizie: due dicono che è incompatibile col regime carcerario, nonosante questo il giudice di sorveglianza ha negato il differimento pena ai domicialiri, concedendogli solo la possibilità di essere avvicinato a Roma».


Le sue condizioni di salute si sono aggravate recentemente?


«Sì, il 3 maggio un sanitario dell’istituto penitenziario in cui è recluso ha chiesto il suo ricovero d’urgenza all’ospedale di Genova ma ancora non gli è stata data una risposta dal giudice di sorveglianza. L’altro ieri ho parlato al telefono con lui e mi ha detto che sono 6 giorni che non riesce a deglutire e quindi a mangiare. È completamente abbandonato a se stesso, senza cure adeguate. Il mio appello è che venga portato immediatamente in ospedale, tanto più che lo dice un medico. Certo se si aspetta ancora decade il senso dell’urgenza di quella richiesta. I giudici ormai fanno quello che vogliono, anche di fronte alle richieste dei sanitari, non solo degli avvocati».


Quando però tre anni fa aveva ottenuto i domicliari è evaso.


«In quel periodo gli era stato diagnosticata una malattia demienilizzante. In un primo momento si pensava fosse sclerosi multipla, poi i medici hanno parlato di un sospetto di sindrome di Tourrette. Il giudice che gli firmava i permessi per fare tutti i necessari esame e accertamenti clinici ha cominciato a mettersi di traverso: le autorizzazioni arrivavano dopo la data fissata per le visite. Per questo ha deciso di scappare. Se n’è andato da casa a luglio di due anni fa perché non si poteva curare: è stato preso dal panico per l’idea di avere la sclerosi. Ha sbagliato ed è stato riarrestato il 10 settembre 2014 a Montpellier, in Francia, e poi estradato in Italia. Per il reato di evasione non è stato ancora giudicato».





Lei non ha fatto niente per impedirlo?


«Mi ha colto di sopresa la sua decisione, era disperato, ma non se ne sarebbe andato se non avesse visto questo ostracismo sulle visite. Ha mandato una lettera ai carabinieri che venivano a fare i controlli nella nostra casa di Ostia spiegando che lo faceva perché non si sentiva più tutelato nella salute».



Suo marito ha un curriculum criminale pesante alle spalle, non può negarlo.


«In questo momento è un malato, prima che un pregiudicato. Il mio appello è per la malattia, non per la storia politica che ha avuto negli anni di piombo né per quella giudiziaria. Vorrei che si mettesero da parte i pregiudizi nei confronti di una persona balorda e si ensasse solo all’uomo che sta male».




Lei ha deciso di sposarlo nonostante il suo passato?


«Lo conosco da quando avevamo 17 anni, militavamo nella stessa fazione politica: anch’io in passato sono stata in prigione. Ci siamo riavvicinati solo otto anni fa e ci siamo sposati tre anni fa, quando stava ai domiciliari. Ho avuto difficoltà a digerire l’accusa per traffico di droga, poi per 165 chili, ma ho sempre creduto alla sua estraneità, anche se ormai ha avuto una condanna definitiva».





Cosa ci può dire dell’accusa sul sequestro Fanella?
 


C’è un’intercettazione di novembre 2014 tra lei e suo marito in cui lui parla proprio di questo: "Ma che so scemi questi... io porto i soldi, faccio la congiura, volete eliminarmi qua? (...) Io penso che veramente è un complotto, pure a loro gliel’hanno ordinato quelli là di Mokbel a farla questa cosa qua...".


«Lui in quei giorni era ai domicliari, non potevamo ricevere visite. Uno dei nostri più cari amici, Egidio Giuliani, è rimasto coinvolto nell’omicidio. Emanuele si è visto con lui durante la sua latitanza in Francia e la Procura ne ha fatto un’equazione semplicistica, per via della loro amicizia. Sono convinta però che ne uscirà pulito da questa storia».

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