domenica 1 novembre 2015

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Fasanella: ecco le quinte colonne intellettuali della guerra segreta inglese all'Italia

È da oggi in libreria e in ebook “Colonia Italia”, il nuovo libro di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino che racconta la guerra senza quartiere condotta per tutto il Novecento dalla diplomazia di Sua Maestà per controllare l’opinione pubblica italiana in funzione degli interessi economici e politici inglesi. Abbiamo chiesto a Giovanni Fasanella, giornalista e scrittore, qualche anticipazione sul libro.
Giovanni, “Colonia Italia” è un seguito de “Il Golpe inglese”, quali tasselli aggiunge al volume precedente? Quali sono le parti della storia nascosta che questo libro aggiunge ai tuoi lavori precedenti?“Colonia Italia” aggiunge molti tasselli, sulla base di nuovi documenti trovati negli archivi di Stato di Kew Gradens, a Londra. Rivela l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta della diplomazia e dei servizi segreti britannici, e ne ricostruisce i meccanismi di funzionamento. Porta alla luce un apparato che ha controllato per un secolo gran parte dell’informazione italiana, con l‘obiettivo di orientare l’opinione pubblica e, di conseguenza, le scelte politiche dei partiti e dei governi in funzione degli interessi inglesi.
Quali interessi?Soprattutto quelli petroliferi in alcune aree strategiche del Nord Africa e del Medio Oriente. Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, il controllo dell’Italia da parte inglese è sempre stato, quindi, un obiettivo di primaria importanza. Controllo politico-culturale e talvolta anche militare per impedire che il nostro Paese si trasformasse in un pericoloso concorrente, in una minaccia per la Gran Bretagna nei suoi possedimenti coloniali.
Nel libro dedicate più capitoli ai processi di mistificazione delle informazioni, alle macchine del fango e alla disinformazione sistematica. Gli Italiani si prestano più “facilmente” a questi brainwashing? Puoi dirci di più?
Gli italiani? Mica tutti. Comunque, il panorama dell’informazione e dell’industria culturale influenzato dalla macchina occulta britannica è davvero impressionante, stando a quello che emerge dagli archivi. Per gran parte dell’élite italiana, Londra è stato un punto di riferimento importante a partire dal Risorgimento. I legami intrecciati allora da correnti politico-culturali, famiglie aristocratiche, potentati economici e gruppi editoriali con il Regno Unito si sono irrobustiti nelle fasi successive della nostra storia. Per questi ambienti, la capitale britannica è sempre stata il faro e la bussola che ne hanno illuminato e orientato la navigazione nelle acque agitatissime della politica italiana. Erano (sono) ambienti «anglosassocentrici», per usare un neologismo coniato da Eugenio Scalfari nel suo splendido libro “La sera andavamo in via Veneto”.
E le macchine del fango?Ci stavo arrivando. Oggi possiamo dire con un ragionevole margine di certezza che alcune campagne ossessive contro personaggi della nostra politica non in linea con le coordinate britanniche furono ispirate proprio da quella macchina della propaganda occulta e condotte dai suoi terminali italiani, spesso all’insaputa degli stessi giornali e giornalisti. Che non sempre conoscevano l’origine di certe notizie (a volte vere, a volte verosimili, a volte false) e i canali attraverso i quali giungevano sino a loro. Perché uno dei principi su cui si fondavano le strategie d’influenza dei servizi inglesi era, appunto, che la fonte delle “veline” doveva rimanere rigorosamente segreta.
Ci fai i nomi dei “bersagli” a cui ti riferisci?
Sul terreno sono rimaste vittime eccellenti. Per esempio, Alcide De Gasperi, che non impedì ad Enrico Mattei di fondare l’Eni e non ne contrastò le strategie “aggressive” (dal punto di vista britannico, naturalmente) nelle aree petrolifere più sensibili. De Gasperi fu costretto al ritiro dalla politica a causa di uno scandalo completamente inventato. Stessa sorte capitò al suo pupillo ed erede politico Attilio Piccioni, travolto dall’ondata di fango sollevata dal caso Montesi, in cui venne coinvolto ingiustamente il figlio Piero. E vogliamo parlare, poi, delle campagne che precedettero l’uscita di scena, diciamo così, dello stesso Enrico Mattei e di Aldo Moro? Macchine del fango, ma non solo. Fra i tanti documenti trovati a Londra ce n’è uno che fa rabbrividire. Ne cito testualmente un passaggio: «Le armi da noi fornite hanno ormai un effetto pari a quello prodotto da una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi, e sta a noi architettarli...» E’ un documento inviato a Londra nel 1969 dal responsabile della propaganda occulta dell’ambasciata a Roma, Colin MacLaren, il quale segnalava l’inefficacia dei metodi tradizionali, diciamo così, di fronte a una leadership politica italiana non rassegnata al ruolo di protettorato britannico.
Vuoi dire che passarono a metodi più “brutali”?
La pagina in cui si parla degli «altri metodi» purtroppo è ancora oggi oscurata. Vorrà pur dire qualcosa, o no? Tieni conto del contesto. L’Eni aveva già emarginato gli interessi britannici in Persia e in Egitto. Nel 1969 ci fu un ulteriore salto di qualità della politica italiana che avrebbe portato il nostro Paese, di lì a poco, a conquistare posizioni di forza anche in Libia e in Iraq, aree che Londra considerava –cito ancora testualmente- «per importanza, seconde solo alla Gran Bretagna stessa». Insomma, l’Italia cresceva ed espandeva la sua influenza, avviandosi a diventare addirittura la quarta potenza economica mondiale, sorpassando la Gran Bretagna, il cuiimpero coloniale era ormai solo un pallido ricordo del passato. Uno smacco terribile, per una nazione che aveva vinto la Seconda guerra mondiale e aspirava allo status di potenza globale. Se nel 1953 Churchill ordinò ai suoi apparati di impartire una lezione agli «infidi alleati italiani», solo perchè avevano violato l’embargo petrolifero imposto dalla Gran Bretagna contro l’Iran di Mossadeq, possiamo immaginare quale fu la reazione di Londra dopo l’espulsione delle sue compagnie petrolifere anche dalla Libia e dall’Iraq. E quale fosse lo stato d’animo britannico nei confronti di Aldo Moro, il principale protagonista della politica italiana tra il 1969 e la prima metà degli anni Settanta.
Qualcuno potrebbe darvi dei “complottisti”. Cosa cambia fra voi e gli allarmisti della Rete? Quali sono gli strumenti e i mezzi che danno autorità al vostro lavoro?
Le ricerche d’archivio e i documenti danno credibilità al nostro lavoro. Questo fa la differenza. Noi non inseguiamo piste e teoremi indimostrabili, e a volte anche ridicoli, che nascono e si diffondono in modo incontrollato attraverso la rete. Noi siamo costretti ad usare la rete per far conoscere all’opinione pubblica i risultati delle nostre ricerche. Risultati che spesso vengono “silenziati” dalla stampa. E alla luce di quello che abbiamo letto (e continuiamo a leggere) nei documenti di Kew Gardens, ne comprendo bene le ragioni. Ma posso dire qualcosa sui cosiddetti “anticomplottisti”?
Certo.
Alcuni di loro sono in buona fede e hanno ragione: in effetti, circola molta spazzatura. Molti altri, però, sono “anticomplottisti” per interesse, fanno di tutta l’erba un fascio mettendo in un unico calderone denigratorio propalatori di panzane e ricercatori che lavorano su documenti e testimonianze attendibili, materiali quasi mai vagliati dagli storici. Ti potrei fare una mappa con nomi e cognomi di questo genere di “anticomplottisti”, dividendoli per categorie. Gli “agenti di influenza”: negano anche l’evidenza per impedire che si stabiliscano connessioni e si ricostruiscano contesti di verità. I “ricattabili”: personaggi che hanno vissuto l’esperienza del terrorismo e della lotta armata o che ne sono stati ai margini, ma non ne hanno mai pagato pegno e nel frattempo si sono costruiti delle carriere dorate. Gli “opportunisti”: gente che blatera per compiacere i propri mecenati. E poi i “pappagalli”: muovono la lingua sulla base di riflessi condizionati modaioli. Sono “anticomplottisti” mossi soltanto da un insano bisogno di proteggere, occultandole, storie politiche o familiari o personali a volte piuttosto imbarazzanti.
Una possibile obiezione: ha fatto tutto la Gran Bretagna, e gli Usa?
Tra Usa e Gran Bretagna c’è sempre stata una profonda differenza sul “problema italiano”. Sin dall’immediato dopoguerra. Per gli americani, l’Italia era una nazione cobelligerante, che aveva contribuito a liberarsi dal nazifascismo combattendo a fianco degli Alleati. Per la Gran Bretagna, invece, era una nazione sconfitta, punto e basta. Con tutto ciò che ne sarebbe derivato in termini di condizionamenti politici ed economici. E questo ha fatto la differenza. Perché mentre Washington ha condotto una guerra in gran parte condivisibile al comunismo, Londra ha combattuto anche contro l’Italia.

Fonte: Il rottamatore. Intervista di Massimiliano Pennone



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