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Ecco la cassaforte da 170 milioni che fa litigare gli eredi dell’Msi

(Gp) In un centrodestra scosso dalle difficoltà di Forza Italia che giorno dopo giorno perde deputati, senatori, rappresentanti sul territorio e consensi,  sottoposto all’opa di Matteo Salvini, eroso dalle suggestioni grilline e possibile terreno di conquista anche del renziano Partito della nazione, l' italica destra prova a rialzare la testa.
 La speranza di molti della diaspora post Alleanza nazionale, a pochi giorni dall’assemblea degli iscritti della Fondazione An al Midas del 3 e 4 ottobre, è che si riesca a sciogliere il nodo: dar vita, a partire dalla Fondazione, ad un soggetto che riaggreghi le anime sparse o caratterizzarla con una funzione essenzialmente culturale.
 All’ordine del giorno, insomma, c’è la possibilità di creare una nuova entità politica (che poi per alcuni potrebbe anche essere la rinascita della stessa An come partito), oppure mantenere in vita e fortificare con l'arrivo di nuove leve, Fratelli d'Italia che, in anni difficili, senza adeguate risorse economiche, è riuscita a mantenere una rappresentanza parlamentare a destra.
Il collega Antonio Rapisarda, dalle colonne dello storico quotidiano romano Il Tempo arriva al nocciolo della questione dato dalla cassaforte da 170 milioni di euro della Fondazione Alleanza Nazionale, costituita da appartamenti, sedi di partito, soldi investiti, un quotidiano ed il simbolo elettorale sui quali molti vorrebbero mettere le mani.



Ecco la cassaforte da 170 milioni che fa litigare gli eredi dell’ Msi
Appartamenti, sedi di partito, soldi investiti, un quotidiano e il simbolo


Un «tesoro» che, per la mole di cui è dotato e per le casse sempre più vuote dei partiti di oggi, rappresenta da tempo argomento divisivo tra gli ex Alleanza nazionale. Se è vero che per i «quarantenni», che hanno predisposto la mozione con la quale sostengono di non aver intenzione di richiedere un centesimo sul patrimonio di An nell’Assemblea di sabato e domenica prossimi, il tema del tesoro del partito non sarà centrale, è altrettanto vero che non sono pochi coloro i quali in questi anni si sono chiesti quale utilizzo fare dell’immenso e tangibile valore di ciò che è stato in possesso del Movimento sociale italiano prima e di Alleanza nazionale poi.
 

IL SIMBOLO E IL «SECOLO»
Prima dei soldi e delle sedi, la Fondazione Alleanza Nazionale è proprietaria del simbolo omonimo del partito. Un «valore» che è stato giudicato importante dal punto di vista elettorale ma soprattutto per la legittimazione del proprio percorso politico. Alla vigilia delle ultime elezioni Europee il logo è stato concesso – tra immancabili discussioni e divisioni - a Fratelli d’Italia, che ha avuto l’autorizzazione a utilizzarlo dall’Assemblea dei soci per tutta la durata delle elezioni Europee e per le Amministrative indette nel 2014, salvo poi chiedere la proroga concessagli dal Consiglio di amministrazione. All’Assemblea del 3 e 4 i soci saranno chiamati, tra le altre cose, a garantire continuità dell’utilizzo del simbolo a Fratelli d’Italia oppure a mantenerlo in dotazione alla Fondazione stessa.
Un vero tesoro, di cultura e informazione, è poi il Secolo d’Italia. Il quotidiano storico della destra italiana – in questo momento pubblicato on line – fa parte del patrimonio della Fondazione. Il giornale diretto, tra gli altri, da Giorgio Almirante, da Alberto Giovannini e da Giano Accame, potrebbe tornare alle stampe come ha proposto il presidente del Comitato scientifico della fondazione che vorrebbe renderlo un foglio settimanale per propagandare la cultura di destra.
 

LE SEDI COMPRATE DAI MILITANTI
Da Trieste a Catania, da Milano a via della Scrofa a Roma e, in passato, anche la celebre «casa di Montecarlo» (a suo tempo venduta con lo scandalo annesso). La Fondazione An – tramite le società Ital Immobili e l’Immobiliare Nuova Mancini - ha in gestione decine di sedi politiche, attive e non, in tutto il Paese. La quasi totalità sono il lascito del partito che fu e delle generose donazioni di militanti e mecenati fedeli «alla buona battaglia». Come ha spiegato qualche giorno fa Donna Assunta Almirante «mio marito Giorgio le faceva comprare perché nessuno a quei tempi affittava le sedi ai missini».
I tanti immobili di proprietà della Fondazione, insomma, rappresentano il valore maggiore in termini economici di questa vicenda ma anche in termini di testimonianza e affetto. Molte di queste, infatti, sono state acquistate con le collette e l’autotassazione dei militanti: e tutto ciò veniva «testimoniato» sulle pagine del Secolo d’Italia, allora organo ufficiale del partito.


POLEMICHE SUGLI IMMOBILI
Proprio gli immobili di proprietà della Fondazione sono il vero nodo della situazione. Sulle sedi del partito, infatti, non sono mancate le polemiche per due ordini di ragione. Molte di queste sono rimaste negli anni attive: alcune oggetto di occupazione altre di comodato d’uso di fatto. Quando si parlò di metterle in affitto (eventualità caduta nel nulla dopo la nuova legge sul finanziamento pubblico ai partiti) ci fu il timore, ad esempio, che alcune di queste potessero diventare addirittura negozi. «Certo, ci sono alcune sedi che hanno rappresentato un evidente punto di riferimento nella storia della destra: in via Sommacampagna è difficile che ci vada un’estetista», rassicurava tutti il senatore Franco Mugnai.
L’altro tema è che molte sedi sono ancora oggi in totale disuso e comportano costi importanti per l’eventuale recupero e la ristrutturazione. Anche qui non sono mancate le discussioni sui danni economici che ne sono conseguiti tra svalutazione, spese condominiali, tasse e assicurazioni.
 

LE PROPOSTE
La domanda resta sempre la stessa: che fare di questo immenso patrimonio? Sono emerse diverse proposte in questi anni, alcune delle quali riversate all’interno delle mozioni che saranno discusse sabato e domenica. Da tempo, ad esempio, c’è chi propone di donare alcune di queste risorse ai familiari dei martiri del Movimento sociale degli anni ’70.
Dal punto di vista della governance c’è chi, come Massimo Corsaro, propone invece di affidare per gara il patrimonio a una gestione manageriale, in modo tale da capitalizzarlo e non disperderlo. Infine Marcello Veneziani e Gian Marco Chiocci hanno suggerito una destinazione culturale e sociale del patrimonio: dall’accademia alle «case sociali» per gli italia

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