La pista rossa che lega Brescia e Bologna. Gli atti sgonfiano lo scoop del Giornale - <b>FascinAzione</b>

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martedì 13 novembre 2012

La pista rossa che lega Brescia e Bologna. Gli atti sgonfiano lo scoop del Giornale

(umt) L'articolo del "Giornale" di ieri, in cui Gian Marco Chiocci rilancia la "pista rossa" sulle stragi di Brescia e Bologna, a partire dalla presenza in loco di un brigatista rosso nel primo caso (Lintrami) di un ex br dalla figura piuttosto equivoca nel secondo (Marra, di cui ci siamo già occupati) ha il suo pezzo forte in un'intercettazione telefonica tra lo stesso Lintrami, reduce da un colloquio investigativo con il capitano Giraudo (siamo nel 1997) e Alberto Franceschini. La circostanza che l'ufficiale dei carabinieri decida di parlare con l'ex terrorista "fuori verbale" sembra autorizzare terribili congetture. In realtà se si ha la pazienza di leggere l'intera intercettazione, resa disponibile da quell'eccellente studioso e gentilissima persona che è Giacomo Pacini e da me fortunosamente assemblata con uno standard grafico mediocre (ma è quanto basta per capire di cosa stiamo parlando), ci si rende conto dell'assoluta inconsistenza della nuova pista "bianco-rossa".

Nella discussione aperta intorno all'articolo nella pagina facebook del gruppo nato intorno al processo per la strage di Brescia, uno degli animatori, Eugenio Papetti così sintetizza punto per punto le principali obiezioni che lo stesso Pacini (autore di un fondamentale volume sulle carte della Divisione Affari riservati) muove al giornalista neo-pistarolo:
1) Arcai nella sua audizione in Commissione Stragi (citata da Chiocci) non disse affatto che Taviani lo invitò a cambiare pista. Arcai ricordò solo che Taviani gli disse che la matrice della strage di Brescia era fascista e lui gli chiese come faceva ad esserne convinto. Arcai, peraltro, è stato storicamente uno dei massimi accusatori del capitano Delfino, da lui indicato come uno dei depistatori della strage. Ecco, nella stessa audizione citata da Chiocci (disponibile anche on-line) Arcai ricorda che fu proprio Delfino il primo a tirare fuori la pista Curcio per Brescia….. L’audizione è qui Ah, chi avrà la pazienza di leggersela tutta si accorgerà che ad un certo punto si passa in seduta segreta. La parte secretata è stata resa nota nell’ambito dell’ultimo processo sulla strage di Piazza della Loggia. Si tratta di poco più di una pagina. Si parlava delle brigate rosse e del terrificante “gombloddo” tra servizi e Pci per nascondere la verità? ……..No, Arcai parlava dei possibili rapporti tra Esposti e i Servizi, sostenendo di aver saputo di rapporti sicuri tra Esposti e il generale Palumbo della Divisione Pastrengo e che vi erano state voci anche di rapporti tra Esposti e gli Affari Riservati. A dimostrazione del tatto e della correttezza (altro che faziosità ideologica) dell’allora presidente della Commissione Giovanni Pellegrino, questa parte, in quel 1997, venne secretata.
[E anche queste due paginette sono state rese disponibili, sempre grazie alla cortesia di Pacini. Le troverete qui sotto]


Ma riprendiamo con le argomentazioni dello storico
2)Non esiste nessuna foto di Curcio in Piazza della Loggia. La vicenda è vecchissima e ampiamente chiarita. Fu cavalcata (inconsapevolmente) dal Candido di Pisanò e dal Secolo d’Italia e poi, vista l’inconsistenza, venne abbandonata. Francamente che nel 2012 ci sia ancora chi la cita fa cadere le braccia. La questione è molto semplice; Il 18 febbraio 1975 Curcio evade dal carcere di Monferrato. Il giorno dopo, ovviamente, sui giornali vengono pubblicate le sue foto. Un brigadiere di Brescia (tale Di Lorenzo) vede la foto segnaletica di Curcio pubblicata dal Giorno il 19 febbraio in prima pagina e si “ricorda” che “forse” quello stesso soggetto lo aveva visto in Piazza della Loggia. Da qui nasce una breve inchiesta tesa ad appurare se ciò era vero. Inchiesta che finisce nel nulla. Ah, per la cronaca è lo stesso Arcai (nella audizione citata da Chiocci) a dire che Curcio non fu mai fotografato in Piazza della Loggia. Capisco che è una audizione lunga, ma leggerla interamente non sarebbe stato male.
3)Buzzi (da morto) non è stato assolto, come invece asserisce Chiocci. Nel processo che si tenne a Venezia nel corso degli anni ottanta si riconobbe un suo sicuro coinvolgimento nell’eccidio (coinvolgimento ribadito nell’ultimo processo). Così, tanto per la precisione.
4)Chiocci nel finale si chiede; “Se non c'era niente da nascondere perché occultare scientificamente tutto?”. Ecco, qui mi viene in mente il romanzo di Allan Poe: “La Lettera Rubata” dove si cerca disperatamente un documento, anche nei posti più impensabili, quando, in realtà, esso è sotto gli occhi di tutti. Eh si, perché delle cose di cui parla Chiocci, nulla è stato scientificamente nascosto. Tutto il materiale citato da Chiocci è da anni allegato alle varie inchieste. Bastava cercarlo. Semplicemente, essendo il suo valore probatorio del tutto inconsistente, a partire dai primi anni ottanta nessuno (anche tra coloro che sostenevano che la strage di Brescia non è di destra) se ne è più interessato……
[Quanto alla questione Lintrami, un paio di mesi fa, in occasione di un articolo di Gabriele Adinolfi da me ripreso su Fascinazione, Pacini ci aveva spiegato che] effettivamente Lintrami quel giorno era a Brescia e si recò in piazza della Loggia circa un'ora dopo la strage. Lo ha ammesso lui stesso anche in epoca recente audito dai Ros. Ma la vicenda venne fuori quasi subito dopo il suo arresto. Ed ovviamente non ha alcuna attinenza con la strage; semplicemente a Brescia, all’epoca, vivevano i suoceri di Lintrami e, come credo tanti bresciani, anche Lintrami andò a vedere lo scempio della piazza. Il fatto è che Buzzi, venuto a sapere della presenza a Brescia di Lintrami, se ne “approfittò” e in uno dei suoi interrogatori disse di averlo ben conosciuto, che Lintrami conosceva Esposti, che era coinvolto nella morte di Silvio Ferrari e che (nientepopodimeno…..) gli aveva chiesto un passaporto per far scappare Ferri.
Giustamente Pacini ritiene superfluo commentare tutto ciò mentre osserva  che autogol sia il richiamo alle indagini di Giraudo, visto che Giraudo è colui che più di ogni altro ha sostenuto (proprio sulla base delle sue indagini) che le bombe le mettevano i fascisti di Ordine Nuovo protetti dagli apparati.
[Completezza ed equilibrio dell'informazione impongono, ovviamente, di riferire anche la messa in guardia che Pacini ha avvertito il bisogno di fare per scongiurare le forzature di segno opposto].
Poi per carità, io ho già scritto più volte (per quello che vale la mia opinione) di quanto sia sbagliata l’equazione che associa tout court i fascisti agli stragisti e come non sia sostenibile l’idea (che è stata cara a parte della sinistra) di una regia unica che parte dalla Casa Bianca e arriva a Ordine Nuovo e il cui fine era attuare un colpo di Stato [opinione ampiamente condivisa dal sottoscritto]. D’altronde, è ormai abbastanza chiaro che, specie dopo le elezioni del maggio 1972, uno dei “problemi” che fu sul tavolo degli apparati era quello di impedire che continuasse lo smottamento di voti dalla Dc al Msi e che molto di “quello” che accadde dopo debba essere letto anche tenendo conto di ciò. Quelli erano anni di caos e instabilità dentro gli stessi movimenti di estrema destra. Con infiltrazioni, fratture, sovrapposizioni di gerarchie che spesso rendevano impossibile (anche agli stessi capi) un ferreo controllo dei militanti. E fu in questo contesto che i vari Fumagalli, Picone Chiodo, Gelli (sono solo esempi per rendere l’idea), riuscirono a pescare una manovalanza di giovani da mandare allo sbaraglio.
Ecco, su queste basi si può tranquillamente avviare una riflessione o perfino una revisione di quelle vicende, ma se si pretende di dimostrare che in Piazza della Loggia agirono le Brigate Rosse si finisce nel ridicolo. E non tanto perché “un compagno non può averlo fatto”, ma, appunto, perché si tratta di una pista grottesca e che, alla fine, si ritorcerà contro i suoi stessi sostenitori (pista Di Vittorio docet). Tempo fa con una bellissima lettera aperta Staiti di Cuddia aveva provato ad avviare il dibattito. Peccato che, finora, non sia servito a niente.

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