La vita e le opere di Giorgio Vale - <b>FascinAzione</b>

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venerdì 6 maggio 2011

La vita e le opere di Giorgio Vale

(umt)Il post di ieri sera sulla morte di Giorgio Vale non rendeva conto a pieno della sua figura. Rimedio subito pubblicando il ritratto dedicatogli nella prima edizione di Fascisteria.

Anche Giorgio Vale, l’ultima vittima della maledizione del cinque, proviene, come Francesca Mambro dall’attivismo di piazza ma senza esperienza nel Fronte: “the drake” è uno dei tanti pischelli che “nasce” con Lotta studentesca e “cresce” con TP. Ha compiuto da due mesi diciot­t’anni quando, per l’arresto di Nistri e Dimitri, si trova alla testa del nucleo operativo. Consapevole dei suoi limiti – qualità rara in un am­biente di gasati – e dell’inaffidabilità dei suoi capi (Fiore ed Adinolfi) sceglie di affidarsi a Valerio Fioravanti, riconoscen­done le indubbie qualità di leader. Una scelta che segnerà la sua breve vita. Mo­rirà a vent’anni e mezzo, molto probabilmente ammazzato dalla polizia anche se la versione ufficiale parla di suicidio. Il 5.5.82: la quinta vittima della maledi­zione non poteva che cadere di maggio. 
Mulatto, capelli neri crespi e carnagione olivastra, Vale può tranquilla­mente militare nei ranghi della destra radicale degli Anni ‘70. Il vangelo di quella generazione è “La disintegrazione del sistema” di Freda, an­cora lontano dei rigur­giti neorazzisti del Fronte nazionale degli anni ‘90, che al mito dell’Europa “vecchia baldracca, rotta a tutti i puttaneg­giamenti” contrappone “lo stile sobrio e spartano dei vietcong”. Vale è più volte fermato o identificato durante volantinaggi, ronde, pic­chetti e una volta è arrestato per rissa. Vice di Nistri, partecipa alla gam­bizzazione di Ugo­lini. Quando diventa responsabile del nucleo incrementa il finan­ziamento ille­gale sottraendosi al controllo di Fiore. Dopo poco più di un mese dalla “promozione” si fa coinvolgere nel­l’omicidio dell’agente Arnesano. Gli cade anche la pistola durante la fuga ma Valerio esprime un giudizio positivo della sua partecipazione. 
“A Roma – spiega un dirigente di TP – già esistevano rapporti di scam­bio di armi e di favori tra i vari gruppi operativi. Lui curava già i contatti, poi si ritrova improvvisamente privo di una figura carismatica che gli dice cosa fare e non ha la maturità per assumere un ruolo che non può essere ricoperto da Fiore. Vale sa benissimo che Robertino è un figlio di puttana, uno che lo usa, non il capo in cui avere fiducia. Saltata l’intermedia­zione di Nistri lui realizza il rapporto ve­ramente strumentale con i vertici di TP e diventa facile preda dell’acce­le­razione militarista di Fioravanti. Va a “fare” Arnesano per disarmarlo e si trova com­plice in un omicidio. E’ uno dei più co­scienti del fatto che è entrato in una situazione che non ha li­bera­mente determinato eppure una volta che ci sta la vive fino in fondo. In seguito dirà esplicitamente che Valerio uccide Ar­nesano per legarlo in un perverso patto di sangue”. 
Mette su una batteria di minorenni: Bel­sito, Ciavardini, Soderini. Rapinano la collezione di armi di un amico di Elena Venditti, figlia del cronista parlamentare di Paese Sera, fidanzata di Ciavar­dini e prima di Fiore. Le banche, con grande sfrontatezza, le scelgono sotto casa: la Banca d’A­merica e d’Italia di corso Trieste, con Ciavardini e due “bori”, i giovani malavitosi indipendenti; l’agenzia 36 del Credito Italiano; la BAI di Vigna Clara, un’altra rocca­forte di TP; il garage Italia, ancora al quar­tiere Trieste. Vale partecipa all’assalto al Giulio Ce­sare, un liceo dove ha svolto spesso attività poli­tica. È nel gruppo di fuoco con Valerio, Francesca e Cia­vardini, men­tre la co­pertura è assicurata da Cavallini, De Francisci e Rossi. Gli è affidato l’im­patto sull’a­gente isolato nel cortile mentre Valerio e Francesca si oc­cu­pano dei due uomini a bordo dell’auto civetta. Apre subito il fuoco su Man­freda che si è accorto dell’agguato e così salta il “processo” programmato col disar­mo della pattuglia: una leggenda urbana vuole che la vittima di Vale simpatizzasse per TP e che pur avendolo ricono­sciuto si sia rifiutato di farne il nome. È possibile che un po­liziotto in servizio fisso nel liceo più “nero” di Roma abbia riconosciuto un attivista scalmanato, dalle carat­teristiche fisionomiche spic­cate: e questo spiegherebbe la decisione di aprire il fuoco a freddo. Il resto sono solo boa­tos. Vale scappa con Ciavardini, ferito da un colpo di rimbalzo. I due cadono dalla ve­spa e si allontanano rapi­nando un taxi. Riprendono le rapine, si accentua il distacco da TP. Nei convulsi giorni che seguono la strage di Bologna si consuma la se­parazione definitiva. 
La ra­pina all’armeria Fabbrini è l’occa­sione per la definitiva fusione tra la banda Fio­ravanti e i pi­schelli di TP. Il rapporto di Vale con il movimento resta ambiguo: accusa Fiore di es­sersene scappato con la cassa ma fa sapere a Mangiameli che Valerio lo vuole am­mazzare. Parte­cipa al delitto ma vi è trascinato per i capelli. Intanto le sue capacità operative si affinano. Quando a Dario Ma­riani, un altro capozona di TP passato in clan­destinità, scippano un borsello con 17 milioni, i due eseguono in tre giorni due rapine per riparare il danno. Quando il 13 novem­bre incappa con Cristiano in un controllo dei carabinieri è lui a gui­dare il disarmo, facendo infilare al briga­diere la testa nel cofano poste­riore con un pretesto e poi saltandogli alla gola e puntandogli la pistola alla testa. Per avvalorare la pista di una strage organizzata dai ragazzini è coinvolto nel de­pi­staggio del Si­smi: sa­rebbe stato lui, se­condo la soffiata di Belmonte, ad acquistare i bi­glietti per i terro­risti stranieri che trasportano armi ed esplo­sivo sul treno Lecce–Bologna. Mentre gli “spioni” tramano ai suoi danni, la principale pre­occu­pa­zione di Vale è di punire i traditori. Si procura i verbali delle confessioni di Perucci, capocuib del quartiere Trieste, e li di­scute con Belsito. I due sono molto legati: due soldati disciplinati, di poche parole, con una forte atti­tudine all’azione. Belsito le conclusioni di quella lettura le trae in proprio: va da solo ad am­mazzare il “traditore” e scappa all’estero.
Vale resta in prima linea. Dedica le sue attenzione a un altro “infame”: quel Pizzari che è sospettato di avere “venduto” Nanni de Angelis e Ciavardini. Assiste dall’altro lato dell’argine alla sparatoria di Pa­dova in cui resta ferito Valerio ma si sgancia senza rendersi conto della situa­zione. Torna a Roma con Francesca e Gigi e per qualche mese vivacchiano di rapine. L’unica operazione tentata – l’attentato contro il funzionario della Di­gos considerato responsabile delle torture su Nanni – fallisce per una svista cla­morosa. L’inchiesta è svolta sul fratello, commissario della Mobile, che abita nel palazzo di Vale. Alla fine non se ne fa niente. Vale è sempre pre­sente nel gruppo di fuoco degli ultimi Nar, quello diretto da Alibrandi. E’ lui ad uc­cidere Pino De Luca sorpreso in casa sotto la doccia. Pur essendo un fa­natico di armi e un ottimo tiratore (“È incredibile Gior­gio – commenterà con un al­tro latitante Belsito – legge solo di armi, non l’ho mai vi­sto con un bel libro politico in mano, chessò di Hitler”) non ha un ruolo da protagonista negli attentati. 
Negli omicidi (Pizzari, Straullu) svolge compiti di staffetta e di autista, per restare al fianco di Francesca. Nelle rapine, dove è mag­giore il rischio di conflitti a fuoco, ha compiti di copertura, un ruolo che richiede freddezza ed esperienza. Questo è il suo ruolo nella rapina al gioielliere Marletta, un colpo miliardario che rappresenta la fusione tra i Nar e la banda di ex tippini che si è aggregata intorno alla personalità carismatica di Nistri, che ha conservato una forte in­fluenza sullo stesso Vale. La nuova banda passerà alla cronache giudiziarie come i NAR2, dal nome del maxiprocesso che ne ha giudicato le attività. Agli inizi di novembre i giornali danno grande risalto alla mancata cattura della Mam­bro e di Vale. La notte del 6 novembre i due se la sarebbero cavata ancora una volta, dopo un conflitto a fuoco tra la Pon­tina e la Laurentina. I poliziotti la raccontano così ai cronisti: una civetta della Digos incrocia alle 4 un’auto sospetta, rubata il giorno prima al Policli­nico, con tre persone a bordo, che essendosi accorte di essere seguite aprono il fuoco. Gli agenti rispondono con una raffica di mitra, bucando due ruote. Dei venti proiettili che attraversano l’abita­colo, fortunosamente solo uno colpisce alla spalla Vale che è al fianco del conducente. I tre ripiegano nella boscaglia, aprendosi la strada sparando e lasciano nel­l’auto una macchia di sangue. A togliere i dubbi tre giorni dopo un volantino: la sparatoria di Mostacciano è una trappola, per far uscire allo sco­perto parenti e amici di Vale e dare qualche trac­cia per la sua cattura. È il secondo anello di una lunga catena di lavori sporchi ai suoi danni. Il pomerig­gio del 4 marzo, secondo un rapporto dei carabinieri che pedinano gli avanguardisti Til­gher, Giorgi e Palladino, Vale lo avrebbe trascorso nei lo­cali della società di quest’ultimo, l’Odal I.
Tilgher smentirà sdegnosamente (“Vale, come si accerterà, era in quel momento a centinaia di chilometri di distanza”. La­scia perplessi un particolare: l’estensore del rapporto sostiene di aver riconosciuto Vale dalla pubblicata dopo la sparato­ria di piazza Irnerio del 5 marzo. È possi­bile che un sottuf­ficiale che in­daga sulla strage di Bologna non avesse mai visto la foto di un noto latitante rite­nuto pro­tagonista dell’operazione “terrore dei treni” (solo gli “spioni” del Su­persismi all’epoca sanno che Vale era vittima di un’operazione “sporca”)? Il giorno dopo, durante il conflitto a fuoco all’esterno della banca è Vale che sor­prende alle spalle l’agente Espa che ha aperto il fuoco sui rapinatori: lo colpisce e consente al commando di sganciarsi. Si allontana a piedi, spara una mitragliata su due poliziotti che lo scambiano per un collega (succederà an­cora il mese dopo: una vec­china vedendolo con un mitra in mano a pochi passi da una banca lo avverte che è in corso una rapina, lui la rassicura: aspetta i colleghi per bloccarli…), si ap­pro­pria di un’auto abbando­nata da un conducente terorizzato e poi a una pompa di ben­zina si fa dare le chiavi di una Alfa Romeo spac­ciandosi ancora per poliziotto. Qu­ando più tardi il medico lo avverte che solo un intervento chirurgico può salvare Francesca non ha dubbi e organizza il trasporto in ospedale. Re­sta fino all’ultimo di guardia vicino a Francesca di cui è profondamente innamorato per impedire un’ese­cuzione som­maria. Il giorno dopo telefona al “pischello” nel cui garage lei è stata sommariamente curata: è il suo ufficiale di collegamento. La polizia è già arrivata nella casa e il “ragazzino” cerca di far­glielo capire ma Giorgio da questo orecchio non ci sente e insiste: ci vediamo al metrò. Hanno un codice preciso, a se­condo del giorno è fissata una stazione per l’appuntamento. Chi controlla il telefono non ha il tempo di mobilitare molti uomini e così le pattuglie disseminate lungo la linea sono sparute. 
Vale è in compagnia di Nistri e di qualche altro camerata, nei pressi della fermata Furio Camillo. Li avverte: “Ho un appunta­mento, ci rivediamo qui tra mezz’ora”. Loro, rispettando le regole di sicurezza, si allontanano. Lui si avvia, si accorge dei poliziotti in attesa, ingaggia un conflitto a fuoco a freddo e si sgancia. Ovviamente “buca” il successivo appunta­mento. Nistri, preoccupato, aspetta più di un’ora poi telefona all’ANSA: “Hanno arrestato Vale”. Spera, divul­gando la notizia, di scongiurare lunghi soggiorni in Questura e rischi di torture: è un’altra delle misure di sicurezza che si sono dati per sopravvivere in quei giorni da lupi. La telefonista replica pronta: “Ha a che fare con la sparatoria di Furio Camillo?”. Nistri fa due più due e si convince che Vale è caduto in trappola. Quando “the drake” si presenta il giorno dopo all’appuntamento prefissato con l’aria serafica da vecchio professionista – “tutto a posto, ragazzi nessun problema” – gli viene voglia di strozzarlo: anche la mattina del 7 erano continuate le telefo­nate di minaccia, questa volta al Messaggero. I dietrologi ricameranno molto su questo equivoco banale. Per nulla supersti­zioso, il 5 aprile, Vale è ancora in azione: una rapina di rou­tine, a saltare il bancone i boys di Sordi, lui di copertura. Va tutto bene. Altre ra­pine, l’ultima il pomeriggio prima di morire, in una compagnia di assicurazione, per procu­rare tagliandi in bianco.

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