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Puschiavo e il camerata Matteo: il combattente e la Patria

dal blog di Piero Puschiavo

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere il mio pensiero su Matteo. Ho preferito aspettare, proprio per vedere le tante ipocrisie generali e soprattutto la scarsissima considerazione riscontrata negli ambienti riconducibili a quella "destra", convenzionalmente parlando, sempre più asseragliata in analisi metapolitiche, con conseguenti valutazioni lontane dalla realtà in cui si vive quotidianamente. Una domanda: cosa spinge un giovane ad arruolarsi nell’esercito e partire per le aree di guerra? Probabilmente, per molti, la risposta potrebbe essere di tipo economico, ma personalmente credo che, ad optare per il “pericolo” sia proprio lo spirito.
La morte di Matteo Miotto può, senza ulteriori analisi, essere ricondotta al suo spirito “interventista”, al suo concetto di Patria, così puro e così scevro da qualsiasi tipo di influenze.
Lo dimostrano le foto, i documenti, le testimonianze dei suoi più vicini commilitoni che lo conoscevano come un “ardito” mosso da un sincero amor patrio.
Che importa se si era in Afghanistan o in Iraq o chissà in quale paese sperduto del globo; dove esiste una postazione italiana, con tanto di bandiera sventolante, non la si può ignorare, ma la si deve difendere, nel bene e nella cattiva sorte.
Forse stiamo parlando di una guerra sbagliata, ma non possiamo parlare di scelta sbagliata, per un soldato che ha, nelle proprie vene, il sangue del combattente.
Si può pensare di tutto, ma non si può pensare che Matteo sia una vittima delle scelte governative. Un soldato del suo calibro se ne può infischiare del Presidente di turno, ma non della propria bandiera. C’è una foto che lo ritrae a bordo di un Lince con tanto di bandiera sabauda. Questa è la prova inconfutabile del grande patrimonio che l’Italia può vantare in alcuni, anche se sempre più rari, giovani patrioti che conoscono più la gloria della nostra storia e che, senza rinnegarla, come qualche “traditore” politico, trova ancora una causa per morire.
Non è difficile immaginare che Matteo vedeva solo la sua bandiera, da troppo tempo oltraggiata, da troppi anni non degnamente valorizzata, anteponendola pure alla propria famiglia, fidanzata o parente che sia.
La scelta di essere sepolto tra i soldati la dice tutta sul suo spirito. Un soldato non è un civile qualsiasi! Un soldato ha una uniforme, una divisa ben riconoscibile anche da lontano, un’espressione chiara e limpida, non barattabile con qualsiasi accomodamento di stampo borghese.
Posso, senza ricorrere in polemiche, attribuire a Matteo l’appellativo di “camerata”, nel suo pieno senso del termine, non unicamente politico, ma sicuramente differente da una massa che sta perdendo la propria identità di popolo.
Chi se ne frega di dove sono! Non posso vivere nella quiete borghese, ho bisogno di combattere…
Al suo funerale, i suoi amici hanno intonato una canzone intitolata “Il destino di un guerriero” (Ultima Frontiera). Anche questa è l’ulteriore conferma di un soldato che, di memoria dannunziana e jungheriana, ha raccolto il testimone di quel interventismo nazionalista che, al di là e al di sopra di qualsiasi esecutivo politico, ha “cacciato l’anima” nella “tempesta d’acciaio”.
Onore a te, Matteo!

2 commenti:

  1. Siamo all'imbecillità... Avanti tutta! Per gli Usa o per qualsiasi altro: l'importante è essere decerebrati col tricolore in mano e fieri di esserlo! Wow!

    AV

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  2. Vergogna Puschiavo, meglio il silenzio che lodare le guerre degli americani!

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