A proposito della strategia della tensione - <b>FascinAzione</b>

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domenica 16 gennaio 2011

A proposito della strategia della tensione

Poiché tra i lettori assidui di questo blog c'è anche chi, non avendo letto i miei libri (non è un dovere ma mi farebbe piacere), si ostina ad assimilarmi ai sostenitori della vulgata sulla strategia della tensione, ritengo sia il caso fissare qualche punto fermo. Pubblicando un paio di paragrafi di Fascisteria 2 (Sperling&Kupfer 2008). Qui potete leggere il secondo.
Per molti anni siamo stati sommersi dai tormentoni dietrologici, che arbitrariamente ricomponevano in un’unità metafisica - le membra sparse in quattro continenti, il cervello a Villa Wanda - quel dolente impasto di sangue merda e lacrime che va sotto il nome di “strategia della tensione” e di “eversione neofascista”. Un pilastro della teoria paranoide che ha finito per costituire un autentico mito incapacitante: l’idea malsana che la sinistra non è andata al governo per un complotto americano-sovietico-masso-fascio-brigatista-mafioso teso a fermare l’irresistibile avanzata del grande Partito comunista.
Poi ha finito per prevalere l’opinione che la P2 era prevalentemente un comitato d’affari e non l’“agenzia di stretta osservanza atlantica” di cui parlano gli esperti Cossiga e Pellegrino. L’ipotesi investigativa che responsabili di stragi e progetti golpisti siano stati in prima persona gli amerikani e i mercenari “neri” non ha superato il vaglio processuale. Ora c’è addirittura chi si spinge a sottolineare – applicando rigidamente la teoria del cui prodest – che le stragi dei primi anni ’70 siano state funzionali all’ingresso del Pci nella stanza dei bottoni. E’ la tesi, ad esempio, di uno dei leader della generazione di mezzo neofascista, Gabriele Adinolfi, ma anche di uno dei massimi scienziati politici italiani, Giorgio Galli, che così riassume lo scenario del terrorismo italiano dell’ epoca: “Mentre i servizi avevano agevolato il partito armato, la mafia imbocca la via dello stragismo che verrà attribuito al terrorismo nero, in un’ottica di minaccia degli ‘opposti estremismi’ contro i quali invocare ‘legge e ordine’ (…). Ma questa situazione non sposta l’opinone pubblica verso destra bensì verso sinistra, anche per l’evidenza di altri fattori come la corruzione” .
Essendo forti i rischi delle tentazioni semplificatrici, abbiamo deciso di resistere alla tendenza a fare - nomen est omen - di tutta l’erba un fascio, tenendo insieme gruppi neofascisti, sette esoteriche, massonerie deviate, cultori della magia nera, terroristi grigi, uomini degli apparati criminali e delle agenzie semilegali di Stato sotto il cappello magico della Cia. Il capogruppo del Pci nella commissione Anselmi delinea uno scenario in cui le relazioni di Sindona e Gelli costituiscono una connessione con uomini della mafia e della Cia. Figura esemplare di questi reseaux è il complice del finto sequestro del banchiere italo americano, Miceli Crimi: massone, mafioso e agente segreto americano . L’ipotesi del Pci-Pds-Ds è che un filo nero attraversi tutte le vicende repubblicane: per tenere le sinistre fuori dal governo hanno sistematicamente operato strutture paramilitari segrete, a direzione americana, in rapporto organico con mafia e massoneria. È la tesi cioè della democrazia bloccata e del doppio Stato, in cui però è forte un aspetto vittimistico e colpevolizzante. Per Galli invece “erano i conservatori italiani e in gran parte la Dc che non volevano le riforme e che negli anni ’70 temevano che esse potessero essere avviate grazie ai successi elettorali delle sinistre e in particolare del Pci. Per questo facevano balenare rischi di ‘golpe’, di fatto impraticabili, ma che tenevano a freno la sinistra: Nenni a metà degli anni ’60 come Berlinguer dieci anni dopo”. (1-continua)

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