Un mese maledetto/4: 5 dicembre 1981, la morte di Alibrandi - <b>FascinAzione</b>

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domenica 5 dicembre 2010

Un mese maledetto/4: 5 dicembre 1981, la morte di Alibrandi

Dicembre 1979, un mese maledetto, dicevamo. Vediamo, dopo la cattura di Dimitri e l'arresto di Sergio Calore come raccontavo in "Guerrieri", la morte, il 5 dicembre 1981, in un conflitto a fuoco da lui stesso scatenato, di Alessandro Alibrandi.
Alibrandi pensa di uscire dalla situazione di stallo prodotta dallo scontro sul volantino [di rivendicazione dell'omicidio del capitano Straullu e degli altri omicidi di "infami e profittatori": l'inserimento nell'elenco di Mangiameli, voluto dalla Mambro, aveva fatto infuriare Nistri, n.d.b.] con un’altra vendetta perso­nale: l’esecuzione dell’appun­tato «cattivo» dell’antiterrorismo che lo aveva “pestato” in questura.
Per l’oc­casione mette su un gruppo di fuoco di “libanesi”: Sordi e Belsito, già latitanti per omicidio e Ciro Lai, fratello del leader triestino del Fuan, deciso a passare in clandestinità. L’attentato è programmato proprio per verificare le sue capacità operative ma fallisce perché i tre si recano tardi a prenderlo nell’albergo dove ha dormito sotto falso nome. Decidono sul momento, per non sprecare la giornata, il disarmo di una pattuglia: sono le 12.30 del 5 dicembre 1981. Il quartetto bi­vacca su una panchina del Labaro, lungo la Flaminia. Alibrandi mangia man­darini quando una volante appena passata a lenta andatura inverte di colpo la mar­cia. Fa un rapido cenno d’intesa a Belsito, che tenta di dissuaderlo - un in­vito ad uc­cidere, racconterà Sordi - ed en­tra in azione senza guardarsi le spalle. Vorrebbe ripetere la mattanza di Milano ma la sua forzatura spiazza i complici. Lai e Sordi sono ancora in macchina poi il passaggio di un furgone impedisce la visuale quando “Alì” ingaggia il conflitto a fuoco, estrando la pistola da una busta di carta paglia. Il primo agente, D'Errico richiama l'attenzione dei colleghi, si getta dall'auto e si rifugia in un angolo della stazione ferroviaria. Il secondo, Barbuto ripara nell'area prospiciente il ristorante e apre il fuoco su Alibrandi. Sordi lo insegue, lo colpisce al fianco e alla gamba mentre urla a Lai di sparare con il mitra. Il debuttante va un po’ nel pallone: scende in ritardo, tira due colpi di pistola, comunque recupera l’arma lunga e la porta con sé. Il terzo, poliziotto, Capobianco, ferito ai polmoni non riesce ad abbandonare l'auto. Il capobanda, raggiunto alla testa da un colpo sparato alle spalle, resta a terra: si spegnerà in ospedale dopo poche ore. Belsito si mette alla guida della Volante abbandonata dopo aver gettato in strada l’agente moribondo Sordi, nonostante una ferita al gluteo, si allontana a bordo della 128 con cui erano giunti sul posto. Le armi e i documenti abbandonati offrono abbondanti tracce investigative: nel borsello di “Alì” c’è una delle Srcm trafugate con Valerio, a terra resta la Beretta 92 rapinata all'ambasciata araba e una 38 con matricola abrasa. Indosso gli trovano un caricatore con 20 cartucce calibro 9, due patenti (una intestata a un Walter’s boy, la banda personale di Sordi) e una carta di identità falsificate, tre tesserini di ufficiali di Finanza, con autorizzazione a girare in borghese e dieci moduli in bianco dello stesso tipo di documento, 15 foglietti manoscritti, due mazzi di chiavi, uno con la dicitura Casamaina Neve. I fuggitivi si recano sotto la casa di Spadavecchia, il braccio destro di Sordi, che mobilita gli altri boys. Sono tutti pischelli che vivono in famiglia ma la situazione è d’emergenza e non si può andare per il sottile. L’attendente convoca per telefono un altro dei ragazzini e si spostano tutti a casa di  quest’ultimo, per medicare il “capo”. Poi lui si allontana con Lai e Belsito in cerca di una soluzione mentre il fiancheggiatore, quando rientrano i genitori, si sposta con il ferito a casa della fidanzata. Qui lo raggiunge il numero due che ha almeno risolto il problema del pernottamento. Da un altro ragazzino della banda.

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