Dicembre 1979, un mese maledetto/2: L'arresto di Dimitri - <b>FascinAzione</b>

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domenica 5 dicembre 2010

Dicembre 1979, un mese maledetto/2: L'arresto di Dimitri

Dicembre 1979, un mese maledetto, dicevamo. Vediamo come lo raccontavo in "Guerrieri". 
Nel giro di poche settimane l’intera galassia della destra di confine, tra politica e lotta armata, è implosa. E così Valerio Fioravanti si troverà improvvisamente a passare da una situazione di rabbia e di disperazione  – isolato e senza armi per un colpo di mano degli “amici” –  alla possibilità di pescare nei principali gruppi dell’estrema destra romana, il Fuan, Tp e CLA, decapitati in rapida successione.  E potrà così lanciare il suo progetto strategico di liberazione delle “energie rivoluzionarie” che prevede la  si­stematica destrut­turazione dei gruppi or­ganizzati, passa attraverso la radicalizzazione dello scontro, il passaggio alla clandesti­nità, e mette capo alla pratica della lotta armata come unica dimensione dell’ini­ziativa politica

Il 5 dicembre è la volta di Pedretti tradito dalla codardia del palo, dopo un colpo alla Uno-a-erre di via Rattazzi. Una volante chiamata dal gioielliere riesce a bloccare il leader del Fuan-Nar mentre due complici riescono a fuggire con 100 milioni di bottino. La polizia si precipita a casa dell’arrestato, dove, in compagnia di Francesca Mambro – che è andata ad abitare dal fidanzato dopo il secondo attentato dinamitardo subito, per mettere al sicuro la famiglia – trova due camerati, che saranno poi arrestati nel blitz dopo la strage di Bologna. La decisione di Pedretti di arrendersi nonostante fosse ben armato gli procura il definitivo dileggio di Valerio che, immediatamente dopo litiga con Dimitri e Aronica per il cattivo uso fatto del bottino dell’assalto all’Omnia Sport e stringe i rapporti con Sergio Calore, che a sua volta è uscito dal carcere a metà novembre ed è deciso, dopo la defezione di Aleandri, ad assumere in prima persona la leadership anche del gruppo armato. L’11 dicembre, rapinando una gioielleria di Tivoli, debutta una coppia, Fioravanti&Cavallini, che lascerà un profondo segno nell’intera vicenda dello spontaneismo armato.
Tre giorni dopo tocca all’apparato militare di Tp. Peppe Dimitri la racconta così una quindicina di anni dopo: Stavamo trasferendo, in un seminterrato di via Alessandria, un bel po’ di armi, tutte frutto di rapine. Ci era saltato un covo e quello doveva essere un rifugio provvisorio. Il seminterrato stava nello stabile di un mio amico [Tilgher, n.d’a.], un posto che conoscevo bene.Ci andammo in tre e fummoscoperti in modo del tutto fortuito. Stavamo scaricando delle borse molto pesanti, piene di fucili. Tre poliziotti passarono lì per caso e ci scoprirono. Videro che portavamo su e giù queste borse e, all’inizio, pensarono che avessimo sequestrato qualcuno. Finimmo di scaricare, io uscii fuori e incontri questi tre. Stavano in borghese ma li riconobbi subito. Pensai: “Questi ci stanno aspettando”. E fu un errore gravissimo. In questi casi la tensione è tutto e io invece mi demoralizzai,mi scaricai. Ero convinto che ci avessero circondato. Poi loro mi fermarono e cominciarono a farmi delle domande molto generiche. Allora capii che non sapevano niente del covo, ma era troppo tardi. I poliziotti avevano notato che ero molto nervoso e non mi mollavano di un passo. Io invece avevo bisogno di spazio, almeno due o tre metri, per prendere la pistola che avevo nel borsello, assieme a una bomba a mano. Gli dissi: “Venite, vi accompagno”, cercando di prendere tempo. Ma loro capirono che c’era qualcosa che non andava, mi saltarono addosso e mi bloccarono. Io avevo già impugnato la pistola ma non ebbi il tempo di estrarla. Per fortuna, devo dirlo, altrimenti non so cosa sarebbe successo. I poliziotti, comunque, furono bravissimi e si comportarono molto civilmente con me. Con gli altri due ragazzi, invece, ci fu un conflitto a fuoco. Ma poi arrestarono anche loro.
Diversa la valutazione del tribunale di Roma sulla dinamica dell’arresto: in primo grado Dimitri viene condannato a nove anni mentre Roberto Nistri e Alessandro Montani se la cavano con un anno e dieci mesi. Tra le carte che vengono trovate addosso al leader di Tp c’è anche un rapporto sul Kgb in Europa, destinato alla pubblicazione su Confidentiel, diretta dal padre di Adriano Tilgher, il piduista Mario, e spedita a numerose personalità tra cui Licio Gelli. Si tratta di un trimestrale di politica, strategia e conflitti, con redazioni in Spagna (il responsabile è Ernest “Bicio” Milà, proconsole iberico di Delle Chiaie) e in Francia, ma distribuita anche in America Latina. Ed è stato proprio "Caccola" a consegnare pochi giorni prima a Dimitri, in un incontro a Parigi, il rapporto che dimostra buone frequentazioni con ambienti dello spionaggio antisovietico. La stessa rivista è l’evidente strumento, riciclato e adattato alla svolta “antifascista” del governo invisibile a metà anni Settanta, del vecchio progetto interventista di offrirsi come “corpi scelti”  per la lotta anticomunista. Un’ipotesi che fa a pugni, evidentemente, con le spinte rivoluzionarie e sovversive della nuova generazione militante. Un altro foglietto trovato nelle tasche di Dimitri farà a lungo ricamare i dietrologi: il numero criptato di un camerata di Latina viene erroneamente attribuito a una linea telefonica riservata del numero 2 del Sismi, il generale Pietro Musumeci.
La redazione di Confidentiel è ospitata nello stesso palazzo, negli uffici della compagnia di assicurazione di Tilgher e altri camerati. Proprietaria dei locali, come dello scantinato-arsenale, è un’immobiliare, il cui patri­monio è amministrato da un avvocato ex avanguardista. Una società connessa possiede i locali di via della Panetteria affittati per ospitare la redazione di Terza posizione, il giornale del gruppo. An­che chi, come Adinolfi, per anni ha contestato lo stile di lavoro di questo milieu, che spregiudicatamente ha frequentato servizi segreti e apparati militari di tre continenti, di­fende la figura di Dimitri, per quello che ha rappre­sentato per una generazione del neofascismo rivoluzionario a Roma: Peppe era una figura esem­plare a li­vello di piazza e di comportamenti, una persona che si assumeva l’impegno per miglio­rarsi e per mettersi costan­temente alla prova ed è stato per anni il punto di riferimento fisico di quasi tutta la piazza ro­mana. 

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