Bari: una storia nera - 2 - <b>FascinAzione</b>

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sabato 10 luglio 2010

Bari: una storia nera - 2

L’omicida di Benedetto Petrone proviene dai ranghi di Avanguardia nazionale. In quel periodo ricompare a improvvisamente a Bari. Pino Piccolo è un personaggio strano, un classico del “who is who” nero. Letteralmente matto, colto, buon picchiatore, in odore di infamia al processo di AN a Roma, anche se ave­va fatto crol­lare le accuse con­tro il nucleo ba­rese.

Ho fatto parte di Avanguardia nazionale dal 1971 al 1973. Quindi sono uscito dal movimento e ho cercato di introdurmi nell’orga­niz­zazione anarchica pugliese per fare opera di provocazione; lo stesso ho fatto con Lotta Continua. Nel 1975 mi sono convertito al marxismo e mi sono iscritto al Fronte della Gioventù per fare opera di provocazione nei confronti della de­stra. Durante la mia mi­litanza in AN ho partecipato a diversi episodi di violenza. Parte­ci­pai a una spedizione puni­tiva ordinata da Giorgio O. Nei gruppi di si­nistra pas­sai dietro ordine di Giovanni M. Nel 1975, con Antonio Vincenzo G. e Dino A. ten­tai una rapina a un ben­zi­naio. Recen­temente mi sono iscritto al Msi dietro con­siglio di Antonio Fiore, il quale però ignorava la mia conversione al marxismo
 Il santuario di AN è Mola, 12 chilometri a sud di Bari, dove il ca­po Antonio Fiore mantiene un rigido controllo su 200 mili­tanti. Fiore è un fede­lissimo di Delle Chiaie, ha parteci­pato al viaggio in Grecia della Pa­squa del 1968, ed è accusato del tentato omici­dio, nel 1972, di un militante di Lotta Continua, Moccia, particolarmente inviso ai notabili lo­cali della Dc. La con­versione a sinistra non aveva impedito a Piccolo l’arresto per una rissa da­vanti a una scuola, unico fascista, insieme a tre compagni. Dopo il processo, Piccolo si fa vedere per un breve periodo in “piazza rossa”, poi scompare (manicomio? un’altra vita?), per riapparire in un periodo di scontri quoti­diani. Dà il suo contributo a mantenere alta la tensione, aggirandosi di sera per accoltellare compagni. Alcuni giorni prima di ucci­dere Petrone (nella foto tratta da Repubblica a sinistra è il primo in basso a destra e si riconosco i giovanissimi Giordano e Vendola) nello scontro da­vanti al Comune – racconterà qualcuno – Piccolo passa davanti all’AP15, accappatoio e cia­batte, un lungo coltello da cucina, farneticando di “dover uccidere i rossi”. Qualcuno lo aveva già ferito in sca­ramucce – riconoscerà poi qualche compagno – ma tutti mili­tanti che gli erano andati addosso volonta­ria­mente, e che si curarono da dottori privati. Verità o leggenda metropolitana che sia si arriva al morto, il diciottenne Benedetto Petrone, un contrabbandiere politicizzato di Bari vecchia, il centro storico rosso e proletario. Non uno minorato dalla zoppìa, come raccontò la stampa, ma neanche un coatto armato di pistola (fatta scomparire dai por­tantini rossi dopo l’o­micidio) come dichiararono i coimputati di Piccolo. Due settimane prima Pe­trone era sfuggito, scappando, a un agguato della squadraccia dell’AP15 e chi lo inseguì assicura che se fosse stato armato avrebbe avuto tutto il tempo di sfi­lare la pistola per difen­dersi. Racconta poi un coimputato che Pic­colo dopo aver ucciso Petrone passa per una pale­stra di arti mar­ziali gestita da un malavitoso a ritirare un “pacchetto di polvere bianca”. Poiché Piccolo e chi l’ha aiutato sono della zona cen­tro, il pm Magrone, che sta indagando sulle attività del­l’AP15, im­ba­sti­sce un processo bis, politico, che mette as­sieme Piccolo (latitante), i coimpu­tati, gli accusati di un at­tentato al partito ra­dicale, tre dirigenti dell’ AP15. Le accuse vanno dalla ricostruzione del PNF a una doz­zina di reati vari. Magrone mischia così due bande to­talmente estra­nee e non può provare legami orga­nici tali da tenere il pro­cesso dato che l’o­micidio è oggetto di un procedi­mento specifico. Non si rende conto che l’establishment cittadino ri­fiuta que­sto tipo di processo. 
“Da noi – ironizza Di Cagno – non esiste il terro­rismo, il banditismo poli­tico, la rivolta giovanile vio­lenta: sono piezz’ e core, sono figli di mammà che giocano e fanno danni”. Il processo per direttissima si risolve in una pagliacciata. 
Il pm lascia conti­nua­mente trasbordare la sua pas­sione antifascista (nel 1994 è eletto deputato progressista). La mo­bilita­zione permanente dei compagni che fanno casino in aula in­dispettisce il pre­sidente, uno della vecchia guardia, convinto che pestaggi e blocchi stra­dali in corte d’assise stonano. Gli imputati, molti figli di papà, tre minorenni, ve­stono in giacca e cravatta. Fi­nisce tutto a tarallucci e vino, con pene va­rianti tra un anno e otto mesi (per Mo­dola e Crocitto) e un anno per i minorenni per “attività fascista” per sei impu­tati: i tre leader del­l’AP15 (Modola, Di Cagno e Crocitto), un coimputato di Pic­colo, ac­cusato dell’attentato al partito radicale e altri due giovani mis­sini, (la madre di uno dei due, vedova a 50 anni di un sottufficiale del­l’Esercito, si suicida du­rante la sua deten­zione). Piccolo e i suoi complici sono assolti, come Luciano Bof­foli, una brillante carriera da squadri­sta (50 denunce per ag­gres­sione), un piede nel Msi, un altro in AN. Il vago compromesso tirato fuori dal cilindro del codice è stron­cato anni dopo in appello. Ma il pro­cesso ottiene il risultato di deviare l’attenzione di Magrone dal processo contro un gruppo di fasci che controllavano le bi­sche clande­stine. Un giro di af­fari superiore al miliardo giusti­fica il durissimo trattamento ri­servato a una banda di coatti di Bari vecchia che cerca di entrare nel lu­croso mercato della protezione. Sono spazzati via in pochi mesi a colpi di sparatorie, ar­resti e una campagna di stampa assai incisiva. La re­altà del Msi barese non è fatta solo di mazzieri e banditi. Ci sono boss della mala come i fratelli Miti­tiero, To­nino e Gino “il drogato” che frequentano il Msi, ma il partito ha una base di massa nella piccola borghesia ur­bana, negli ampi strati po­polari che hanno no­stalgia per quanto di buono ha fatto per la città il mini­stro fasci­sta Arialdo di Crollalanza, poi a lungo parlamentare missino. A finan­ziare il partito ci sono industriali di spicco come i pastai Di Vella e commer­cianti di grido come Trione. 
Dopo il blitz della magistratura la Questura aveva chiuso, invocando la legge sui covi, l’AP15. Tre mesi dopo i camerati sono tutti fuori. Il processo per l’omicidio di Petrone e il feri­mento di un altro gio­vane co­munista si svolge solo nel 1981, dopo l’arresto in Germania e l’estradi­zione di Piccolo. I fian­cheg­gia­tori, personaggi di qualche peso che orbi­tano intorno alla fe­derazione del Msi (nei cui locali era stato ospitato Piccolo dopo il delitto) sono condannati a pene irriso­rie. L'uomo di fi­ducia del fede­rale, già assolto nel processo politico se la cava con 18 mesi. Carlo M. è l’u­nico che bissa la con­danna (anche per lui 18 mesi). Un diri­gente del Fronte Luigi P., ac­cusato di aver par­tecipato al­l’aggressione, se la cava con sei mesi. I due minorenni, già assolti nel primo processo, sono amnistiati. Piccolo è l’unico colpevole per l’omicidio e il tentato omici­dio. Alterna crisi para­noidi e autolesioniste ma è mantenuto nel circuito dei carceri speciali. Qu­ando non è troppo depresso scende al passeggio. Tutto sporco, coperto di cicatrici, alcune fresche per i tagli che si procura sistematicamente. Tra un deli­rante proclama an­ti­comunista e l’altro, ai camerati che non si fanno impres­sionare dall’aspetto orri­bile e sono disposti ad ascoltarlo rac­conta la sua sto­ria: è stato contattato, uti­lizzato, spedito in Germania dagli “amici degli amici”. Lì, per sfuggire a una lati­tanza di fame, lavorando in mi­niera invece di fruire dei soldi del narcotraffico su cui si erano but­tati i suoi boss, si è sganciato. Per lo scippo di una vec­chia a Ber­lino, è “bevuto”, man­dato subito giù e condannato a morire in galera. Letteral­mente: perché rie­sce, alla fine, a impiccarsi a Spoleto. 

(2-continua).


3 commenti:

  1. Gentile Tassinari, lei sostiene nel presenta articolo che uno dei dirigenti locali di AN, il così detto "gin fizz", è stato collaboratore dei carabinieri. E' un'affermazione che avevo già letto in uno dei suoi libri dove, se non ricordo male, lo stesso veniva definito "confidente" dell'Arma.

    Trattandosi di un'accusa di una certa importanza, è possibile sapere in base a quali elementi oggettivi lei è portato a sostenere questa tesi?

    Cordiali Saluti,
    Sandro.

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  2. Lei dice un mucchio di cazzate...Si trovi informatori attendibili o taccia.

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  3. Leggo soltanto oggi il commento di Sandro. Le notizie sul personaggio in questione, come per tutti i fatti di cronaca minuta, sono state ricavate da notizie di agenzia e di stampa.
    Quanto all'anonimo, è sicuro che io abbia scritto delle cazzate. Ci mancherebbe. E' per questo che mi faccio un punto d'onore di sottoporre a rettifica tutto quello che ho scritto. Sulle vicende di Bari, in particolare, io stesso ho segnalato il problema della parzialità delle mie fonti e della necessità di integrarle per una storia più completa ed organica.
    Mi hanno anche contattato via email un paio di protagonisti delle vicende di quegli anni, ma alla dichiarata volontà di offrirmi il contributo della loro memoria per correggere il tiro non hanno fatto ancora seguito informazioni utili a rettificare errori, imprecisioni e parzialità.
    Io resto in fiduciosa attesa.

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