Header Ads


Tritolo e Spätzle. La strategia della tensione in Alto Adige

Una nota di Massimiliano Griner sul romanzo di esordio di Francesca Melandri

La questione alto-atesina, che ha tanta parte nello stravolgere le vite dei protagonisti di Eva dorme, il bel romanzo d’esordio di Francesca Melandri, è un fenomeno tuttora poco conosciuto, e di cui è stato scritto pochissimo.
Una rara eccezione è Martiri invisibili di Mauro Minniti che al fenomeno guarda con occhi da italiano che vive in una regione ormai a statuto speciale, ma è indubbio che il contributo di Melandri rimanga il più importante. La storia inizia quando l’Italia, vinta la prima guerra mondiale, annette il sud Tirolo, zona etnicamente tedesca, volendone fare un cuscinetto difensivo contro l’Austria. Durante il fascismo il regime decide quindi di italianizzare la regione, sia favorendo l’immigrazione di italiani – che passano da meno di diecimila nel primo dopoguerra a oltre centomila nel secondo –, sia espellendo gli autoctoni che non prendono cittadinanza italiana (sono quasi 70.000 a trasferirsi nel terzo Reich). Per chi resta vengono imposti divieti odiosi, come parlare tedesco, mentre i toponimi originari vengono sostituiti con derivati dall’italiano.
Nel dopoguerra l’Austria non riesce a farsi restituire il Sud Tirolo, e anche se il fascismo è caduto, il trattamento iniquo nei confronti degli altoatesini nella sostanza non cambia. Non è quindi un caso se nel ‘56 il malcontento pone le condizioni per la nascita di un fronte di Liberazione locale, il BAS (Befreiungsauschuss Südtirol), il cui fine conclamato è la riannessione della regione all’Austria. Cominciano a svettare figure come Luis Amplatz, a Bolzano, e Georg Klotz, che più tardi diventerà noto come il martellatore della Val Passiria a causa della sua predilezione per il tritolo. Infatti, per dimostrare che non scherzano, nel ‘57 gli oltranzisti del BAS fanno saltare in aria la tomba del senatore Ettore Tolomei, l'ideatore della toponomastica italiana durante il fascismo. Il BAS mostra però tutta la sua forza e la sua potenzialità la notte del 12 giugno 1961, con un’ondata di attentati rimasta nota come “notte dei fuochi”. La prima esplosione avviene a Bolzano all'una di notte. Poi, nelle ore successive, le bombe mietono manciate di tralicci dell’alta tensione, lasciando il capoluogo al buio. Alcune cariche per fortuna non scoppiano. Una ad alto potenziale viene individuata nei pressi di una diga: se fosse esplosa, avrebbe provocato un disastro.
Seguono anni di attentati, rappresaglie, militarizzazione del territorio con la costituzione ad hoc di un corpo speciale dei carabinieri, che non si vedeva all’opera dai tempi del contrasto alla banda di Salvatore Giuliano. Un’escalation che ha un bilancio finale impressionante: 400 attentati, quindici caduti tra le forze dell’ordine, e due civili innocenti. L’episodio più grave avviene il 9 settembre del ’66 nei pressi di Malga Sasso, non lontano dal Brennero, quando i separatisti fanno saltare in arma una casermetta della guardia di finanza, uccidendo tre militari. I membri del BAS godono dell’appoggio dei servizi segreti austriaci, che non rimangono a guardare, ma giocano la loro partita favorendo gli oltranzisti, e fomentando gruppi di ultras neonazisti, il cui fanatismo è molto utile alla causa.
Oggi sappiamo che la risposta italiana fu molto spregiudicata, e non si limitò a trattare la faccenda come un caso criminale. Fino a Malga Sasso, l’irridentismo non costituiva una minaccia sufficiente perché lo stato potesse giustificare una dura repressione. Si optò quindi per trascinarlo su posizioni più estreme, lasciando mani libere agli elementi più estremisti e agli attentatori. E non si può escludere, anche se non vi è prova, che in alcuni casi siano stati i servizi segreti italiani a compiere alcuni attentati dimostrativi, per poi attribuirli agli irridentisti.
Ne è prova il caso il caso del generale Beolchini, comandante del IV corpo d’Armata di stanza a Bolzano. Qualche tempo prima della “notte dei fuochi” Beolchini aveva segnalato ai servizi segreti di allora, il SIFAR, che qualcosa di grosso bolliva in pentola. Il SIFAR però non era intervenuto, e l’ondata di attentati si era puntualmente realizzata. In compenso Beolchini era stato destituito e inviato in altra sede.
Un altro episodio inquietante avvenne la notte del 7 settembre di quel 1964 a Malga Saltusio, in Alta Val Passiria, a due passi dal confine con l’Austria, quando in un casolare fu ucciso a colpi di pistola Luis Amplatz e gravemente ferito George Klotz, che riuscì a sfuggire e in seguito a espatriare. A sparare fu con ogni probabilità l’allora ventiduenne Christian Kerbler, un confidente dei servizi italiani infiltrato tra gli estremisti del BAS. Quella stessa notte Kerbler si consegnò alle forze dell’ordine che stavano facendo una battuta nella zona ma poi riuscì a fuggire, questa la versione ufficiale, lanciandosi dalla camionetta che lo stava portando a Bolzano. A quanto sembra troverà sicuro rifugio in Libano.
Oggi nessuno ha più dubbi che quella di Malga Saltusio fu una vera e propria trappola, frutto di un’operazione congiunta di polizia e carabinieri, non diversa da quella che aveva portato alla cattura, da morto, di Salvatore Giuliano. Inoltre viene fatto rilevare, non a torto, che se era stato possibile infiltrare Kerbler per assassinare i capi del BAS, sarebbe stato possibile infiltrare altri agenti per prevenire efficacemente episodi attacchi sanguinosi come quello alla casermetta della Guardia di Finanza.
In questo quadro di violenza, e di graduale scomparsa delle più elementari norme del diritto, accaddero anche episodi estremamente gravi o che avrebbero potuto diventarlo. In Eva dorme è narrato l’episodio della mancata rappresaglia di Montassilone, il 13 settembre 1964, in val Pusteria. In seguito all’omicidio di un carabiniere, gli abitanti del borgo rischiarono di essere fucilati per ordine di un colonnello dell’arma che aveva perso la testa. L’eccidio fu evitato grazie a un suo sottoposto, un tenente colonnello che si rifiutò di obbedire all’ordine illegale, e che in seguito ne patì le conseguenze a livello di carriera.
Nel romanzo di Melandri l’ordine di eseguire la rappresaglia è attribuito al generale De Lorenzo, all’epoca comandante dell’arma dei carabinieri, ma è difficile credere a questa ipotesi. Se la strage fosse stata compiuta sarebbe stato uno straordinario strumento propagandistico nelle mani degli austriacanti, e per quanto De Lorenzo potesse essere spregiudicato nella gestione dell’Arma, certo non era né stupido né improvvido.
È invece indubbio che in Alto Adige si fecero le ossa molti personaggi che torneranno in scena quando la strategia della tensione assumerà una valenza nazionale. Non solo numerosi uomini chiave dei servizi segreti che negli anni successivi verranno indagati per il loro comportamento ambiguo, ma anche membri della pubblica sicurezza, come quel Russomanno dell’Ufficio Affari Riservati sospettato di aver impostato la pista anarchica dopo la strage di piazza Fontana, o il futuro capo dell’ufficio politico di Padova Molino, sospettato di favoreggiamento nei confronti della cellula neonazista di Franco Freda. Nel “laboratorio” dell’Alto Adige di quegli anni, attirati dall’atmosfera satura di tensione, muovono i primi passi anche figure di primo piano dell’estremismo neofascista, come Carlo Fumagalli, fondatore del misterioso Movimento di Azione Rivoluzionaria, l’ex repubblichino Eugenio Rizzato coinvolto nella congiura della Rosa dei Venti, e altri esponenti di Ordine Nuovo sospettati, in seguito, di aver giocato un qualche ruolo nella strage di piazza Fontana.
(c) Secolo d'Italia. Il testo è abbinato alla recensione del romanzo Eva dorme a cura di Roberto Alfatti Appetiti

Nessun commento:

Powered by Blogger.