Alcune considerazioni in margine al documentario L’uomo che sapeva tutto
di Alessandro Smerilli
I guai giudiziari di Federico Umberto D’Amato sono cominciati piuttosto tardi, quando si era già dileguato nell’aldilà. Per questo motivo non ha avuto diritto ad avere un avvocato difensore, nemmeno uno straccio di avvocato d’ufficio che non si nega a nessuno.
Allora mi è venuta voglia di assumere personalmente la sua difesa e di autonominarmi suo avvocato, l’ Avvocato del Diavolo.
A un certo punto, l’avvocato generale Nicola Proto mostra il cosiddetto Documento Bologna sottolineando il punto in cui “𝙨𝙞 𝙡𝙚𝙜𝙜𝙚 𝙍𝙀𝙇𝘼𝙕.𝙕𝘼𝙁𝙁 850.000 𝙙𝙤𝙡𝙡𝙖𝙧𝙞”. In realtà non è sicurissimo che si tratti di dollari, c’è solo la cifra senza specificazioni. Proseguendo, la voce fuori campo nel documentario afferma perentoriamente che Licio Gelli
“ 𝙣𝙚𝙡 𝘿𝙤𝙘𝙪𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝘽𝙤𝙡𝙤𝙜𝙣𝙖 𝙖𝙣𝙣𝙤𝙩𝙖 : 850.000 𝙙𝙤𝙡𝙡𝙖𝙧𝙞 𝙫𝙚𝙣𝙜𝙤𝙣𝙤 𝙫𝙚𝙧𝙨𝙖𝙩𝙞 𝙖 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙐𝙢𝙗𝙚𝙧𝙩𝙤 𝘿’𝘼𝙢𝙖𝙩𝙤 𝙘𝙖𝙥𝙤 𝙐𝙛𝙛𝙞𝙘𝙞𝙤 𝙖𝙛𝙛𝙖𝙧𝙞 𝙧𝙞𝙨𝙚𝙧𝙫𝙖𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙡 𝙈𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙚𝙧𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙣𝙤”.
E no signori, mi dispiace ma nel documento Bologna non c’è scritto questo, c’è solo: RELAZ.ZAFF 850.000, Federico Umberto D’Amato. non è affatto citato da Licio Gelli.
Come è stato possibile dunque operare una identificazione così impegnativa? Lo spiega subito dopo Paolo Morando tirando fuori una spezia particolarmente amata da D’Amato, lo zafferano, costituente fondamentale di un antica ricetta di Marsiglia, città in cui nacque alle quattro del mattino del 4 giugno 1919 da una ragazza madre di professione “femme de chambre” di nome Christine Godio di cui prese il cognome: Godio Frederic Humbert che divenne D’Amato Federico Umberto quando, anni dopo, Christine sposò un poliziotto che faceva di cognome D’Amato e nel 1919 prestava servizio a Genova, sergente non ancora smobilitato in una “sudicia fureria” a detta del tenente Eugenio Montale, anch’egli distaccato nel medesimo ufficio.
Non si sa quando Federico Umberto iniziò a esercitare il vezzo di firmarsi con la d del cognome acquisito minuscola rivendicando origini nobiliari. Non fu l’unica sua vanteria. È riuscito a far credere a fior di storici di essersi fatto paracadutare durante la guerra dagli americani nel nord Italia, oltre le linee tedesche, per prendere contatto con i capi della Repubblica sociale e convincerli a collaborare. Studi recenti del mio amico V.A. hanno accertato che non mise mai il naso a nord di Roma, figuriamoci poi lanciandosi col paracadute dietro le linee tedesche.
In sovrappiù è riuscito a rivendersi anche come giovane poliziotto di eccezionale bravura che nel giorno immediatamente successivo a quello dell’entrata degli americani a Roma consegna loro liste di agenti nazifascisti che consentono di smantellare l’intera rete del sud Italia che lui avrebbe trafugato ai nazisti correndo gravi rischi. In realtà, in questo documento
(da cui mancano poche irrilevanti righe finali) datato 12 agosto 1944 , c’è la summa dei servizi resi agli americani dal giovane vicecommissario di Castro Pretorio, ivi imboscato dal padre anch’egli poliziotto per evitargli il servizio militare. Il padre a quei tempi era carceriere di vip antifascisti a San Gregorio al Celio (tra essi Luchino Visconti) e consegnò almeno uno dei suoi prigionieri, Salvatore Canalis, latinista, ai tedeschi che ne avevano bisogno per le Fosse ardeatine. Si adeguò celermente al nuovo regime.
Il figlio Federico Umberto denunciò una sedicente contessa “ripetutamente menzionata dalla radio Bari e Nettuno” di importanza minima e in seguito altri 16 nominativi già noti ai vari servizi alleati e ai resti del Sim (poi divenuto Sifar poi Sid eccetera) anch’esso collaborante. Il famoso Angleton, ufficiale dell’Oss divenuta in seguito Cia, giunge a Roma solo a novembre e gli rilascia un encomio per i suoi servigi (trattasi di un diploma prestampato di quelli distribuiti con una certa larghezza). D’Amato ha sempre rivendicato, assecondato dagli “storici” che è riuscito a turlupinare anche una medaglia di eccezionale importanza ricevuta dagli americani. Si tratta in realtà di una bronze star per meriti civili, meno importante della bronze star per meriti militari rilasciata ai due golpisti del 1974 Sogno e Fumagalli.
Il pur non precisissimo Peter Tompkins in L’altra Resistenza. La Liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Rizzoli, Roma 1995 dà un’altra versione tirando in ballo Francesco Cornacchia, un ufficiale italiano aggregato alle truppe tedesche ufficialmente come interprete che interrogato con rudezza dai due capi dell'Oss a Roma, Berding e Robinson e minacciato di esecuzione immediata “infine confessò, dando la lista degli stay – behind!
Essi portarono agli altri.
Furono tutti arrestati da un giovane commissario di polizia, Federico Umberto D ‘ Amato, figlio di uno degli agenti segreti dell’ OVRA di Mussolini... Astutamente, D’Amato usò questo risultato per ingraziarsi il successore di Berding, James Jesus Angleton, divenendo così un elemento prezioso e una guida in Italia per l’OSS, e poi per la CIA , per quasi tutto il mezzo secolo seguente.”
L’antica ricetta marsigliese era quella della bouillabaisse i cui elementi chiave sono i seguenti:
• Pesce: Scorfano, gallinella, san pietro, coda di rospo, grongio.
• Aromi: Zafferano, finocchio, aglio, cipolla, pomodori, scorza d’arancia.
• Servizio: Brodo e pesce possono essere serviti separatamente o insieme, accompagnati da pane tostato con rouille (maionese con aglio, peperoncino e zafferano).
• Metodo: Soffriggere le verdure, aggiungere il pesce, coprire con acqua e cuocere velocemente (circa 15-20 minuti).
Consiglio: Una vera bouillabaisse richiede pesci freschissimi e non dovrebbe mai essere riscaldata.
Come si vede lo zafferano è fondamentale, e malgrado altre testimonianze affermino che D’Amato preferisse un piatto di carne al pesce, gli è rimasto attaccato addosso come la fuliggine a uno spazzacamino.
Ci sarebbe comunque un altro elemento oltre allo zafferano che inchioderebbe D’Amato: un documento detto Memoria con l’indicazione di un paio di bonifici di Gelli su un conto corrente denominato “Federico” e secondo l’accusa “certamente” indirizzato a D’Amato. Peccato che non sia stato trovato alcun conto corrente suo su cui sia stato possibile riscontrare i bonifici di Licio Gelli perché, dice l’accusa, “𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙥𝙖𝙨𝙨𝙖𝙩𝙞 𝙤𝙡𝙩𝙧𝙚 40 𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙧𝙞𝙪𝙨𝙘𝙞𝙩𝙞 𝙖𝙙 𝙖𝙘𝙦𝙪𝙞𝙨𝙞𝙧𝙚 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞 𝙙𝙤𝙘𝙪𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞”. Mah.
Questa difficoltà non ha scoraggiato gli inquirenti che con una operazione a ritroso si sono messi a fare i conti in tasca a D’Amato, per vedere se il suo stipendio giustificava il suo tenore di vita elevato. Ma D’Amato era uno spione che aveva gestito per decenni fondi riservati del suo ufficio che casualmente si chiamava degli affari riservati e le pietre preziose grezze regalate insieme alla tenuta in Toscana e alla Porsche alla seconda moglie (matrimonio durato poco, il tempo di farsi spennare) potrebbero avere un’origine diversa dai presunti bonifici di Licio Gelli e provenire invece, ahimè, dalle tasche dei contribuenti.
1987, l’allora giovane giornalista Edoardo Raspelli (quello dello zafferano e della bouillabaisse del documentario di oggi) critica il suo ex socio. Al suo fianco il produttore cinematografico Leo Pescarolo rincara la dose paragonando D’Amato (min 11: 50 del filmato di Raiplay) a quel tale che non conoscendo le donne pensa che il primo mignottone da angiporto incontrato nottetempo sia “la donna”.
Tre anni prima, nel 1984 il vedovo D’Amato si era risposato con la signora Guidi alla quale aveva regalato una Porsche, pietre preziose grezze e una tenuta in Toscana. Qualche anno dopo D’Amato scriverà una lettera al suo legale (chiamandolo informalmente mon cher ami) e nominando erede universale la sua badante Gallo, e se la ex moglie fiata guai a lei. Chissà perché.
Lo spezzone del documentario stralciato e pubblicato sopra mostra tre uomini che entrano nel portone dell’abitazione di D’Amato da poco deceduto per eseguire la perquisizione ordinata dal giudice Mastelloni suscitando la protesta amara della sua erede universale Esterina Antonella Gallo, deceduta anch’ella prematuramente pochi anni dopo. In quella circostanza furono rinvenute tre cartelle dattiloscritte che hanno suscitato la curiosità del presidente Caruso al processo Bellini per la strage alla stazione di Bologna.
Il giudice in aula ha affermato : 𝙐𝙣 𝙚𝙥𝙞𝙨𝙤𝙙𝙞𝙤 𝙢𝙤𝙡𝙩𝙤 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙚𝙨𝙨𝙖𝙣𝙩𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙞𝙜𝙣𝙤𝙧𝙖𝙫𝙤: 𝙘𝙞 𝙨𝙖𝙧𝙚𝙗𝙗𝙚 𝙨𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙪𝙣 𝙢𝙖𝙣𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝘿’𝘼𝙢𝙖𝙩𝙤 𝙖 𝙪𝙣 𝙡𝙚𝙖𝙙𝙚𝙧 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙤 𝙙𝙞 𝙨𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙖 𝙖 𝙛𝙖𝙧𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙨𝙚𝙧𝙞𝙚 𝙙𝙞 𝙤𝙢𝙞𝙘𝙞𝙙𝙞𝙞 𝙙𝙞 𝙚𝙨𝙥𝙤𝙣𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙞 𝙉𝙖𝙥. 𝘾𝙤𝙨𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙚𝙧𝙢𝙖𝙩𝙖.
Ha chiesto quindi l’acquisizione del libro di uno storico che aveva pubblicato le notizie spacciate per “inedite” dei rapporti amichevoli tra il famigerato capo dell’Ufficio Affari Riservati e Adriano Sofri. Dal libro acquisito a Bologna:
𝙎𝙞𝙜𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖𝙩𝙞𝙫𝙚 𝙞𝙣𝙛𝙤𝙧𝙢𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙞𝙣𝙚𝙙𝙞𝙩𝙚, 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙖𝙫𝙞𝙖, 𝙡𝙚 𝙥𝙤𝙨𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙧𝙞𝙘𝙖𝙫𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙖 𝙖𝙡𝙘𝙪𝙣𝙞 𝙖𝙥𝙥𝙪𝙣𝙩𝙞 𝙖𝙪𝙩𝙤𝙗𝙞𝙤𝙜𝙧𝙖𝙛𝙞𝙘𝙞 𝙘𝙝𝙚 𝘿’𝘼𝙢𝙖𝙩𝙤 𝙨𝙩𝙖𝙫𝙖 𝙨𝙘𝙧𝙞𝙫𝙚𝙣𝙙𝙤 𝙥𝙤𝙘𝙝𝙞 𝙢𝙚𝙨𝙞 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙢𝙤𝙧𝙩𝙚 (𝙖𝙫𝙫𝙚𝙣𝙪𝙩𝙖 𝙞𝙡 1 𝙖𝙜𝙤𝙨𝙩𝙤 1996) 𝙚 𝙙𝙖𝙞 𝙦𝙪𝙖𝙡𝙞 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙖 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙣𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙩𝙧𝙖𝙧𝙧𝙚 𝙪𝙣 𝙡𝙞𝙗𝙧𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙞 𝙨𝙖𝙧𝙚𝙗𝙗𝙚 𝙙𝙤𝙫𝙪𝙩𝙤 𝙞𝙣𝙩𝙞𝙩𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚: «𝙈𝙚𝙢𝙤𝙧𝙞𝙚 𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤𝙢𝙚𝙢𝙤𝙧𝙞𝙚 𝙙𝙞 𝙪𝙣 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙖 𝙧𝙞𝙥𝙤𝙨𝙤»
Le informazioni non erano inedite perché tratte da una semplice bozza peraltro parziale di una vecchia intervista (vedi parte evidenziata) rilasciata dall’all’imputato defunto Federico Umberto D’Amato all’imputato defunto Mario Tedeschi.
Nessuna memoria e tantomeno contromemoria evidentemente solo minacciate dal prefetto quando era ancora in vita. L’intervista integrale era stata pubblicata nel numero del 31 gennaio 1993 di una agenzia denominata Cronache della Disinformazione (vicina a il Borghese e diretta per l’appunto da Mario Tedeschi tramite prestanome) ed era passata inosservata.
La notizia inebriante inzuppata di Cognac era quella (evidenziata in rosa) che ha mandato molti anni dopo in sollucchero una quantità di giornalisti e storici poco informati. L’intervista a D’Amato, probabilmente sollecitata da lui stesso, era finalizzata alla messa in atto di una sorta di difesa preventiva nella preoccupazione che si stesse addensando anche sulla sua testa la tempesta che si era appena abbattuta su quella del disgraziato Bruno Contrada. In questo D’Amato è stato fortunato, l’hanno incastrato post mortem. Morte sua, di Tedeschi, di Gelli e di Ortolani.
Nel novembre 1995 Sofri e gli altri subirono il terzo processo di appello. D’Amato era ancora vivo e aveva scritto delle bevute due anni prima ma a nessuno venne in mente di chiamarlo a testimoniare. Più darsi che sarebbe potuta venir fuori la ”fonte Como”, l’informatore collocato dai servizi segreti molto prossimo alla dirigenza milanese di Lotta Continua le cui informative ai tempi dell’assassinio del commissario Calabresi furono dolosamente occultate dai servizi (e probabilmente distrutte). L’unica spiegazione logica è che scagionassero Lotta Continua anche se il colonnello Giraudo che studiò con acribìa le carte e si accorse del “varco informativo” cioè della loro mancanza in un momento cruciale ne dette una spiegazione fantascientifica che Adriano Sofri commentò così :
Strada facendo, pensatori di questa fatta, cui non bastava credere che Lotta Continua avesse ucciso Calabresi, si sono spinti a sostenere che Lotta Continua, “manovali di sinistra”, l’avesse fatto su commissione degli Affari Riservati, “menti di destra”: “derivative assassination”. Assassini e fessi completi, anarchici e Lotta Continua.
Qui sotto la foto (sbagliata) della presunta automobile regalata da D’Amato alla seconda ed effimera moglie. È ritratta una Triumph, lui le regalò una Porsche.













Nessun commento: