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Catania come Bari... Reale ragiona sul memoir di Rovella


CATANIA COME BARI.....fino ad un certo punto, però (scheda di “mezza lettura”, anche biografica) Devo dire che "Più forte del fuoco", l'autobiografia di Francesco Rovella, ordinovista catanese, mi è proprio piaciuta, al punto che, quando sono a pag.180 (su 280) mi azzardo a scrivere queste due righe. Alla prima parte quella “carceraria”, che è un vero pugno nello stomaco, seguono “tranquille” paginette di ricordi adolescenziali, nelle quali ho trovato molti ricordi autobiografici. 
Le (disordinate) partite a pallone con gli amici, la scoperta di una (timida) sessualità, con le prime avventurette (Cristina, ancora me la ricordo, dopo oltre 50 anni), il “Diario Balilla” (nascosto ai miei ed esibito, sul banco, a scuola), il biliardo, dove, come Rovella, ero un campioncino di “boccette” (ed anche di ping pong, mentre una schiappa con la stecca e il calcio-balilla) e, nelle salette retrostanti, iniziavo la mia carriera di “pokerista”, che sarebbe proseguita a lungo. E poi? Poi arriva la passione politica....e qui l’identificazione col giovane Francesco è totale, nonostante qualche anno in più (a mio sfavore) e Bari non fosse Catania. 
Ma il “cuore in gola” col quale lui saliva le scale di via 20 Settembre per “iscriversi” è lo stesso mio di quando, il giorno dopo un comizio conclusosi con qualche incidente, credetti fosse arrivata per me –sedicenne- l’ora di “fare il mio dovere” e imboccai le buie scale di via Cairoli. E se, quella prima sera, un coltello volante diretto alla porta-bersaglio diede a lui il benvenuto, non potrò mai dimenticare quel ragazzetto della mia età che, minaccioso, brandiva un coltellino (da boy scout !) rammaricandosi di non essere riuscito a collaudarlo, al corteo del giorno prima, nel corpo a corpo con un poliziotto incazzato. Parole, in gran parte solo parole. 
Lo avrei scoperto ben presto tra una partita a scacchi e l’altra (e una scacchiera c’era anche nella sede dei Volontari catanesi) col camerata dello stesso mio Liceo classico, che molti anni dopo, avrei trovato prefatore e traduttore di Ibsen, oltre che fratello di una firma di punta de “L’Espresso”. Aldilà degli atteggiamenti, c’era, in quei miei coetanei, la stessa “bonarietà difficile da descrivere e un modo di fare che traspirava generosità e sincerità” dei “Volontari” catanesi. Questo per i comportamenti, ma lo stesso valeva per le idee. 
A Bari come a Catania, la paventata contestazione simil-milanese dei “cinesi” ai signori in frac e dame in pelliccia che andavano all’inaugurazione della stagione sinfonica, ci lasciò indifferenti, con nessuna tentazione di essere “guardie bianche”. Leggo e mi ricordo il fantastico corteo per Joan Palach, affollatissimo come mai prima e nemmeno dopo, con tutte le scuole cittadine che sfilavano dietro il tricolore della “Giovane Italia”....a Bari come a Catania. “L’Orologio” arrivava anche da noi, ed era letto avidamente. 
Quel giorno, alla Sapienza, a “sgomberare gli stracci rossi” c’ero anch’io (Rovella no, e forse aveva ragione lui), ma ebbi subito qualche dubbio che risolsi, all’uscita, stravaccandomi nello studio di Michelini, a Quattro Fontane, a vedere i tg che riferivano del’accaduto, in attesa della ripartenza del pullman che ci aveva portato nella Capitale. 
A Bari “Volontari” e rautiani non ci sono mai stati. Graduatorie di coraggio erano fuori luogo, in un ambiente che, almeno sino al 1972, di “pericoli” ne conosceva pochi e viveva nella scia di passate glorie, e il Partito, “paciosamente” controllato da De Marzio e Tatarella, garantiva libertà di idee a tutti (il mio primo volantino, firmato “Giovane Italia” era una specie di panegirico del Che, in occasione della sua morte). 
Certo, anche i nostri 25 aprile erano “agitati”, come quelli catanesi....poi cominciarono ad esserlo anche i 28, con la rituale “Messa”, ed allora capimmo che qualcosa stava cambiando. Il punto di svolta fu Piazza Fontana, non solo per la “perdita dell’innocenza” della sinistra, della quale tanto si parla, ma anche per ciò che provocò nel neofascismo. 
Nessuno mai credette allora (e io nemmeno oggi) che a mettere quelle bombe siano stati i “fascisti”, ma quelle bombe ci diedero consapevolezza di uno scontro che “qualcuno” voleva alzare di livello, per i suoi sporchi interessi. A cadere nella trappola furono per primi i nostri “dirimpettai”, con le mobilitazioni a raffica (a Bari, le “settimane di mobilitazione antifascista”) contro il “fascismo stragista”, che provocarono la reazione di chi non voleva cedere all’inferiorità numerica e all’isolamento persecutorio di politica, stampa, forze dell’ordine e magistratura. 
C’è molto altro che mi è familiare nel libro di Rovella: i campeggi più “parascoutistici” che “paramilitari”, la fissazione “più antiamericana che anticomunista”, la partecipazione-sfida alle assemblee nei licei e nelle facoltà “rosse”, la fascinazione di “Lotta di popolo” (fui amico del quasi-conterraneo Leucio Miele), i professori “di destra” che, per evitare accuse di faziosità, si mostravano “servili con gli studenti di sinistra e durissimi con quelli di destra” (in primo Liceo fui rimandato, solo in Chimica, da un professore che si atteggiava a fascistissimo, e che, per di più, sapeva come la pensavo), gli autentici proletari (e anche “sotto”) che si presentavano in Federazione solo “quando serviva”, i comizi in piazze di paese ostili, popolate da contadini dai visi duri e cotti dal sole e mani che sembravano pale da forno, lo spartiacque rappresentato dal fascismo (che pure tutti consideravamo “finito”). 
A questo punto, mi fermo, anche se il libro continua con il racconto delle disavventure giudiziarie (e non solo) dell’A, ormai passato a Ordine Nuovo. Di questo, magari, un’altra volta. La strada del modesto militante missino barese che ero, prese allora un’altra direzione rispetto a quella di Rovella. Fedele alla mia convinzione che i destini degli uomini sono il più delle volte affidat.i al caso (e la volontà “dà solo una mano”), ciò dipese in gran parte dal fatto che, come ho già detto, a Bari non c’è mai stato Ordine Nuovo (nessuno dei due) e sono mancati personaggi “caratteristici” come Benito Paolone e i tanti minori citati nel libro. 
Non me la sento di escludere, però, anche una differenza caratteriale di fondo tra me e Rovella....è mancata la “controprova” di quelle esperienza carceraria dalle quale eravamo partiti. E, in realtà, essa fa la differenza...e non di poco.
Giacinto Reale

Né destra né sinistra: alla ricerca di una nuova posizione

Il fatto era che non ci andava bene l’etichetta di destra. e veramente in cosa eravamo ancora di destra noi? Odiavamo il capitalismo, l’America, gli imperialismi, i borghesi, non avevamo né Dio, né patria. Arrivammo a pensare che anche la famiglia, il matrimonio, sarebbero stati per noi solo che impedimenti al nostro dovere di rivoluzionari.
L’unica cosa che ci faceva discutere in merito, con posizioni divergenti, era l’insegnamento di Evola che non amava assolutamente questi nostri atteggiamenti sinistrorsi, per lui la Destra aveva il compito di salvaguardare la Tradizione dalla sovversione. Già, la Tradizione. Noi però ci sentivamo soldati politici, monaci guerrieri, fedeli ai valori della Tradizione, nuovi cavalieri in lotta contro le forze del male, però dei tempi nostri e quindi, la divisione destra sinistra, già allora ci pareva superata e, come Freda scriveva in Disintegrazione del sistema, eravamo più vicini ad un combattente sudamericano che ad uno sporco borghese italiota.
Fatto sta che questa continuo essere di destra e di sinistra ma comunque né più di destra, né mai di sinistra, era diventata la nostra fissazione e questo nuovo profilo da costruire, a questo nuovo modello di militante, alla definizione di questa nuova coscienza rivoluzionaria dedicammo i nostri sforzi e il nostro operato, persino i nostri scherzi e le nostre bevute. Così sostituimmo dio, patria e famiglia, con dei, patrie e famiglie al plurale.
Dei perché ci sentivamo pagani e non monoteisti, patrie perché la nostra non era più l’Italia ma i vari paesi in cui ci si batteva per la sovranità nazionale e infine famiglie perché ci piaceva immaginare una comunità con le nostre leggi, i nostri valori, dove vivere e crescere insieme i nostri figli tenendo come modello ideale i clan gaelici. Il giorno che Giordano venne a vedere la sede che ci eravamo permessi grazie al suo operato, ci fu quasi una tragedia.
Lui era comunque un vecchio fascista abituato a trovarsi in sedi dove abbondavano i busti del Duce, i manifesti della Repubblica Sociale, i manifesti patriottardi del MSI, i labari, i gagliardetti. Quando entrò nella prima stanza e vide i Fedayn già masticò amaro, poi rimase a bocca aperta entrando in reggenza dove campeggiava la foto del Che. Divenne paonazzo in viso e cominciò ad urlare che eravamo diventati tutti pazzi, che ci avrebbe fatto interrompere ogni finanziamento.
Meno male che ci voleva troppo bene e, alla fine, vedendo che noi ci guardavamo con il riso negli occhi pur cercando di non essere irrispettosi, decifrò la cosa come una nostra voglia di stupire, come una provocazione ad un ambiente stantio come in realtà era l’ambiente di destra che si trascinava nel tempo gli stessi miti. Insomma si ricompose ritrovando anche lui un contegno.
Quando gli comunicammo che sotto di noi, al secondo piano, c’era una casa di appuntamenti con delle prosperose ragazzone che incontrandole per le scale ti facevano il verso di entrare da loro, la circostanza comica fece sparire l’arrabbiatura iniziale. “Beh - disse - se sotto ci sono le puttane, vuol dire che questa è proprio la sede giusta per voi. Insomma finì a ridere con il racconto dei piccoli aneddoti riguardanti le signorine e la sede fu salva.
Francesco Rovella

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