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13 marzo 1975: l'aggressione vile ed omicida a Sergio Ramelli

di Igor Colombo 

La Milano degli anni settanta non era solo la capitale commerciale d’Italia, il centro industriale del Paese, la città del traffico e dello smog, dei tifosi dell’Inter e del Milan, era anche e soprattutto un fulcro di passione politica ed ideologica intensa. Sentimenti di rivalsa, ribellione, attivismo, militanza praticata da tanti giovani per la maggior parte studenti e tra questi spiccava la figura di un ragazzo ospite fisso in quegli anni di molti giornali e riviste, il suo nome era Mario Capanna. Un ragazzo alto, bianco in volto e molto magro che dal suo liceo classico si fece sempre più conoscere e si impose nel panorama militante antagonista in quegli anni divenendo capo del movimento studentesco di estrema sinistra e poi segretario di Democrazia Proletaria. E proprio in quegli anni cresceva l’odio radicale di anarchici e comunisti contro l’altra parte biologicamente avversa i fascisti, padroni a Milano di Piazza San Babila. Negli ambienti scolastici che si verificavano poi gli episodi più macabri e cruenti , con protagonisti i Katanga ,studenti anarchici e comunisti, di cui Mario Capanna ne era capo e leader indiscusso, ragazzi che giocavano a fare i rivoluzionari e gli anti-sistema ma che poi da quello stesso sistema erano coccolati ed accolti. Nelle imprese di questa gente che si intreccia la storia di un giovane ragazzo milanese, diciannove anni ancora da compiere, magro , capellone,figlio di un commerciante , il suo nome Sergio Ramelli, studente del quinto anno nel 1975 al Molinari. Questo istituto era feudo delle frange estremiste rosse, come Avanguardia Operaia e Lotta Continua e per un ragazzo come Ramelli, ideologicamente sposato dalla parte opposta, era davvero dura vivere. Sergio militava nel Fronte della Gioventù missina, non era un violento, non era un picchiatore, era semplicemente un militante che si limitava ad attaccare manifesti del partito ed a fare qualche volantinaggio. Sergio Ramelli era stato individuato al Molinari proprio dai Katanga, che lo presero di mira e cominciarono a minacciarlo. Lui aveva paura ma non ci pensava minimamente a fuggire, era coraggioso e credeva in quel che faceva, e le scritte che in seguito vedeva impresse sui muri “ Ramelli fascista sei il primo della lista” lo preoccupavano ma non lo facevano certo desistere. Era un giovedi quel 13 marzo quando Sergio verso le tredici rientrava a casa, aveva appena chiuso con il lucchetto il suo motorino e dall’angolo della strada spuntarono un gruppo di sette persone che lo aggredirono. Prima di lui suo fratello qualche settimana precedente era stato malmenato, i rossi lo avevano scambiato per Sergio. Quel giorno però la teppaglia rossa non si presentò a mani nude, con loro le chiavi inglesi , le hazet 36 da cui ne avevano ricavato anche un motto “hazet 36 fascista dove sei”. Il gruppo cominciò a malmenare il povero Sergio fino a lasciarlo esangue a terra, gli spaccarono il cranio. Sergio fu ricoverato di urgenza al Policlinico e fu operato, cinque ore di intervento per ricostruirgli una parte della calotta cranica. Nei giorni seguenti sembrò riprendersi cominciando a pronunciare qualche parola. Gli chiesero se avesse riconosciuto i suoi aggressori ma lui rispose di no. Andando avanti coi giorni che passarono le condizioni di Sergio peggiorarono e dopo quarantasette giorni morì il 29 aprile. Dopo qualche settimana gli inquirenti individuarono gli assalitori di Ramelli, grazie ad alcune testimonianze. Era gente che faceva parte del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia, I katanga appunto. Cinque finirono in carcere ed altri furono arrestati in seguito per altri pestaggi. Passata quella stagione di passione e violenza, orami adulti gli assassini si inserirono perfettamente nella società ed in quel sistema che gli stessi dicevano di odiare e combattere, alcuni di loro diventarono medici. Intanto anche il loro capo , Mario Capanna aveva fatto la sua bella carriera , da rivoluzionario extraparlamentare a parlamentare italiano ed europeo. Questa la storia di chi si è avvalso dello slogan non rimasto tale che “uccidere un fascista non è reato”. Chi credeva negli ideali di lotta e di Patria per quelli è morto , per tutti gli altri dalla mano assassina , si sono aperte le strade della carriera politica e professionale, in una società che è sempre stata intrisa di ipocrisia e di odio politico.

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