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21 gennaio 1971: continua la sfida del "boia di Albenga" alle guardie


L'omicidio (o suicidio?) di Carla Gruber da parte del suo amante, Luciano Luberti, già condannato per collaborazionismo con i tedeschi e noto come "il boia di Albenga" è uno dei delitti che hanno infiammato le cronache giudiziarie negli anni di piombo. Alla fine è prevalsa la tesi del delitto passionale, ma la sentenza ha riconosciuto l'impunibilità per infermità mentale. Certo, a prescindere dalle idee e dalle pratiche politiche, uno che si conserva per tre mesi il cadavere dell'amante uccisa (o suicida) trasformandone il letto di morte in un altare devozionale, bene con la testa non sta. Ad ogni modo la sua latitanza durata due anni anni ha ancora animato le cronache per il suo gusto della sfida e della beffa. Come questo articolo dell'Unità, da me trovato per sbaglio (cercavo materiali per il centenario del Pci e quindi ho scavato nel numero del 50enario, il 21 gennaio 1971), testimonia, il suo talento situazionista (era pazzo, come certificato dal professor Semerari, non scemo) merita di essere raccontato. Torneremo presto sul delitto e sulla storia 'politica' di Luberti

Fiori sulla tomba della sua vittima. interviste alla stampa, minacce all'avvocato e ai giornalisti: lo show  di Luciano Luberti, il boia di Albenga. continua da un anno, senza che la polizia riesca a rintracciare il pericoloso criminale. Eppure molti sostengono di averlo visto passeggiare nella zona di piazza Risorgimento. a due passi dal Vaticano. 

Qualcuno afferma che lunedi 1'assassino è andato nel reparto israelitico del Verano per deporre rose rosse sulla lapide di Carla Gruber. la donna che il Luberti uccise. Secondo la ricostruzione della polizia. la notte del 18 gennaio 1970 nel corridoio di un attico in via Pallavicini, al Portuense, conservandone poi in casa, per tre mesi, il cadavere. «Attenzione, presto mi faro vivo", ha scritto il delinquente fascista a macchina su un biglietto spedito all'avvocato Giorgio Mollica, il legale di Mario Buzzarini, il marito della Gruber. l'«adorata signora» del Luberti. E' questa solo l'ultima di una serie di minacce che il "boia di Albenga" ha fatto al penalista: quest'ultimo, di recente, è stato costretto a chiedere alla questura la licenza del porto d'armi per difesa personale. 

Luberti ha promesso di vendicarsi anche contro alcuni giornalisti che a più riprese hanno raccontato la sua vicenda. Inoltre a\vrebbe avvertito la polizia di tenersi alia larga, perché non si arrenderebbe senza spargere sangue. "Io morirò. ma molti agenti saranno ammazzati se tenterete di arrestarmi», pare che abbia detto Luberti, che va in giro sempre armato con la pistola sotto la giacca e un mitra a canna mozza [clamorosa l'ignoranza balistica del cronista dell'Unità, ndb]. Qualche tempo fa. il "boia di Albenga », che in un suo libercolo si è vantato di aver assassinate 200 partigiani, si è anche sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica per farsi ricostruire la parte inferiore del viso. Di recente si è fatto fotografare da un settimanale in un atteggiamento spavaldo, mostrando la pistola. e con il volte coperto fino al naso. E' quindi chiaro che qualcuno dei suoi camerati lo nasconde. lo protegge, gli fornisce i soldi e gli procura le armi. 

Per i poliziotti non dovrebbe essere difficile seguire qualcuna delle numerose tracce che Luberti dissemina tutti i giorni. Le piste sono tante; si tratta solo di mettersi seriamente al lavoro. Ma la questura non sembra impegnarsi a fondo per scovare dal suo nascondiglio il delinquente. Perché? Le «amicizie» del «boia di Albenga», sono, dunque. cosi potenti? 

Eppure contro Luberti il giudice istruttore Tranfò ha spiccato un regolare mandate di cattura per omicidio, occultamento di cadavere e detenzione di armi da guerra. Cosa si aspetta ad eseguirlo? Che Luberti colpisca, uccida ancora, si vendichi dei presunti nemici? L'allucinante storia di questo squallido personaggio testimonia che la violenza. l'assassinio sono gli unici miti per cui vive Luciano Luberti. 49 anni, che si definisce ragioniere e pubblicista. 

Nel 1946 fu condannato a morte. mediante "fucilazione alla schiena", da un tribunale che lo ritenne colpevole di numerosi crimini commessi nella zona di Albenga con la divisa della «Wehrmacht», l'esercito tedesco. La pena venne poi commutata nel carcere a vita. Ma un'amnistia nel 1953 lo salvò anche dalla galera. Luberti tuttavia è sempre rimasto un delinquente. Uscito dal carcere. incomincio a lavorare come tecnico pubblicitario di un'impresa diretta da suoi compari di destra. Prendeva, sostiene, uno stipendio di un milione e mezzo al mese, e prese a scrivere libri in cui si esaltava il razzismo, lo sterminio dei deboli, il nazismo. Ecco qualche titolo: «L'ebreo e il nazista», «Israele», «I camerati»: in queste pubblicazioni sono esposte le sue aberranti teorie. Poi ha conosciuto Carla Gruber: una relazione tempestosa. Secondo alcuni la donna stava per lasciare Luberti: era delusa, costretta a cambiare casa spesso per sfuggire al marito al quale aveva sottratto i quattro figli: Marina di 10 anni, Francesco di 8 anni, Giancarlo di 7 anni, Marina di 1 anno. Sconvolto dal fatto che la sua signora stava per abbandonarlo il «boia» avrebbe deciso il delitto. Ne addossò poi la colpa agli altri, al marito delta donna, al suo avvocato, ai suoi «nemici». Ma qualunque sia la motiva zione psicologica della tragedia della casa-tomba di via Pallavicini. resta il fatto che una donna è stata brutalmente assassinata e il suo assassino (i poliziotti e il magistrato sono convinti della colpevolezza del Luberti) gira ancora indisturbato per la citta. armato, protetto dalle sue conoscenze, accarezzando folli sogni di vendetta. E' un fatto che non può più essere tollerato.

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