17 settembre 1970, il giorno nero di Reggio: ucciso un dimostrante, muore di infarto un brigadiere - <b>FascinAzione</b>

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giovedì 17 settembre 2020

17 settembre 1970, il giorno nero di Reggio: ucciso un dimostrante, muore di infarto un brigadiere

 

 La situazione a Reggio è precipitata: la città è in rivolta, un civile è stato ucciso, altri tre feriti, un carabiniere è stato gravemente colpito ad un occhio. Un brigadiere di Ps, Vincenzo Curigliano, 47 anni, è morto di infarto durante l'assalto notturno alla Questura. Il capo del comitato d'azione, Francesco Franco, detto Ciccio, è stato arrestato. Imponenti rinforzi di polizia affluiscono nella città per via aerea con i vagoni volanti. Dovunque divampano incendi, alcuni sobborghi sono in mano ai rivoltosi. Le campane della città suonano a distesa. A tarda notte ancora non si riesce a sapere chi abbia sparato ed ucciso. C'è chi dice che siano stati i dimostranti, altri sostengono che è stata la polizia. 

All'ultima ora pare verosimile questa versione: il carabiniere Giuseppe Morabito, 21 anni, insieme con altri coUeghi cercava di disperdere i dimostranti che volevano impedire ai vigili del fuoco di spegnere un incendio. Da diverse parti sono stati sparati colpi di fucile e uno lo ha raggiunto all'occhio. Intanto in una zona vicina 3 carabinieri erano stati isolati dai rivoltosi e aggrediti: per salvarsi hanno sparato alcuni colpi. 

In questa circostanza è morta Angelo Campanella, 43 anni, padre di 7 figli e già condannato per aver ucciso un compagno di lavoro; mentre sono stati feriti Franco Pacchiano, Lorenzo Massimino, Filippo Palumbo. Dalle 23 la questura è circondata da una massa di dimostranti che sparano colpi di arma da fuoco e lanciano bombe Molotov. La polizia non risponde. Un commissario tre agenti ed un civile sono feriti. Sono stati saccheggiati due negozi di armi, uno a Sbarre Inferiore e uno in piazza Carmine presso il Duomo. 

A Gallico, nei pressi di Reggio, c'è stato uno scoppio sotto un ponte che passa sul torrente Scacciotti. Pare che siano sospese le comunicazioni ferroviarie. La giornata era stata calma, il fulcro della tensione è a Sbarre Inferiore, oltre il torrente Calopinace. Un ponte è in mano alla polizia che l'ha conquistato questa mattina. Di là dal ponte, a lato del quartiere, c'è lo scalo ferroviario. 

Da stasera alle 19 questo scalo è in fiamme, si alza una enorme colonna di fumo, non si sa che cos'è che brucia, forse depositi, forse locomotori. Non è possibile arrivarci, il terreno oltre il ponte è controllato dai dimostranti. Non si può superare il torrente perché stamattina gli agenti hanno spalato la sabbi ain un punto in cui non c'era il cemento solidificato ed hanno aperto un varco per la larghezza di una macchina. Qualche automobile passa. Alle 19,30 siamo passati anche noi, accompagnati da un collega che parla il dialetto e che a Sbarre Inferiore ha degli amici. Ma non è stato possibile andare più avanti di 500 metri, pur facendo una complicata gimkana attraverso le strade che tagliano perpendicolarmente il quartiere, per superare decine e decine di sbarramenti. 

Più ci si avvicina allo scalo merci, più queste costruzioni diventano alte. A un certo punto ci siamo trovati sbarrata la strada da un gruppo di giovani dimostranti, tutti armati di bottiglie incendiarie e con il viso coperto da calze femminili. La nostra auto, di noleggio, era targata Napoli e uno dei dimostranti vedendo che eravamo forestieri stava per lanciarci contro la sua bottiglia. Il nostro collega ha gridato in dialetto reggino e l'ha fermato in tempo. « Non vogliamo che vengano i pompieri, ha detto un giovane, là deve bruciare tutto. Stanotte sarà una notte d'inferno. Abbiamo dei feriti, una bimba colpita da un candelotto, è grave; altri bambini sono intossicati». 

Sulla sponda destra del Calopinace, vicino al ponte, è schierata la polizia, sulla sponda sinistra, a ottanta metri di distanza, sono schierati i dimostranti. Stanno anche in piedi sul parapetto. Per tutta la giornata hanno lanciato insulti, palline di piombo con le fionde, sassi e pietre. Tirano i corpi con¬ tundenti servendosi di balestre rudimentali. Ieri sera ne ò stata sequestrata una che era sul sagrato del duomo: è costituita da un cavalletto di ferro alto più di un metro a cui è fissata una striscia di camera d'aria d'auto che funge da potente elastico. Quando i poliziotti sparano i candelotti lacrimogeni, 1 dimostranti si precipitano ad afferrarli per spegnerli nelle bacinelle d'acqua. Di fronte al ponte c'è il corso Galilei. 

Per tutta la giornata lo si è visto fitto di gente. La scorsa notte i dimostranti hanno cercato di attaccare la federazione comunista salendo sul tetto della chiesa degli Ottimati che è adiacente alla sede; hanno rotto vetri nel palazzo della Sip, hanno cercato di appiccare il fuoco all'agenzia di Borgo San Pietro della Cassa di Risparmio di Calabria I e Lucania; a Reggio Campi, ; nella zona collinare della citI tà, sono state bruciate quat| tro automobili. 

Nella giornata di oggi un altro luogo di disordini oltre Sbarre Inferiore, è stato il quartiere di S. Caterina, a nord della città: ci sono parecchi posti di blocco, ma sono vie non importanti: i dimostranti e i celerini si fronteggiano staticamente, qualche insulto, qualche lancio di pietra, qualche candelotto lacrimogeno. Appeso ad un segnale stradale c'è un cartello con la scritta: «Basta con le pietre, è ora di passare alle armi». Si dice che oggi pomeriggio alle 15,30 abbia funzionato per la prima volta una stazione radio clandestina capace di un raggio d'azione di 700 chilometri. 

Per mezz'ora, ad intervalli di cinque minuti, avrebbe diffuso, sulle onde corte, questo messaggio: «Reggini, calabresi, italiani. Questa è la trasmissione della radio libera di Reggio. La resistenza di Reggio continuerà fino alla vittoria. L'ingiustizia e il sopruso della mafia politica e dei baroni rossi non prevarranno. Italiani, comprendete lo spirito di questa battaglia che è anche una battaglia italiana ». L'emittente sarebbe un residuato bellico tedesco. Oggi pare abbia trasmesso da un pontone nello stretto di Messina. 

Alle 20,30, subito dopo aver appreso la notizia del tragico incidente, ci siamo recati in questura per apprendere particolari. Il questore dott. Santino ci ha fatto entrare nel proprio ufficio mentre stava cercando anch'egli di appurare come si erano svolti i fatti. Ha interrogato diversi ufficiali e sottufficiali della polizia e dei carabinieri, tutte le persone che comandavano i reparti nella zona di Sbarre Inferiore. Tutti hanno negato che qualcuno dei loro uomini abbia sparato. Il capitano della Celere, Sacco ha raccontato: « Eravamo in una via che sta tra lo scalo e il viale Galilei, i miei uomini lanciavano qualche candelotto lacrimogeno. Cercavamo di spostarci verso l'incendio, sapevamo che bruciava un deposito di legname e che era direttamente minacciato un deposito di carburante. I vigili del fuoco erano riusciti da pochi minuti ad entrare nello scalo attraverso il cancello che è vicino al ponte Calopinace. Improvvisamente ho sentito come una scarica di colpi che poteva essere di un mitra. Dietro di me, a una decina di metri di distanza, è caduto a terra, ferito, il carabiniere Morabito. Non ci sono stati altri feriti ». Un tenente dice: « Per me non si trattava di una scarica di mitra: sono stati sette colpi, uno dietro l'altro, sparati con molta regolarità, quasi come una scarica». Un commissario: « Ero sul ponte Calopinace. E' arrivata dal viale Galilei di Sbarre una prima macchina con un fazzoletto bianco fuori dal finestrino. Ho chiesto cos'era successo: uno che era dentro mi ha risposto: "Un colpo, un 'colpo". Ho chiesto: "Chi ha sparato?". "Non so, non so". Poco dopo altre due macchine: uno che guidava mi ha detto: "C'è un morto, c'è un morto" "Dove è successo?" "Al Viale Quinto"». 

Le circostanze non sono ancora chiare, sembra che si tratti di due episodi diversi, quello del ferimento dei carabinieri e quello di cui sono rimasti vittime i civili, che siano accaduti quasi nello stesso momento, ma in due punti che forse distano un chilometro l'uno dall'altro. Siamo usciti dalla questura per scrivere queste note; il questore interroga le persone che si trovavano sulle auto che hanno accompagnato il morto e i feriti all'ospedale. Subito dopo le notizie del tragico episodio sono stati arrestati Francesco Franco, « Ciccio » il massimo esponente del Comitato d'azione, e l'ex comandante partigiano Angelo Perna. Il ministro dell'Interno, che è in continuo contatto telefonico con il questore e il prefetto ha disposto l'invio per stanotte e domani di ingenti forze di polizia; in parte arriveranno domattina con vagoni volanti. 

Fonte: Riccardo Lugli, La Stampa

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