14 luglio 1948. Antonio Pallante racconta: "Ero convinto di aver ucciso Togliatti" - <b>FascinAzione</b>

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martedì 14 luglio 2020

14 luglio 1948. Antonio Pallante racconta: "Ero convinto di aver ucciso Togliatti"

Dal libro di Stefano Zurlo "Quattro colpi per Togliatti", Baldini & Castoldi, la testimonianza di Antonio Pallante, il giovane che non riuscì a uccidere il segretario del Partito comunista, la mattina del 14 luglio 1948 

«Tremavo. Tremavo, anche se non me ne accorgevo, e pensavo solo a portare a termine l’impresa. Mi ero votato a quel compito: uccidere il segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti, il nemico dell’Italia. Il resto non contava, ancora di più quella mattina. Era il 14 luglio 1948, giornata caldissima e anniversario della presa della Bastiglia, un caso naturalmente, ma si sa le coincidenze sono terreno fertile per giornalisti, storici, dietrologi, tutti pronti ad accreditare le teorie più ardite e fantasiose e a sviluppare i collegamenti più astrusi. Ma questo è quello che è successo dopo, nei settant’anni successivi, quando hanno cercato di farmi passare per la pedina di non so bene quale complotto. In quelle ore, appena uscito dalla pensioncina in cui alloggiavo a Roma, in zona Termini, il mio unico problema era Togliatti.
L’avevo visto il giorno prima in Parlamento e avevo capito che spesso e volentieri non usciva dal portone principale, ma da una porticina laterale che dava su via della Missione, dove l’attendeva lo chaffeur e dove in generale stazionavano gli autisti dei parlamentari. L’Italia è sempre stata un Paese curioso: avevo notato, con una certa soddisfazione, che l’ingresso di Montecitorio era presidiato dai carabinieri, ma bastava girare l’angolo e in via della Missione non c’era nessun militare. In ogni caso, avevo messo in conto qualunque conclusione: l’arresto, praticamente sicuro, e una lunga detenzione; peggio, la morte. Comunque, la fine della vita come l’avevo vissuta fino ad allora: avevo 25 anni, non ancora compiuti, ed ero studente di legge all’università di Catania. In fondo, il futuro era tutto davanti a me, ma io, in nome di un ideale superiore, ero pronto a cacciarlo via con un bel calcio.

Avevo indossato la giacca e nella cinta dei pantaloni avevo nascosto la pistola, la Hopkins & Allen calibro 38 Special acquistata al mercato nero di Catania.

Saranno state le 11.30. Dalla porticina a vetri vedo Togliatti in compagnia di Nilde Iotti. Camminano a braccetto, come due fidanzati qualunque, anche se la loro liaison ha scandalizzato i compagni di mezza Italia. Stanno per uscire. Mi apposto, lui le cede signorilmente il passo. Sono fuori. Scendono i gradini. Lei davanti, lui dietro.

I ricordi si fanno sfuocati, pallidi, imprecisi. Sono un automa, un automa che spara. No, non mi ricordo la successione esatta dei colpi, l’ho letta sui resoconti dei giornali e mi ci ritrovo con fatica. Un proiettile, forse il primo, sfiora l’obiettivo e colpisce un manifesto pubblicitario, il secondo centra Togliatti alla nuca. Potrebbe essere il colpo fatale, ma non lo sarà perché la pallottola si schiaccia contro l’osso occipitale; lui si volta, come per guardare il suo aggressore, e io faccio fuoco ancora, da un paio di metri di distanza. Sono concentrato e non ho paura di sbagliare e prendere la Iotti che pure è al suo fianco. Un proiettile raggiunge il polmone, l’altro, il quarto, una costola. Anche se per me, nella mia percezione, l’ultimo colpo esploso è quello alla testa. Togliatti vacilla, cade per terra, la Iotti urla: “Hanno ucciso Togliatti, hanno ucciso Togliatti”. Anch’io mi fermo e lascio cadere la rivoltella. Il quinto colpo resta nel tamburo. Non ce n’è bisogno. Il capo dei comunisti italiani non c’è più, almeno nella mia mente.

Ma non ho modo di riflettere e pensare. La gente grida e scappa, io resto immobile. Attimi di sospensione, mentre gli onorevoli cominciano a uscire di corsa dalla Camera. Mi sento afferrare per un braccio: “Vieni con me”, mi dice il capitano Perenze che ha sentito gli spari mentre era sulla sua camionetta in servizio intorno a Montecitorio. Salgo sulla jeep, accanto a lui. Appena in tempo. Cinque minuti, non di più, e mi avrebbero linciato sul posto. La prontezza di riflessi di Antonio Perenze, che due anni dopo sarà il protagonista della misteriosa uccisione del bandito Giuliano, mi ha salvato la vita.»

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