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4 giugno 1919: nasce Federico D'Amato, il padre di tutti gli spioni


Il 4 giugno era il compleanno di Federico Umberto d'Amato, lo "sbirro politico" più importante per alcuni decenni in Italia. Uno talmente più bravo degli altri che non aveva neanche bisogno di avere incarichi formali di vertice per comandare. Sulla sua figura è costruito il personaggio del capo degli spioni in "Romanzo criminale". Ce ne offre un ritratto "pepato" Aldo Giannuli in un suo vecchio libro sulla sua creatura, gli Affari Riservati.

Federico Umberto D'Amato era figlio d'arte, essendo nato da un Questore di PS, a Marsiglia il 4 giugno 1919. La nascita a Marsiglia fu del tutto casuale, ma lui la userà per sottolineare la sua francofilia93. Giovanissimo, entrò in polizia. Dopo l'8 settembre restò a Roma, ma ebbe il buon senso di prendere contatto con gli Alleati che lo utilizzarono in diverse occasioni, per incarichi di rilievo.
La tradizione orale vuole che D'Amato sarebbe stato uno dei tre giovani commissari che, paracadutati dietro le linee, avrebbero preso contatto con Leto, convincendolo a dimettersi da vice capo della Polizia della RSI ed a passare dalla parte degli Alleati94.
Di sicuro, D'Amato era tenuto in buon conto dagli Alleati, come dimostra questo documento95 che riferisce la disavventura di alcuni paracadutisti americani che, tornati da una missione al Nord, vennero scambiati per agenti speciali della RSI:
"(…) Nel frattempo il Centro Americano di Controspionaggio interessava della questione il nucleo di controspionaggio di questo ufficio composto dal V. Commissario Agg. Volontario Dr. D'Amato Federico e dai V. Brig. di PS Daniselli Aldo e Fichera Aurelio che, Com'è noto, collabora con il mio consenso e con un'attività giornaliera da me seguita, con il Comando Alleato sin dal giorno 4 giugno 1944. Come riferito a suo tempo al Sottosegretario all'Interno e per esso a S.e. Bonomi, le operazioni del detto gruppo portarono nel volgere di pochi mesi alla scoperta di complesse organizzazioni di spionaggio tedesco in Roma e altre città ed all'arresto di 25 agenti nemici, di 4 radio trasmittenti clandestine, di danaro per oltre un milione di lire ed alla raccolta di un materiale grandemente prezioso per gli interessi militari."
Apprendiamo quindi che, sin dal giugno del 1944, D'Amato collaborava con il Centro Americano di controspionaggio di Roma, che, infatti, si rivolgeva proprio a lui per risolvere l'incidente.
Dopo la partenza degli americani da Roma e per qualche tempo, D'Amato continuò a collaborare con il servizio Usa inviando relazioni riguardanti in particolare l'ambiente Vaticano.
Dal 1945 al 1957 restò all'Ufficio Politico della Questura romana. Una leggenda sostiene che D'Amato sarebbe stato il "salvatore della Repubblica" nel giugno del 1946, perché sarebbe stata una sua trovata a sbloccare la situazione a favore della Repubblica.
Molti lo ripetono, ma nessuno sa esattamente in cosa sia consistita questa idea così geniale.
L'episodio non sembra credibile, perché presuppone una influenza che difficilmente un giovane vice commissario avrebbe potuto avere. Non essendo neppure distaccato al Ministero, ma presso una Questura, non si capisce come avrebbe potuto avere accesso al livello in cui venivano prese certe decisioni. Inoltre, il Ministro dell'Interno, Giuseppe Romita, era uomo autoritario che difficilmente avrebbe accettato consigli da un suo dipendente96; e, nelle sue memorie non cita D'Amato né a questo proposito né per altro.
Questa diceria nasce all'incrocio di due leggende: quella di un D'Amato potente eminenza grigia della Repubblica da sempre, e quella dei brogli che avrebbero assegnato indebitamente la vittoria alla Repubblica. Nessuno ha mai provato né l'una cosa né l'altra.
Nel 1959, D'Amato venne allontanato da Roma come lui stesso ricorda:
"… nel 1957, da capo della squadra politica della Questura di Roma, ebbi un dissidio con l allora Ministro dell'Interno Ferdinando Tambroni che mi aveva spedito in "esilio" a Firenze. Per non sottostare mi posi in aspettativa e creai una piccola società cinematografica con la quale mi diedi a produrre con buon risultato i primi Caroselli della TV.97"
Caduti i triestini (e l'ipotesi che egli sia stato l'inventore ed il regista del famoso "disguido" telegrafico, ci pare suggestiva; nulla lo comprova, se non l'ennesima voce), giunse allo UAARR.
D'Amato è stato l'abilissimo cultore della propria leggenda, ricavandone non pochi vantaggi.
La collezione di automi del settecento, la fama di raffinato gourmet, il gusto per le miniature: tutto era funzionale all'immagine di "poliziotto gentiluomo" incline al bon tón.
Non occorre essere fini psicologi per riconoscere negli atteggiamenti di D'Amato il suo sogno di essere un nuovo Arturo Bocchini, l'elegante Capo della Polizia che indossava ghette inglesi e vergava le circolari in inchiostro viola, come Anatole France i suoi romanzi.
D'Amato aveva certamente l'intelligenza politica per avvicinarsi al suo modello, ma difettava della cultura necessaria. Quel che egli stesso avvertiva con imbarazzata consapevolezza:
"(…) Avendo dedicato la mia vita all'informazione ho avuto assai poco tempo per arricchire la mia cultura (…) Essendo poco erudito e nutrendo per gli uomini di cultura un sentimento di amore-odio, di ammirazione-invidia, quando ho a che fare con un argomento che richiama cultura faccio ricorso ad un aforisma, ad un aneddoto (…)" (ibidem p. 55-6).
A differenza di Göring, che, quando sentiva parlare di cultura "metteva mano alla pistola", D'Amato, meno cruentemente, se la cavava con un aforisma, ma l'ostilità per gli intellettuali era la stessa.
Il che non gli impediva di coltivare l'hobby del giornalismo: collaborò, con lo pseudonimo di "Abate Faria" con il "Borghese" di Mario Tedeschi e con quello di "Gault e Millau" con "L'Espresso" curandone la rubrica gastronomica. Ma forse, era un hobby solo apparente.
Come abbiamo detto, lo UAARR non ha mai potuto disporre di grandi cifre per i confidenti, dunque occorreva ingegnarsi per trovare altri modi per irrobustire la rete. Per l'agente di un servizio segreto, le collaborazioni giornalistiche sono un ottimo modo per stabilire rapporti con i giornalisti, che, in fondo, fanno lo stesso mestiere di raccogliere informazioni che sono anche merce di scambio. È questo, infatti, una delle peculiarità del diverso modo di fare intelligence rispetto al periodo fascista: per l'OVRA la notizia aveva essenzialmente valore d'uso, per i servizi successivi essa ha anche, e forse di più, valore di scambio. Per cui, il servizio non è solo un raccoglitore di notizie ma anche un soggetto che le scambia, tanto con soggetti esteri che nazionali, come, appunto, i giornali. Era quello che i triestini avevano iniziato a fare con "L'eco di Roma" e con "l'Ufficio psicologico" di Tomassini. D'Amato ne aveva compreso la lezione.
Con "L'Espresso" l'approccio fu propiziato dall'altro hobby di D'Amato: la gastronomia. Non era affatto lo straordinario gourmet di cui la solita leggenda parla; per convincersene basta leggere il suo libro, che riferisce del pranzo di gala offerto ai capi dei servizi di Polizia di tutta Europa, in occasione della riunione del coordinamento il 16 maggio 1972:
"Sui tavoli feci disporre nove grandi zuppiere, ciascuna contenente una qualità diversa di pasta. C'erano spaghetti, bucatini, rigatoni, tagliatelle, pappardelle, linguine, tonnarelli ed altri tipi ancora. Su di un altro tavolo, le salsiere contenenti salsa di pomodoro e basilico, ragù napoletano e bolognese, pesto genovese, salsa di vongole (…). Le zuppiere, appena vuotate, venivano riempite d'altra pasta appena giunta dalla cucina e al dente, mentre le salsiere erano tenute in caldo da un sottostante fornellino98."
Non venne servito altro, per cui una cena di gala venne trasformata in una abbuffata di pasta, che, dati i tempi per il trasporto, servirsi e andare all'altro tavolo per i condimenti, era colla per manifesti: una idea francamente abominevole ed, a nostro sommesso parere, meritevole di sanzioni penali. Risparmiamo al lettore altre oscenità sparse nel libro.
Ad un simile genio della gastronomia, "L'Espresso" sentiva l'impellente bisogno di affidare la sua "guida ai ristoranti d'Italia", all'epoca la più autorevole, insieme alla Michelin.
La cosa, comunque, funzionò.
Per un ristorante, la citazione nella guida, magari accompagnata dalle mitiche 5 forchette, poteva significare triplicare i prezzi ed avere sempre il tutto esaurito. Fra quanti crebbero sotto l'ala damatiana, ricordiamo anche Gianfranco Vissani che, ancora oggi ne parla in questi termini: "Federico Umberto D'Amato che è stato per me un padre spirituale, mi ha fatto conoscere la Francia, mi ha aiutato a capire la vita99"
"L'Espresso" fu il primo settimanale a denunciare "il golpe di De Lorenzo e Segni", (che mise a terra gli eterni rivali dello UAARR), e non mancò mai di notizie di prima mano.
Quanto a D'Amato, la collaborazione gli permise di placare i suoi appetiti essendo anche rimborsato. Ma, il vantaggio maggiore che ne ebbe, forse, fu il guadagnarsi la gratitudine di molti ristoratori. Nel suo libro di memorie, elenca le preferenze gastronomiche di quasi 300 personaggi, da Wojtyla a Leonardo Sciascia, da Berlinguer a Pippo Baudo: " Si tratta di personaggi che ho conosciuto personalmente a tavola, o di cui ho raccolto anche queste minute notizie presso mie fonti informative, che proteggerò ad oltranza nei confronti di qualsiasi magistrato, invocando il "segreto gastronomico100"
Ci chiediamo se, qualcuna delle sue fonti "protette dal segreto gastronomico" non gli abbia consentito di adornare la mensa con qualche discreto microfono.

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