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28 maggio 1980, i Nar uccidono "Serpico". Un'azione dimostrativa andata male



Dal volume "Il piombo e la celtica" di Nicola Rao" la ricostruzione dell'omicidio del poliziotto Francesco Evangelista nel cortile del liceo Giulio Cesare

Ai nuovi Nar, oltre a Cavallini e alla Mambro, si sono ormai aggregati anche i tippini Vale e Ciavardini. 

UN'AZIONE DIMOSTRATIVA

Il gruppo torna a Roma e decide di dar vita a un’azione simbolica proprio nel cuore di Tp: davanti al liceo Giulio Cesare, al quartiere Trieste. Lì davanti c’è sempre un’auto della polizia. L’idea è quella di impadronirsi delle mitragliette degli agenti e legarli a un albero davanti alle centinaia di studenti che aspettano la campanella di ingresso. Ma anche stavolta, come in via Settembrini, le cose andranno diversamente.
Il gruppo dei Nar arriva davanti al liceo con due Vespe e un’auto di copertura alle 8 del 28 maggio 1980. Ma, invece della volante, c’è un’auto civetta con due agenti in borghese, ferma in piazza Trasimeno, di fronte alla scuola, mentre sulle scalinate del liceo c’è un terzo agente in divisa.
L’auto di copertura, guidata da Cavallini, si allontana perché pensa che l’operazione sia saltata. Ma Fioravanti, arrivato in Vespa con la Mambro (sull’altra moto ci sono Vale e Ciavardini), decide di andare avanti. 

LA SPARATORIA

A quel punto bisogna dividersi. Vale si avvicina all’agente sui gradini, mentre Fio-ravanti, Mambro e Ciavardini circondano l’auto civetta. Improvvisamente Vale spara contro l’agente, contemporaneamente anche gli altri fanno fuoco sui suoi colleghi in borghese. È una mattanza. Muore, massacrato da sette colpi, l’agente Franco Evangelista, conosciutissimo nel quartiere per abilità e professionalità (tanto da essersi guadagnato il soprannome di «Serpico», dall’omonimo film su un poliziotto americano di quartiere). Si salva per miracolo il suo collega Giovanni Lorefice, così come l’agente davanti al liceo, Antonio Manfreda, colpito alla testa, al fianco sinistro e al collo. 
Il rumore degli spari dei Nar viene coperto dalle urla e dai pianti di centinaia di studenti, che scappano in tutte le direzioni. Ciavardini viene colpito da un proiettile di rimbalzo, sparato da Fioravanti, mentre lui è chinato all’interno dell’auto per rubare agli agenti la radio e le armi. Ormai la situazione è fuori controllo. Mambro e Fioravanti recuperano la ricetrasmittente e scappano in moto.

LA FUGA E IL CHIACCHIERICCIO

L’altra Vespa, con Vale (che ha fatto in tempo a sottrarre a Manfreda la pistola d’ordinanza) e Ciavardini sanguinante, viene speronata da un’auto di passaggio. I due cadono a terra, si rialzano e fuggono.
Ciavardini, pistola in pugno, blocca un taxi, minaccia l’autista, apre lo sportello e gli ordina di scendere, ma intanto gli parte un colpo che ferisce il tassista alla mano. Questo reagisce prontamente, innesta la marcia e sgomma.
Allora i due corrono verso via Clitumno e fermano un’altra auto: una Golf con a bordo una signora e sua figlia. Stavolta va meglio. Le donne scendono terrorizzate, consentendo a Vale e Ciavardini di allontanarsi con la loro macchina.
Ma il giorno dopo, a piazza Jacini, noto ritrovo nero di Vigna Clara, Ciavardini, fasciato da una vistosa benda, farà chiaramente capire ai camerati che la ferita è dovuta all’assalto del giorno prima. Inutile dire che la notizia si diffonderà in tempo reale nell’ambiente...

LA RIVENDICAZIONE DEI GOAD

Intanto arriva anche la rivendicazione. Con una nuova sigla: Gruppi Organizzati per l’Azione Diretta.
Un Gruppo Organizzato per l’Azione Diretta ha intercettato, annientato e disarmato una postazione di mercenari al servizio della repressione, che svolgevano il loro ignobile compito di sorveglianza e di spionaggio al liceo Giulio Cesare.
L’obiettivo rientra in un attacco più vasto che i Gruppi Organizzati si apprestano a sferrare contro le strutture repressive di base. I rivoluzionari hanno capito che il cappio stretto intorno al loro collo si spezza solo con la lotta incalzante allo Stato imperialista, ai suoi rappresentanti e ai suoi prezzolati difensori.
Non bisogna dare tregua ai sicari di regime, a coloro che sequestrano i combattenti per giorni e giorni, torturandoli al fine di conoscere chi combatte la loro stessa battaglia in nome della dignità [...] Bisogna affossarli definitivamente, carichi delle loro responsabilità e del sano piombo rivoluzionario.
Organizzare ovunque lo spontaneismo rivoluzionario e attaccare le strutture portanti dello Stato imperialista.
Contro lo sfruttamento, per la libertà, lotta armata allo Stato delle multinazionali.
A testimonianza dell’autenticità della rivendicazione, il comunicato, in un post scriptum, rende noto il numero di matricola della pistola sottratta all’agente Manfreda.

LA SPIEGAZIONE DI FIORAVANTI

Perché non è stata usata la sigla Nar? Questa la spiegazione fornita da Fioravanti al processo:
Valerio Fioravanti ha precisato che la mattina del 27 maggio, recatisi nella zona, avevano notato «troppa polizia in giro» (c’era stato un in-cendio), furono perciò costretti a rinviare l’operazione, la quale avrebbe dovuto assumere connotati diversi da quelli contrassegnanti l’attività delle Brigate Rosse.
Queste insistevano sulla militarizzazione dello Stato e vi contrapponevano azioni militari sanguinarie. Loro, invece, «volevano con uno scatto laterale» battersi contro la militarizzazione del territorio «ridicolizzandola più che demonizzandola». I poliziotti, davanti a tutti gli studenti, in modo spettacolare, avrebbero dovuto essere sbattuti a terra e ammanettati a un albero. Tuttavia, in caso di reazione, nessuno spazio agli scrupoli: «Se vi sentite nei guai, non vi preoccupate. Sparate, insomma...»
L’impresa non doveva essere un caso isolato, ma precedere l’eliminazione del giudice Mario Amato, «nemico ufficiale, diciamo, dei Nar». Loro intendimento era quello di aprire una nuova fase politica, con una lotta «meno armatista e più movimentista», meno centralizzata e più diffusa, maggiormente legata a singoli fatti quotidiani e a piccole istanze. Gli attentati suindicati avrebbero dovuto chiudere l’esperienza Nar e le nuove azioni sarebbero state firmate con altra sigla. Ma la gente avrebbe potuto dire che era cambiato il nome, non la sostanza. Per cui, con un’anticipazione, l’episodio del Giulio Cesare fu rivendicato con la denominazione «Gruppi Organizzati per l’Azione Diretta» che, secondo l’originario programma, avrebbe dovuto comparire per contrassegnare le azioni posteriori all’omicidio del giudice Amato.

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