20 marzo 1979: ucciso Mino Pecorelli. Ma non fu Carminati - <b>FascinAzione</b>

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venerdì 20 marzo 2020

20 marzo 1979: ucciso Mino Pecorelli. Ma non fu Carminati

Il 20 marzo 1979 un commando composto da sconosciuti uccideva il giornalista Mino Pecorelli. Checché ne pensino molti, NON è stato un delitto di fascisteria. Ce ne occupiamo soltanto perché sulla base di accuse infondate nel processo contro i presunti mandanti Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, finì alla sbarra Massimo Carminati.
La diceria ha avuto un ritorno di fiamma, con l'avvicinarsi del quarentennale (gli anniversari infiammano sempre i cold case): un esposto della sorella della vittima chiedeva di riaprire le indagini per verificare una dichiarazione al giudice Salvini di Vincenzo Vinciguerra del 1992. A suo dire Domenico Magnetta, all'epoca responsabile della rete illegale di Avanguardia nazionale in Italia, aveva lanciato minacce dal carcere: se non lo facevano scappare dal carcere avrebbe consegnato la pistola usata per uccidere Pecorelli. Minacce smentite da quello che ne sarebbe stato il destinatario: Adriano Tilgher.
La donna chiedeva quindi che i proiettili 7,65 usati per uccidere il fratello, una rara marca, fossero comparati con la pistola 7,65 sequestrata a Mimmo Magnetta nel 1995. Si è poi appurato che l'arma, come è prassi per tanti vecchi corpi di reato, era stata distrutta nel 2013 rendendo impossibile il confronto.

Conoscendo la nota scrupolosità del giudice Salvini se quell'accertamento non è stato fatto nel 1995, all'atto dell'arresto di Magnetta e del sequestro dell'arma, è evidente che lo stesso magistrato non ha dato credito alla rivelazione del responsabile della strage di Peteano. All'epoca Carminati era ancora indagato come killer di Pecorelli e Magnetta era stato arrestato in sua compagnia in occasione del suo ferimento al valico di frontiera. Nelle accuse di Vinciguerra, che pure era risentito nei confronti di Magnetta, non c'era quindi fumus persecutionis... Eppure non se ne fece niente.

Dalla 2a edizione di Fascisteria:
Carminati è arrestato per la storia del Mab nell’aprile del 1993, nel blitz scatenato dalle rivelazioni di Maurizio Abbatino, uno dei pochi soci fondatori sopravvissuto, l’ultimo arrestato, in Venezuela, dove era riparato per sottrarsi alle ricerche incrociate di ex amici e forze dell’ordine. Le confessioni del rapitore di Aleandri, il «Freddo» del Romanzo criminale, che al «Nero» era legato da una salda amicizia (ne affiorerà traccia persino in un imbarazzato confronto giudiziario), scateneranno un’altra ondata di «pentimenti». Nuovi guai giudiziari arrivano per Carminati, «accusato» da Fabiola Moretti («proprio Abbruciati mi disse di aver dato l’incarico a Massimo Carminati») e dal marito, Antonio Mancini, l’«Accattone», che collabora con i giudici ma conserva un’alta considerazione della propria personalità criminale. Per la coppia era stato lui, con il mafioso Michelangelo La Barbera, a uccidere Mino Pecorelli,  il giornalista con ottime entrature negli ambienti dei servizi segreti e della massoneria che era entrato in conflitto con Gelli e Andreotti. È proprio la Moretti, all’epoca del delitto compagna di Abbruciati e spacciatrice di eroina, a offrirne un ritratto ammirato. A lei, di famiglia proletaria, il neofascista che si era voluto fare bandito non piaceva:
Lo sentivo diverso da noi. Noi commettevamo certe azioni perché avevamo bisogno di vivere, e non conoscevamo altro modo che quello per vivere. Massimo Carminati e i fascisti come lui commettevano le stesse azioni per gusto, per fanatismo ideologico, e ne ricavavano anche soldi, ma il movente primo era l’ideologia. Per questo non mi piaceva, e lo dissi a brutto muso a Danilo, il quale invece la pensava diversamente, mi diceva che Massimo era un bravo ragazzo, lo stimava moltissimo [...] Massimo era un tipo taciturno, serio, educato rispetto alla media delle persone che frequentavamo [...] Era stato coinvolto in un conflitto a fuoco, diceva sempre che dopo quell’episodio in cui sarebbe potuto morire, ogni giorno in più di vita era tanto di guadagnato, mostrando così una sorta di disinteresse per la morte. 
Su una circostanza la Moretti è imprecisa: alla frontiera con la Svizzera non ci fu conflitto a fuoco, ma i poliziotti – che, informati da Cristiano Fioravanti, aspettavano Cavallini – spararono a freddo, senza dare l’alt, e furono sottoposti a procedimento giudiziario (senza conseguenze). Pecorelli – un giornalista dallo stile allusivo e ricattatorio – era ben informato su molti misteri d’Italia, dal caso Moro allo scandalo dei petroli, e a tanti aveva dato fastidio. In contatto con i servizi segreti e con il generale Dalla Chiesa, aveva regolarmente preso la tessera della P2 salvo poi dimettersi, nel 1978, quando le richieste di sostegno finanziario a Osservatorio Politico, il suo periodico, erano state deluse, ripagando Gelli in contanti, con un ritratto feroce quanto veridico: «Ex nazista, agente dei servizi segreti argentini, amico personale di Lopez Rega e fondatore degli squadroni della morte Aaa in America latina, legato alla Cia, a Connally e ai falchi americani».  Anche sul caso Moro mostrò di avere buone fonti: tra un’allusione a Gladio e un richiamo, nel suo stile ammiccante, agli scontri con Henry Kissinger, fu il primo a definire monco il memoriale ritrovato a via Montenevoso. Alla sua morte, nel marzo 1979, gli succede al vertice di Op Sergio Tè, che firma come direttore responsabile Costruiamo l’azione, ma in redazione c’è anche Paolo Patrizi che il mestiere di giornalista lo aveva appreso nel settimanale La classe, diretto da Oreste Scalzone. Il processo che vede alla sbarra mandanti (i senatori Andreotti e Vitalone), organizzatori (i boss Calò e Gaetano Badalamenti) ed esecutori (Carminati e La Barbera) si conclude però con un’assoluzione generalizzata e la Moretti indagata per calunnia.

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