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Ergastolo a Cavallini per la strage di Bologna. Come previsto ...



Sono bastate poco più di sei ore in camera di consiglio per condannare all'ergastolo per la strage di Bologna Gilberto Cavallini. Una condanna annunciata. Al momento della lettura della sentenza l'ex terrorista dei Nar, in regime di semilibertà, non era in aula. In precedenza aveva parlato, caso raro, con i giornalisti abbastanza a ruota libera, a partire dalle recenti accuse rilanciate dai Ros dei Carabinieri sulla sua presunta responsabilità nell'uccisione del presidente della Sicilia, Piersanti Mattarella, fratello del capo dello Stato Sergio. Per il delitto, commesso il 6 gennaio 1980, Cavallini è stato già assolto.
"Il fatto dell'omicidio di Piersanti Mattarella che viene rispolverato oggi è veramente strumentale e pretestuoso. Questa storia nasce dalla coincidenza del quarantennale della morte di questo pover'uomo con la settimana in cui si chiude questo processo, questo ha giocato a mio sfavore perché, chiaramente, l'hanno caricato di significati che poi sono trasmigrati anche in quest'aula e forse è stato anche fatto solo per quello". 
Così Gilberto Cavallini, in attesa della sentenza ha replicato ai giornalisti. "Ma tutto - precisa - parte da un'indagine dei carabinieri che attestano, tramite una perizia, che il calibro della pistola che ha ucciso il giudice Mario Amato è lo stesso di quella che ha ucciso Mattarella ma non che è la stessa pistola. Siamo alla follia". 
"Io ho conosciuto Valerio Fioravanti - racconta - nel corso di una rapina a Tivoli, avvenuta nel novembre del 1979 [in realtà è l'11 dicembre 1979], poi l'ho perso di vista. Sono andato a raccoglierlo a Roma dopo l'omicidio Leandri, ammazzato al posto dell'avvocato Arcangeli, e qui siamo ai primi di dicembre [in realtà è il 17 dicembre]. Io sono andato a Roma e un amico mi ha detto che su quella macchina c'era anche Valerio. Allora ho pensato: 'Beh allora è meglio che lui cambi aria e l'ho ospitato a Treviso'. Ma può essere normale e logico che due persone che cominciano a frequentarsi quotidianamente 20 giorni prima del 6 gennaio si mettano d'accordo per andare in Sicilia ad ammazzare il presidente della Regione? E su ordine di chi? La mafia affiderebbe a un ragazzino di 22 anni un omicidio di questo genere? Anche coi tempi siamo al paradosso.
Cavallini ha trovato modo di esprimere parole di cordoglio per il suo delitto più importante", l'omicidio del giudice Amato: "Le mie vittime mi pesano tutte sulla coscienza dalla prima all'ultima, così come mi pesano le morti di tanti miei camerati che ho visto ammazzati. Una vittima che mi pesa un po' più degli altri è il giudice Mario Amato". Il giudice Amato, il giorno in cui fu assassinato da Cavallini aveva un buco nella scarpa perché camminava parecchio a piedi. Era considerato un uomo del popolo. "Quel buco nella scarpa ha colpito anche me - dice Cavallini - ma, soprattutto, il modo in cui l'ho giustiziato, un modo piuttosto vigliacco e partigiano di colpire una persona, alle spalle. La verità è che ho fatto quel gesto perché se l'avessi guardato negli occhi non sarei riuscito a farlo. Non avevo il coraggio di guardare negli occhi una persona che stavo per ammazzare". "Mi pesa tutto ciò che è successo in quegli anni - dice Cavallini - perché fa parte della storia di questo Paese ed è triste, è una storia che, negli anni successivi al '68, è di sangue e investe decine di migliaia di giovani. A posteriori tutto pesa. Se uno ha una coscienza quando versa del sangue non può rimanere indifferente e io non lo sono affatto".

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