16 gennaio 1960: nasce Marco Furlan, uno dei serial killer di Ludwig - <b>FascinAzione</b>

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giovedì 16 gennaio 2020

16 gennaio 1960: nasce Marco Furlan, uno dei serial killer di Ludwig

Compie oggi 60 anni Marco Furlan, uno dei giovani veronesi condannati per i delitti di Ludwig, la prima "banda" protagonista di una parossistica escalation di delitti a sfondo religioso. La sua storia l'ho così raccontata nella seconda edizione di Fascisteria

Di un aberrante esercizio della violenza rituale, con un forte ancoraggio alla «piroacastasi», si è reso protagonista il minuscolo gruppo settario Ludwig, fondato a Verona ma attivo in Veneto e poi in Lombardia e a Monaco di Baviera dal 1977 al 1984, entrato in «sonno» dopo l’arresto di due militanti e tornato alla ribalta con la cattura di uno dei due «serial killer», fuggito anni prima dal soggiorno obbligato. È il primo nucleo terroristico italiano in cui l’ispirazione magico-religiosa sembra prevalere sull’approccio ideologico: un altro dei tanti primati di Verona, una realtà periferica che ha anticipato numerose tendenze e vicende nazionali. 
Qui nasce, con gli arresti di Elio Massagrande, Roberto Besutti e altri due militanti, l’inchiesta nazionale contro Ordine nuovo, mentre la cattura di Amos Spiazzi porta alla ribalta l’organizzazione di sicurezza Nato. La denuncia per associazione a delinquere del gruppo dirigente delle Brigate gialloblù, i tifosi della curva dell’Hellas Verona, in gran parte militanti del Fronte della gioventù, affronta per la prima volta la violenza ultrà come problema di criminalità organizzata. A Verona, infine, con qualche anno d’anticipo su Roma e Milano, gli skinhead ridanno ossigeno attivistico all’estrema destra. 
È durata poco più di quattro anni la fuga di Marco Furlan, dal gennaio 1991 al maggio 1995. Lo hanno sorpreso sul luogo di lavoro, un autonoleggio nell’affollatissimo aeroporto di Heraklion, nell’isola di Creta, dove era stato assunto da qualche mese per l’ottima conoscenza di diverse lingue. Le modalità della latitanza (il documento malamente trasformato in Marco Eurlani, il rifugio in una località turistica dove per quattro mesi all’anno sbarcano ogni giorno decine di charter dall’Italia) dimostrano che la banda non aveva protezioni. 
Ha avuto sfortuna, Furlan, o ha semplicemente peccato d’eccesso di sicurezza, se è vera la storia raccontata dalla polizia: un turista veronese resta colpito da quella faccia già vista, la moglie gli suggerisce di scattare una foto ricordo mentre lei e la bambina si appoggiano a quel bancone, al ritorno informano la polizia, dalla conferma del riconoscimento scatta il blitz. Appena finito in prigione, Furlan avrebbe confessato i delitti commessi al capo della polizia di Heraklion, cosa mai fatta in Italia. Riapre così clamorosamente il caso, ammettendo anche l’esistenza del «terzo uomo» segnalato da tanti testimoni sui luoghi dei delitti. Furlan e l’amico del cuore Wolfgang Abel erano stati bloccati mentre tentavano di appiccare il fuoco in una discoteca di Castiglione delle Stiviere, durante il veglione di Carnevale nel 1984. Furlan si giustifica con la polizia greca invocando l’età. Avevano costituito Ludwig ancora minorenni, per ripulire l’Italia da mafia e droga. Il primo attentato era stato compiuto in un campo nomadi e rivendicato solo tre anni dopo, specificando che erano stati usati dei fiaschi per trasportare la benzina. Il gruppo si era sciolto dopo il loro arresto. Le stesse conclusioni del processo avevano lasciato aperte molte questioni sull’organizzazione che era convinta di avere Dio dalla sua parte e rivendicava i delitti con volantini in caratteri gotici, firmati «Gott mit uns-Ludwig». La sentenza definitiva condanna i due studenti modello a ventisette anni di carcere e a tre di casa di cura, per il parziale vizio di mente, ritenendoli colpevoli solo degli ultimi cinque attentati. Altrettanti restano impuniti. Il «debutto» di Ludwig, secondo quanto confessato da Furlan, risale al 25 agosto 1977 e coincide con l’omicidio di Guerrino Spinelli, carbonizzato nel rogo della sua auto, parcheggiata in un campo nomadi a Verona. Prima di morire la vittima parla di un commando di tre persone. Poco prima del solstizio d’inverno del 1978 Luciano Stefanato,  un cameriere omosessuale, è bastonato e accoltellato a morte a Padova. 
Un anno dopo, il 12 dicembre, è la volta di un «tossico» a Venezia, Claudio Costa, ucciso a pugnalate. I testimoni parlano di quattro uomini. Il 20 dicembre 1980 un uomo solo si accanisce contro Maria Alice Baretta, una prostituta vicentina, massacrata a colpi di accetta e di martello. Passano pochi mesi e il 24 maggio 1981 la morte viene con il fuoco. Ludwig incendia una casamatta abbandonata a Porta San Giorgio, nella periferia veronese, rifugio di eroinomani che usano quelle quattro mura sgarrupate per bucarsi in pace. Quella notte ci resta uno sbandato, Luca Martinotti: morirà nel sonno. È l’ultimo attentato impunito. Un anno dopo, il 20 luglio, un commando composto da tre persone (il terzo uomo è descritto con barba e cappellino) massacra due frati, Mario Lovato e Giovanbattista Pigato, che passeggiano nei pressi del convento di Monte Berico nel vicentino, usando una mazza da meccanico. Il 26 febbraio 1983 nel mirino della banda, che nelle rivendicazioni accentua il delirio mistico-religioso, è ancora un sacerdote, il trentino padre Armando Bison. Particolarmente feroce il rituale: il cranio è sfondato con un punteruolo al quale è fissato un crocifisso. Gli strumenti sono stati comprati a Bressanone da una persona che somiglia al terzo uomo di Monte Berico. Passano solo tre mesi e Ludwig fa un salto di qualità, dal terrorismo selettivo alla strage. Il 14 maggio, nel rogo del cinema a luci rosse Eros di Milano, perdono la vita sei spettatori. La cassiera dichiarerà al processo di aver venduto a Furlan tre biglietti. 
Nel gennaio del 1984 Ludwig espatria. Nell’incendio della discoteca Liverpool di Monaco, la città di Abel, resta gravemente ustionata una guardarobiera. Morirà dopo una lenta agonia, quando i suoi assassini sono già in galera. La sera di martedì grasso finisce la folle corsa. Travestiti da Pierrot, Furlan e Abel entrano con due taniche nella discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere e, dopo aver sparso la benzina, con un cerino antivento appiccano il fuoco alla moquette mentre nel locale ci sono circa quattrocento ragazzi. Per fortuna il materiale è ignifugo. Bloccato, Furlan si difende: volevamo fare uno scherzo. L’autista che li ha accompagnati fa perdere le tracce. I due si giustificano: le discoteche sono un «luogo di perdizione e di peccato per i giovani». 

I coltelli da cucina che portano con loro sono una traccia importante e Abel tenta inutilmente di nasconderne in cella la custodia. Dalla loro parte la totale mancanza di precedenti politici e di episodi di violenza, la rispettabilità famigliare e le brillanti carriere universitarie: Furlan è laureando in fisica e figlio di un noto chirurgo, Abel – il padre è un ricchissimo assicuratore – è laureato a pieni voti in matematica. Contro di loro, una marea montante di indizi. Infine, sofisticate tecnologie offrono la prima prova. Una perizia su fogli di carta trovati a casa di Abel afferma che su carta sovrapposta a quella sequestrata è stata scritta con caratteri runici la rivendicazione del rogo di Monaco e del duplice omicidio di Monte Berico. Da Furlan emergono tracce del volantino sulla strage di Milano. Abel nega disperatamente: mai scritto con caratteri runici. Nei lunghi interrogatori riconosce solo di essere bacchettone: «Nella vita l’unica cosa che conta sono gli affetti e le discoteche bordello sono la loro negazione. Non ce l’ho con i giovani che le frequentano. La colpa è dei gestori. A Lazise, sul Lago di Garda distribuiscono l’eroina come se fosse Coca Cola». Nega di essere psicotico ma ammette di aver avuto problemi di carattere nervoso. 
Per il pm ha una personalità disturbata: «è sostenitore di un giudizio assoluto di intransigenza morale che impediva una normale convivenza sociale». La sua posizione si aggrava: i Ray-Ban con lenti graduate Zeiss trovati sul luogo dell’omicidio di Venezia corrispondono alla miopia di Abel. La polizia di Monaco sequestra nella casa tedesca della famiglia un jeans marca Ufo uguale a quello trovato nella borsa incendiaria usata in discoteca. Il testo della rivendicazione decrittata a casa sua è brutale: «Alla discoteca Liverpool non si scopa più: ferro e fuoco sono la punizione nazista. Sul luogo è stata lasciata una sveglia di marca Peter». La signora Abel riconosce che il figlio ne aveva una identica. Furlan, contraddicendosi, ammette la sua presenza in Germania nel periodo della strage. I due giovani in carcere tentano più volte il suicidio. Nell’inverno 1986, durante il processo di primo grado, Furlan è ricoverato per un mese in rianimazione. I periti escludono la sua subornazione. Per Augusto Belloni, docente di criminologia a Bologna, i due si sono influenzati a vicenda, mentre per un altro esperto, Roberto Reggiani, è «difficile superare Abel come preparazione intellettuale e acutezza cerebrale». Per il pm è una «follia collettiva a due senza un leader carismatico», un caso di amicizia patologica. Nessuna incertezza sulle rivendicazioni, le dinamiche degli omicidi, l’unicità della matrice, l’ossessiva ritualità. 

Nonostante l’evidente vizio parziale di mente, il pm chiede l’ergastolo per otto attentati, riconoscendo l’insufficienza di prove solo per il rogo di Porta San Giorgio e per l’omicidio del gay. La condanna in primo grado è a trent’anni di carcere per gli ultimi cinque delitti: gli omicidi dei religiosi, i roghi nei locali pubblici. La sentenza registra l’effettiva cesura nella vicenda della setta, anche se le confessioni «greche» di Furlan riducono a semplici illazioni quelle che a prima evidenza sembrano le manifestazioni di diverse fasi di Ludwig. Fino al rogo di Verona – in cui non è dimostrata l’intenzione omicida – è chiara la pulsione «epuratrice». 
Nel mirino della banda finiscono tutte figure della marginalità sociale: uno zingaro, una prostituta, un omosessuale, un drogato, un barbone. La sequenza sembra prodotta da una selezione cosciente. Anche la scansione temporale e la distribuzione territoriale sono omogenee: cinque azioni nell’arco di quattro anni, dall’agosto ’77 al maggio ’81, tre delle quali a dicembre, due volte a ridosso del solstizio di inverno, una nel decimo anniversario della strage di piazza Fontana. La prima e l’ultima volta Ludwig colpisce a Verona, con il fuoco, le altre tre uccide con armi bianche nei principali centri veneti (Padova, Venezia e Vicenza). La seconda fase di Ludwig si concentra in un anno: al ritmo più intenso si accompagna l’allargamento del raggio di azione (nell’ordine Vicenza, Trento, Milano, Monaco di Baviera, Castiglione delle Stiviere) e uno stravolgimento degli obiettivi e delle modalità operative. All’originario furore da «pulizia etnica» subentra una feroce campagna contro la Chiesa e in seguito, per colpire il dilagante permissivismo, la ricerca della strage nei santuari del tempo libero dissoluto: il cinema a luci rosse, la discoteca, il veglione di Carnevale. Agli elementi lucidamente terroristici si accompagna un puritanesimo parossistico e pervertito. 
Anche accettando l’esistenza di un gruppetto di fanatici intorno a Furlan e Abel – che trova numerosi riscontri processuali – genera dubbi sulla natura dell’amicizia tra i due e sulla loro «normalità» la scelta del nome: una delle ultime opere cinematografiche di Visconti, negli anni Settanta, è dedicata all’omonimo re di Baviera, sessualmente ambiguo e morto in manicomio inseguendo il delirio di ricostruire la civiltà medievale. Anche dopo l’arresto dei due giovani, Ludwig ha dato cenni di vita, rivendicando lo strangolamento di una ballerina del Ghana (uccisa il 14 febbraio 1985) e di un gay trentaduenne, entrambi trovati cadaveri lungo la Serenissima. Nelle lettere è descritto il nodo Savoia usato, ma anche altri particolari ignoti sui precedenti delitti. 

Il 9 maggio 1987 viene arrestato a Verona un ventiduenne, studente di medicina, figlio di un ufficiale dell’esercito, sorpreso mentre minacciava via telefono il perito grafologico che aveva incastrato Abel e Furlan. A casa sua è rinvenuta una mascherina per disegnare le aquile e le svastiche di Ludwig. L’accusa è di minacce gravi e di procurato allarme. Le indagini sono estese inutilmente alla rivendicazione del rogo del cinema Statuto di Torino (sessantaquattro morti nel 1983). I due sono scarcerati per decorrenza dei termini il 15 giugno 1988 e inviati al soggiorno obbligato, Abel a Mestrino, Furlan a Casale Scodosia, nel padovano. Alla vigilia della sentenza di cassazione Furlan scappa in bicicletta, Abel tenta di emularlo ma poi si lascia catturare. Come tutti i grandi fenomeni criminali, Ludwig ha prodotto rischi di errore giudiziario e casi di emulazione. Le indagini avevano inizialmente coinvolto un professore di statistica dell’ateneo di Padova che, elaborando al computer i comportamenti criminali di Ludwig, aveva ipotizzato un imminente attentato antiebraico. Il professore segnala il risultato delle sue ricerche al rabbino di Padova che, insospettito da tanta premura, lo denuncia alla polizia. Subito arrestato, è però ben presto prosciolto, in assenza di riscontri. 


P.s. Molti anni dopo di Ludwig si tornerà a parlare per presunte connessioni con la stagione delle stragi nere e in particolare con piazza della Loggia. Ad ogni buon conto Marco Furlan è definitivamente libero dal novembre 2010, avendo scontato una condanna a 27 anni di carcere 

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