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domenica 24 marzo 2019

Rapisarda: cento anni dopo l'eredità del fascismo è impermeabile alla retorica antifascista

di Antonio Rapisarda
Nell’autobiografia della nazione sarebbe dovuta essere solo «una parentesi», una malattia della sua storia, come sentenziava Benedetto Croce, uno dei padri dell’idealismo italiano. Cinquant’anni dopo invece il semiologo Umberto Eco, nume tutelare del pensiero progressista, era già costretto ad arrovellarsi addirittura sulla categoria di “Ur-fascismo”, di fascismo eterno, come un moto di rigetto che si ripresenterebbe ogniqualvolta vengono messi in discussione i paradigmi della modernità (qualsiasi modernità): vizio “oscuro”, a suo avviso, della società. Durante il “ventennio” di Silvio Berlusconi, infatti, il parallelismo sgangherato dei media mainstream fra la sua stagione e quella di Benito Mussolini ha creato il cortocircuito perfetto dietro il quale l’establishment ha avuto vita facile nella svendita degli interessi nazionali. E se oggi nelle piazze della sinistra radicale Matteo Salvini viene mostrato sui cartelli con la sagoma a testa in giù, un “raffinato omaggio” a ciò che avvenne al Duce nello scempio di piazzale Loreto nel ‘45, sulle pagine dei quotidiani impegnati è tutto un rincorrere di dotte analisi sulle «similitudini» fra la stagione dei sovranisti e ciò che avvenne gli anni ‘20, con la crisi del regime liberale e l’avvento appunto del proto-fascismo, il “diaciannovismo”.
In assenza di fascismo oggettivo, poi, per decenni in Italia si è data la caccia alle streghe e legiferato ossessivamente contro il fascismo immaginario, estendendo le disposizioni transitorie della Costituzione repubblicana, introducendo reati di opinione (la legge Mancino) e proponendo recentemente con l’esponente Pd Emanuele Fiano – per fortuna senza buon esito - una stretta di fatto alla libertà di ricerca storica e di espressione dietro la richiesta di perseguire penalmente la vendita dei gadget (poster, portachiavi, bottiglie di vino...) ispirati al Ventennio e il dibattito sui social (!).
In assenza, insomma, di una storicizzazione del fascismo (combattuta e rifiutata per decenni dal marxismo a livello accademico, dall’antifascismo dell’“arco costituzionale” a livello politico), che ne delineasse oltre i suoi errori e gli orrori anche i meriti e le conquiste sociali, che cosa è avvenuto? Che il fascismo è diventato lo spettro “vivente” del dibattito pubblico, oggetto dello scandalo da utilizzare come parafulmine per coprire le responsabilità delle classi dirigenti; facile spauracchio da esorcizzare per costruire carriere o per leggere, secondo convenienza, i fenomeni sociali ma anche sentimento genuino e fascinazione popolare accresciuti proprio in ragione della mediocrità dell’offerta politica, a maggior ragione quella che si formata dalla fine degli anni ‘60 in poi.
Certo, il fascismo è stato trattato dal grosso dell’intellighentia in termini caricaturali, devitalizzato e plasmato secondo i cliché della vulgata: il culto di Mussolini, più che il pensiero e l’azione del fondatore, come archetipo per stigmatizzare ogni leadership “forte”; il plebiscitarismo, più che il complesso riformismo corporativista, come indizio per stanare ogni fenomeno populista; la rigidità del Minculpop, più che la spigliatissima ed eterodossa produzione intellettuale emersa nel ventennio fascista (nonostante la censura), come riferimento di ogni forma di controllo dell’informazione; lo stesso modello della famiglia tradizionale, rispetto alle decostruzioni dell’ideologia gender, attaccato come ridotta di una visione “fascista” e reazionaria della donna.
È chiaro, dunque, che l’allarme fascismo dopo il fascismo è stato utile come arma “di distrazione” di massa per escludere dal dibattito pubblico una porzione di italiani (gli elettori e gli eletti del Msi) ma anche una certa visione dell’Italia, vitalista e sovrana, che il fascismo ha cercato di interpretare pensando a un ruolo per la nazione e per un’intera generazione di giovani reduci della Grande guerra nella fase iniziale dell’inquieto ‘900.
È questo a cent’anni dalla sua fondazione – che avvenne a piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo del 1919 – il portato che emerge di un movimento «sanamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore, perché antipregiudizievole», come si legge sul manifesto dei Fasci di combattimento pubblicato su Il Popolo d’Italia nel giugno del ‘19. Stagione a cui prese parte tra gli altri, influenzandone la grammatica e la “poetica d’azione”, il padre del Futurismo italiano Filippo Tommaso Marinetti e che ebbe come precursore Gabriele D’Annunzio e la sua Impresa di Fiume, “festa” della rivoluzione che ispirò l’istinto anti-borghese del primo fascismo.
Riferimenti – affiancati a personalità come quella di Italo Balbo, Ettore Muti e Giuseppe Bottai a cui si aggiungeranno, nel prosieguo della storia, accademici come Giovanni Gentile, sommi scrittori come Luigi Pirandello, giuristi come Alfredo Rocco e Carlo Costamagna, i giovani architetti dell’Eur, gli artisti “totali” come Duilio Cambellotti, solo per citarne alcuni – che costituiscono un corpus antropologico così ricco e variegato che va a completare la complessa operazione riformista del regime che ha costruito, di fatto, l’impianto sociale dello Stato italiano: dall’introduzione all’assicurazione pensionistica obbligatoria per i lavoratori alla creazione dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale. Un’eredità così imponente questa del fascismo che – al netto delle pagine buie e imperdonabili, come l’introduzione delle leggi razziali - non poteva che essere impermeabile alla retorica antifascista che ha cercato inutilmente di confondere e storcerne la memoria sventolando strumentalmente il fantasma. Non comprendendo, però, che nel bene e nel male tutto ciò si è innestato nella vena viva della storia d’Italia.

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