mercoledì 16 maggio 2018

Maravigliosamente, Anna K. Valerio tra passione della perfezione e musica del cuore 2a edizione

 Con questa conversazione con Anna K. Valerio intorno al suo libro "Maravigliosamente" comincia la collaborazione di Daniele Martignetti con Fascinazione. Si occuperà con il suo stile irsuto di "consigli di lettura". Ovviamente, trattandosi di una rubrica editoriale, non si può non cominciare che con un'edizione riveduta e ampliata. Al testo mancava, infatti, l'introduzione del curatore
Signore e signori, benvenuti a Consigli di lettura, l'unica rubrica che dei maroni degli scrittori fa spazzatura.
1 - Uh Gesù, se mi legge Freda, si incappella di brutto.
1 bis. - Sì, Anna Valerio è la moglie dell'Aeditus di Ar.
2 - Ho letto il libro bevendo caffè per provocare pure l'anima di Nietzsche.
2 bis. - Il capitolo su Sciascia ha meritato anche il biscottino.
3 - Devo chiedere a Silvia Valerio perché la sorella si chiami Anna "K".
4 - Le copertine dei libri di Ar so' carine. Un giorno intervisterò tal Curzio Vivarelli.
5 - Andate sul sito e acquistatelo, ne vale la pena.
5 bis - No, non mi entra nulla in tasca. Per ora.
In riferimento a un mondo 'Maravigliosamente' utopico. Quello dove la scuola non pretende vita, morte e miracoli degli scrittori, quello della meditazione intellettuale, quello dove essere di destra o di sinistra non è solo cliché. La penna di Anna K. Valerio scorre leggiadra demarcando concetti mai superficiali. Una nietzscheana.

Libro oscillante tra l'ego e l'es. I capitoli, senza troppi fronzoli, pretendono di esser “ammirati”, consapevoli di poter suscitare “maraviglia”, eppure Sciascia, Leopardi o l'eroismo nipponico, non sono novità per uno studente medio di una qualsiasi scuola nostrana. Come, secondo lei, i grandi della letteratura dovrebbero esser riletti sì da evitare il qualunquismo scolastico? 
La scuola di solito ti chiede: “Quando e dove è nato Leopardi?”, oppure: “Quali sono i ‘grandi idilli’?”, oppure: “Riassumi Il giorno della civetta”. Ma cosa c’è di vivo in domande del genere? Niente. I professori dovrebbero invece scoprire le righe in cui splende la bellezza e passarci e ripassarci sopra, cercando di capire e di far capire la formula magica che le ha generate (e accettare il rischio di non riuscire mai a capirla del tutto). Leggere piano, scendendo in profondità. Leggere e voler capire. Volere e capire. Leggere con energia, ma tenendo a bada ogni forma di presunzione. Leggere con passione, ma senza faciloneria sentimentalistica. Quella del grande poeta (e del grande scrittore) è una voce che gli scrive dentro. Occorre fare in modo di individuarla – e così si sarà capaci, sempre, di riconoscere l’opera che vale e quella che non vale. E così, con fresca naturalezza, si imparerà a scrivere. Non assorbendo formule retoriche, non obbedendo a schemi. La scrittura ottima è solo una scrittura precisa. E paziente. L’infinito dei poeti è solo aver guardato la realtà all’infinito. La realtà (la concretezza!) di un luogo, di un pensiero, di un sentimento.

“E a quattordici, quindici anni è bene sapere cosa vale la pena fare da grandi”. Tasto dolente quello del futuro dei giovani e, a onor del vero, anche dei più vecchietti. Si vive una quieta disperazione di un mondo liberale che non elargisce libertà di esser liberi: lei sapeva cosa avrebbe fatto da grande, a quattordici anni? 
Io a quattordici anni ero incendiata di passione della perfezione. E mi sembrava semplice normalità. L’unica scoperta che devo al mondo e all’esperienza è che invece non era esattamente normalità.

Provocazione da bar in attesa del caffé che Nietzsche non beveva – Sapeva anche, a quattordici anni, che si sarebbe innamorata dell'Aeditus Franco Giorgio Freda?
Meglio che neanch’io lo beva… No, quella cosa là non la sapevo proprio. Allora ero innamorata di un giovane filologo classico. E di Nietzsche, appunto.

Come da lei sottolineato nel secondo capitolo mirabilis, Cristina Campo tratta, non di rado, di – cit. - “... orrore per il meticciato, il rispetto per la razza, addirittura l'espressione omerica uomo di buon sangue”, tutte questioni a cuore di Edizioni di Ar. Estendiamo il campo analitico: reputa le suddette tematiche meritevoli di analisi sebbene la negrizzazione dell'Europa oramai compiuta?
“Negrizzazione” non direi. I guai dell’Europa per me stanno nel cuore degli europei. Che è un cuore fiacco, incapace di palpitare di lealtà. Il cuore di Cristina Campo sì che era vivo e vero. Ed è musica sentirlo battere. Sollievo.

Seconda provocazione da bar osservando anche quei cornetti appena sfornati – Saprebbe 'dimostrare' perché il davilliano “la verità non si può dimostrare: si può mostrare”?
La verità non si può dimostrare perché il suo non è il linguaggio della tecnica. Perché parla per echi e fluorescenze e nostalgie e presagi. La verità si può solo “mostrare”. O – mi spingo un passo più in là – inventare con l’arte della bellezza. Basta anche solo un gesto ‘giusto’, una carezza.



Il suo no all'utero in affitto prende spunto da “Due in uno” di Teresa De Monte. “Nulla si esaurisce nella sua dimensione materiale”: l'uomo non può essere Dio o Dio non può essere uomo?
L’uomo non può essere presuntuoso e cialtrone. Non può essere chiassoso e volgare. Non può essere vigliacco e traditore. Non può scordare la meraviglia – la ‘grazia’, dicevano i Greci – della propria umanità per un capriccio disonesto.

Capitolo “Salvini hai sbagliato”. Lei termina con un simpatico “Dovevi arrivare davanti a gente che non chiede altro che un Trump de noantri, una Marine de noantri”. Procediamo per gradi: il buon Matteo o operava come Donald, o come Marine, tertium non datur. Il primo è un imprenditore contestatore della Cina salvo avere aziende ivi locate, la seconda ha ereditato dal Jean-Marie solo il cognome ma non uno stralcio di coerenza ideologica col vecchio Front National. Io non so se Salvini abbia sbagliato, ma so che sembrava il coglione del decennio salvo poi essere scansato dal pentastellato Di Maio. Per lei, Salvini è impaurito da qualcosa o qualcuno?
Salvini è uno che si accontenta di poco. Oggi si potrebbero – e si dovrebbero – fare miracoli politici e questi fortunati rappresentanti del popolo stanno lì a fare i demagoghi o al massimo i burocrati. “Non so se il riso o la pietà prevale”…

Terza provocazione da bar considerando che il caffé non sia stato male – Il libro è un continuo di “consigli”, “esercizi”, termini eroici. A volte sembra usare concetti sufficientemente frediani (leggasi anche, a mio avviso, “In alto le forche”, Edizioni di Ar). Dovendo lei etichettare come maraviglioso uno tra Jacopo da Lentini e Franco Freda, con riferimento alle doti analitiche, per chi opterebbe?
L’eroismo e il cosiddetto estremismo sono linguaggi della passione. Di Freda mi ha incantata la coraggiosa generosità con cui ha anteposto l’ideale alla convenienza. Di Jacopo da Lentini… la stessa cosa.


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