mercoledì 28 febbraio 2018

28 febbraio 1975: la guerriglia rossa uccide Mikis Mantakas

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A fine febbraio 1975 inizia il processo per il rogo di Primavalle, la morte di due dei figli del segretario missino di Primavalle, carbonizzati in un attentato incendiario compiuto da tre dissidenti di Potere operaio che vogliono dare vita a una colonna romana delle Brigate Rosse. A promuovere la mobilitazione generale della fascisteria è il nascente movimento di Lotta Popolare, una frazione peronista del Msi, diretta da Paolo Signorelli, un professore di filosofia di area ordinovista, buon suonatore di chitarra (lo chiameranno ironicamente ”chitarrella”), sguardo freddo e ironico, forte della fama di squadrista spavaldo e un po' incosciente, guadagnata nei durissimi anni Cinquanta. Era rientrato nel partito con Rauti ma dopo lo scioglimento del Movimento politico da parte del Viminale riprende i rapporti con Lello Graziani, che gli affida una sorta di proconsolato. Dal Veneto come dalla Sicilia accorrono i militanti del disciolto gruppo. 

La guerriglia al Tribunale

Per un paio di giorni il dispositivo funziona: i quadri più anziani presidiano l’aula, i giovani rastrellano dall’alba le strade di accesso a piazzale Clodio mazzolando i compagni che tentano di affluire. Ma dura poco, giusto il tempo di riorganizzarsi e mobilitare i rinforzi, e all’alba del 28 febbraio sono i “rossi” a prendere il controllo della zona e possono così, a sorpresa e grazie a una schiacciante superiorità numerica, caricare i militanti missini. Soltanto l’apertura da parte dei carabinieri di un cancello laterale del Palazzo di Giustizia impedisce la disfatta. Dopo una frenetica trattativa, le forze dell’ordine concordano le modalità di ritiro: i camerati saranno scortati fino alla vicina sede missina di piazza Risorgimento, un santuario nero.

L'omicidio

Un torpedone della polizia trasporta un primo plotone, scortato da numerose volanti e jeep, che rientrano a piazzale Clodio per ripetere il servizio. Nessuno però lascia una forza di interposizione e così un’orda di compagni può impunemente assaltare le truppe sparse che bivaccano, stanche e avvilite, all’incrocio tra la piazza e via Ottaviani. Colti di sorpresa, i camerati ripiegano disordinatamente nel portone limitando i danni: le grida concitate, i lamenti di qualche contuso convincono i più esaltati tra gli assalitori che qualche compagno è stato catturato e tenuto prigioniero nel ridotto assediato. Parte un secondo, più rabbioso assalto, un braccio armato riesce a infilarsi nel portone, si sentono alcune revolverate, Fabio Rolli è ferito, il militante greco del Fuan Mikis Mantakas è colpito a morte alla nuca. Franco Anselmi, che ne vede gli occhi sbarrati, si inginocchia e bagna il passamontagna nel sangue dell’amico, una reliquia della sua personale religione della morte.

Il commando assassino si dà alla fuga. Un agente fuori servizio insegue uno dei partecipanti all’assalto, che tenta di far perdere le tracce infilandosi in un palazzo. Lo blocca all’uscita: all’interno dell’edificio la polizia recupera un impermeabile bianco e una pistola 7.65 (di calibro diverso da quello usato a via Ottaviani). Il fermato è Fabrizio Panzieri, responsabile del servizio d’ordine di Avanguardia comunista, uno dei gruppi più duri dell’estrema sinistra romana. Il suo rinvio a giudizio è il pretesto per l’ennesima rappresaglia indiscriminata. Un commando apre il fuoco con un cannemozze davanti alla sezione del Msi Prenestino, una roccaforte di Lotta popolare, i cui dirigenti Paolo Signorelli e Luigi D’Addio sono stati tra i pochi testimoni di accusa. Mario Zicchieri, sedici anni, “Cremino” per gli amici, muore dissanguato per le ferite alle gambe, un altro giovane resta ferito.

Le sorti del commando

Nonostante una martellante campagna in sua difesa, Panzieri sarà condannato per concorso morale in omicidio. Scarcerato, si arruola nelle Unità comuniste combattenti e quando alcuni compagni si “pentono” ripara all’estero, in Portogallo e poi in AngolaIl responsabile dell’omicidio, Alvaro Lojacono, giovane quadro militare di Potere operaio, segue il percorso del suo leader Valerio Morucci: Formazioni comuniste armate (accusate dell’assalto al Prenestino: ma il processo finirà in una clamorosa assoluzione), Brigate rosse (è accusato di essere tra i nove componenti del commando che rapisce Moro e massacra la scorta), poi il distacco dalla lotta armata, con la fuga all’arresto grazie ai vecchi rapporti del padre comunista con i reseaux clandestini della resistenza algerina. E’ arrestato molti anni dopo in Svizzera, dove aveva ottenuto la nazionalità grazie alla madre ticinese: è stato scarcerato nell’autunno 1999 dopo aver scontato 11 anni di carcere per l’omicidio del giudice Tartaglione, essendo messo al sicuro da un decreto di non estradabilità in Italia per la strage di via Fani. Un successivo arresto in Corsica, dove si era recato in vacanza, non avrà conseguenze.

I giorni della rabbia

La morte di Mantakas è seguita dai consueti “giorni della rabbia”: per una settimana Prati è interdetto alle “zecche” (compagni e capelloni) ma in molti non sono soddisfatti dalla qualità della rappresaglia. Bisogna rispondere attaccando, sostengono: un bel raid armato in un quartiere proletario, con l’obiettivo di devastare le sedi comuniste e lasciare a terra tutti i “compagni” intercettati o comunque scatenare scontri durissimi con la polizia per fare capire che non si possono impunemente ammazzare i “camerati”. La tensione cresce: nel corso di una discussione molto animata, qualche testa calda “mena” un dirigente del Fronte della gioventù assolutamente contrario alla vendetta, Gianfranco Fini. Non se ne farà niente, e sarà la giustificazione per qualche “disertore”: se si era lasciata impunita l’arroganza criminale dei compagni era meglio lasciar perdere e abbandonare del tutto l’inutile terreno della milizia per cercare altrove la propria via di realizzazione…


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