venerdì 3 novembre 2017

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"Siamo sicuri che la Lega senza il NORD sfondi al Sud?" Andriola risponde a Fabrizio Fratus

(G.p)Matteo Luca Andriola, antico collaboratore di questo blog, autore de La Nuova destra in Europa Il Populismo e il pensiero di Alain De Benoist, di cui consiglio una attenta ed approfondita lettura, interviene sulle ultime novità in casa Lega. Ci domanda e si domanda, provando a dare una risposta al questione se la Lega senza il Nord sfondi al Sud, diventando finalmente un partito nazionale.




Il segretario federale del Carrocio Matteo Salvini annuncia che alle prossime elezioni politiche toglierà la parola “NORD” dal simbolo elettorale del suo partito, che si presenterà così in tutte le circoscrizioni d’Italia semplicemente come “LEGA”, modificando così il nome del movimento politico fondato nel lontano 1989 a seguito dell'unione di sei movimenti autonomisti regionali attivi nel nord Italia (Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola, Alleanza Toscana ), una scelta che di fatto riacceso le polemiche tra i militanti storici della partito contro il leader, innescando un’azione di delegittimazione della stessa leadership.

 Non la pensa così Fabrizio Fratus, esponente di spicco dell’area “identitaria” confluita di recente nel Carroccio che ha investito tutto nella segreteria di Matteo Salvini, facendo del suo gruppo, Il Talebano, il referente per quella che la stampa ha definito “svolta nazionalista”, o addirittura “frontista” della Lega Nord, un partito che, come ho spiegato in diversi articoli e nel mio libro La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist (Ed. Paginauno, 2014), e come hanno spiegato sia il ‘papà’ di questo blog, Ugo Maria Tassinari, che il collega de Il Tempo Antonio Rapisarda in All’armi siam leghisti, ha da sempre intrattenuto rapporti con alcuni settori della fascisteria sin da prima dell’unità del 1989, una linea identitarista che si è concretizzata con l’asse con il Front national e con altri partiti affini. Ma nessuno aveva mai messo in discussione la dicitura “NORD” dal nome del partito.
Fratus, nel suo articolo spiega che «Il dibattito si concentra su due punti accusatori: togliere NORD significa diventare un partito nazionalista e quindi non in linea con lo statuto, [e] la Lega è un partito fortemente radicato al Nord, togliere la scritta è un suicidio politico.» Il punto primo, per Fratus, è un limite, perché la dicitura geografica «non poteva certamente rappresentare la volontà dei cittadini di tutto il paese e questo ne limitava l’azione politica, ma grazie alla svolta di Matteo Salvini le prossime elezioni, se vinte, potranno portare a: il primo governo con un Presidente del consiglio della Lega Nord parlamentari eletti da Nord a Sud per promuovere il federalismo» in tutta la Penisola.
Infatti non sbaglia: già da tempo Matteo Salvini ha cambiato gli obiettivi della Lega, facendola crescere, ma non mi risulta che il Carroccio «non ha la capacità di prendere i voti al Sud in quanto la parola NORD ne limita l’attrazione da parte dei cittadini meridionali», perché la lista “NOI CON SALVINI”, di fatto, pur essendo una propaggine della Lega Nord, è un contenitore – con tanto di tesseramento parallelo, diverso da quello del Carroccio – fatto per penetrare nel Sud, ma, e segnalo il programma (http://noiconsalvini.org/10-punti-del-programma-economico-della-lega-nero-su-bianco/), senza accennare al federalismo, tratto distintivo della Lega da sempre… Di fatto si è già snaturata la Lega Nord, e non solo a livello geografico, ma programmatico. Ma “Noi con Salvini”, e non la Lega “NORD”, che dal 6,2% delle europee è andata oltre il 10% e punta nei sondaggi al 14,5%, ha scarsa attrattiva, raggiungendo percentuali basse. Per le amministrative romane, la lista “Lega – Noi con Salvini” si è fermata al 2,72%, dimostrando tutti i limiti della proposta politica del segretario leghista nella capitale, nonostante il bombardamento mediatico e la frequente presenza del leader in città durante la campagna elettorale. Dati simili ovunque: nel giugno 2017, spiega Marco Sarti per Linkiesta.it. nel

“«Centrosud sono andati al voto nove capoluoghi di provincia, ma in sei casi il simbolo "Noi con Salvini” non è stato neppure presentato. A Lecce la lista si è fermata a 300 voti, conquistando lo 0,59 per cento. Il simbolo non c’era a Trapani, né a Catanzaro. In Campania la sfida è andata male: si va dallo 0,52 di Nocera Inferiore allo 0,48 per cento di Acerra (anche se spicca un 3,3 per cento nel piccolo comune di Mondragone, nel casertano). A Palermo è stato necessario unirsi con Fratelli d’Italia, creando una lista che ha raccolto poco più del 2,5 per cento. A dispetto dei dati, adesso Salvini celebra il risultato. «Avevamo scelto di presentarci in pochi comuni e concentrarci su quelli - ha spiegato poco dopo la chiusura dei seggi - Ma in alcuni centri, soprattutto nel Lazio, siamo davanti agli altri partiti di centrodestra». Il segretario si riferisce a Guidonia e Ladispoli, dove in effetti “Noi con Salvini” ha avuto una buona affermazione conquistando il 6,6 e l’8,5 per cento. Peccato che nei due capoluoghi laziali Rieti e Frosinone il simbolo non era neppure presente. Qualche risultato è effettivamente sorprendente. A L’Aquila la lista leghista ha superato le 2.500 preferenze, arrivando al 6,8 per cento. In Sicilia Salvini festeggia l’elezione di 25 nuovi consiglieri comunali. A Lampedusa, peraltro, la bandiera leghista sventola da tempo. «Il nostro era l’unico simbolo di partito presente sull’isola» racconta Angela Maraventano, ex vicesindaca del Carroccio. Stavolta si è fermata al 6 per cento, con 237 preferenze. Piccola curiosità: da queste parti non ha corso il movimento "Noi con Salvini”, ma la Lega Nord. Quella con lo spadone di Alberto da Giussano, per intenderci. «Certo, e ne sono orgogliosa» insiste la Maraventano. «Ho sempre militato nella Lega e ho sempre avuto il coraggio di esporre la nostra bandiera»”

Insomma, come ribadivo, per fare una “rivoluzione”, Salvini, eccetto in qualche realtà, rischia non solo di non attrarre il Sud, ma di perdere pure l’appoggio dello zoccolo duro militante – quello che si è scaldato per l’assenza della dicitura “PADANIA” sul palco di Pontida all’ultima kermesse leghista, e che magari sognano ancora la “Repubblica del Nord” di Miglio come nei primi anni ‘90 o addirittura la secessione – che ha rafforzato il Carroccio alle ultime tornate e che per il partito si è speso, lì dove la Lega Nord è ed era radicata (ergo, il boom post-bossiano è innegabile, ma lì dove la Lega era “NORD”).
Non è la prima volta che la Lega Nord cerca di sfondare al Sud, ma sempre, come per “Noi con Salvini”, con scarsissimi risultati. Si pensi alla fallimentare Lega Italia Federale, il nome con cui la Lega Nord si presentò nelle regioni dell'Italia meridionale e nel Lazio dal 1993 al 1995, progetto basato sul cambio del nome del Carroccio lanciato all'assemblea federale della Lega Nord del maggio 1993 a Venezia per cercare di mietere maggiori consensi nelle regioni centromeridionali. Il Il partito mantenne il suo nome, ma tale dicitura venne applicata alla sua organizzazione stabile nel centro-sud, che fu elevata al rango delle varie "sezioni nazionali". La Lega Italia Federale ebbe sede in Roma e coordinatore Cesare Crosta. L'esordio della Lega Italia Federale (che presentava lo stesso simbolo della Lega Nord, solo senza dicitura “NORD”, con tanto di slogan antipartitocratici in dialetto romano o meridionale) alle elezioni avvenne nella tornata autunnale del 1993, quando il partito candidò a sindaco della capitale Maria Ida Germontani, che ottenne lo 0,7% (la lista per il consiglio comunale ebbe l'1,1%). Alle elezioni regionali del 1995 la lista si presentò in Lazio, Puglia, Calabria (dove appoggiò i candidati del centrosinistra) e Campania (con un proprio candidato alla presidenza). I risultati furono inferiori all'1% in tutte le regioni. La svolta secessionista della Lega Nord nel 1996 segnò la fine del progetto della Lega Italia Federale, che da allora non fu più presentata. Eppure, in quel 1993, la Lega Nord entrava in parlamento tuonando contro la partitocrazia e cavalcando l'onda lunga di Tangentopoli e dell’anticorruzione sventolando cappi contro i politici del Pentapartito, prendendo alle politiche del 1992 l'8,6% alla Camera e l'8,2% al Senato dei voti a livello nazionale, con 80 parlamentari, di cui 25 senatori e 55 deputati, ma eletti SOLO al Nord. E nonostante questo l'anno dopo, nel 1993 - anno delle amministrative, dove a Milano si elegge il leghista Marco Formentini e si conquistano amministrazioni su amministrazioni in tutto il Nord -, nel Sud il leghismo fallisce. Perché? Perché la Lega è un partito NORDICO. E infatti in quel periodo l'onda lunga antipartitocratica nel Sud la intercetta il Msi-Dn, che condusse un'energica campagna contro il pentapartito e i cosiddetti 'ladri di regime', dichiarando aperto appoggio ai giudici di Mani Pulite e presentandosi con lo slogan «ogni voto una picconata» alla campagna elettorale del 1992, preludio ad Alleanza nazionale.
La scelta “nazionale” della Lega, infatti, potrebbe avere gravi ripercussioni sul movimento tutto, come sottolinea sul giornale L’Indipendenza Nuova il giornalista Giovanni Polli, autonomista piemontese, ex giornalista de La Padania (fra i giornalisti cassintegrati e poi licenziati dopo la liquidazione dell’organo leghista e critico verso le ultime svolte salviniane, tipo la nascita del periodico online Il Populista, che tocca temi generalisti, senza parlar mai di folklore, identità, localismo e federalismo, tipici temi leghisti) e conduttore su Radio Padania Libera della trasmissione Lingue e Dialetti, che nell’articolo Lega, il partito finto rivoluzionario. Chi ha suggerito i nuovi spartiti al direttore dell’ex orchestra padana?, nota che «Di sicuro le parole di Umberto Bossi rivolte a Matteo Salvini [dopo la svolta, ndr] sono macigni: “Lui pensa di prendere più voti se toglie la parola “Nord” e invece non è vero”, dice il fondatore del Carroccio. “Anzi, c’è il rischio grosso di perdere voti al Nord”, aggiunge. “Il nome rimane Lega Nord, cambia solo il simbolo: è come se facesse un imbroglio dannoso, perché innesca un processo anti-identitario che può allontanare la gente al Nord”.» (http://www.lindipendenzanuova.com/lega-il-partito-finto-rivoluzionario-chi-ha-suggerito-i-nuovi-spartiti-al-direttore-dellex-orchestra-padana/)
In sintesi, in Catalogna e nel Lombardo-Veneto la politica locale riscopre l’autonomia, e vengono indetti (pur nella loro siderale diversità) dei refrendum. Ma che fa Salvini? Investe su un tema storico e caro all’elettorato leghista e a quello di vasti settori del centrodestra (si pensi alla campagna di Libero pro-referendum)? No, fa il Front national all'amatriciana, rischiando di diradare parte del consenso nelle regioni storiche dove il leghismo è nato, senza però sfondare lì dove si presenterà ex novo, in maniera piuttosto ibrida, magari senza militanza storica, divenendo di fatto un contenitore vuoto, un partito d'opinione tipo il Partito democratico di Renzi, che in questo caso attrae consensi fra i delusi della partitocrazia, ma deludendo lo zoccolo duro leghista. Peccato poi, a differenza del frontismo che non si metterebbe mai coi gollisti, Salvini si alleerà con Berlusconi, il sodale della Merkel nel Ppe, i fautori primi dell’austerity.
L’erosione in casa leghista, inoltre, è già iniziata, e non si limita ad una maretta in via Bellerio fra un Bossi localista e un Salvini riconvertito al nazionalismo lepenista. Pochi, infatti, hanno parlato della nascita di un nuovo soggetto federalista e nordicista, Grande Nord, movimento autonomista che raccoglie molti ex leghisti, nato i primi di ottobre di quest’anno, una sigla localista e regionalista promossa inizialmente dall'ex "serenissimo" Roberto Bernardelli, che ha nel suo comitato d’indirizzo oltre a quest’ultimo, indipendentisti veneti come Franco Roccon, fra i fondatori della Liga Veneta storica, e Carmen Gasparini; l'ex sottosegretario alla Salute, Francesca Martini; gli ex deputati Oreste Rossi e Angelo Alessandri, l’ex capogruppo leghista alla Camera Marco Reguzzoni, di Varese, oggi consigliere delegato di Grande Nord. Si tratta di un movimento federalista e “nordico” che si fonderà su comitati locali, ognuno con un coordinatore che tiene i rapporti con il comitato di indirizzo, ma senza prevedere segreterie sul modello dei partiti tradizionali. Grande Nord, che nella riunione pubblica dello scorso maggio ha avuto l’onore della presenza del senatùr Umberto Bossi, presente come semplice osservatore ma in rotta con Matteo Salvini, ha l’ambizione, come la “vecchia Lega”, di rappresentare le ragioni di tutti gli autonomisti e gli indipendentisti delle regioni settentrionali, proprio come faceva la Lega “NORD”.
Morale della fiaba? La Lega è un partito del Nord, che al massimo può fare tandem con la Meloni su temi simili, attrarre gente di destra (e non solo) ma fare alchimie di questo tipo servirà a pigliar batoste, e al massimo ammansire Salvini sotte le ali protettive di Berlusconi, cambiando tutto per non cambiare nulla.

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