giovedì 1 giugno 2017

Gianfranco Fini rischia 12 anni di galera

(G.p)Gianfranco Fini, accusato di riciclaggio come il cognato fuggito a Dubai, rischia dai quattro ai dodici anni di carcere ai sensi dell'articolo 648 bis del codice penale come ci racconta la collega Cristiana Lodi dalle colonne del quotidiano nazionale libero diretto da Vittorio Feltri.
Articolo che riportiamo per intero.


Il cognato fuggito a Dubai, e dichiarato «irreperibile», ha un mandato di cattura puntato sopra la testa per un affare criminoso di cui Gianfranco Fini sarebbe considerato «l’ideatore». Il «socio» dell’ex presidente della Camera, per questa storia di riciclaggio internazionale, aspetta di essere estradato dall’isola dei Caraibi dov’èstato arrestato il 13 dicembre scorso. Lui (Gianfranco Fini), dunque, trema.
E ha tutto il diritto di avere una fifa blu. Se è vero, come scrive la giudice delle indagini preliminari (firmataria dei suddetti provvedimenti cautelari), che l’ex terza carica dello Stato «è la sola e vera ragione dei rapporti illeciti» con l’imprenditore delle slot machine, Francesco Corallo. E ancora, Gianfranco Fini per il magistrato «è l’uomo che introduce la famiglia Tulliani» e il cognato ricercato «nel disegno criminale». Usandoli addirittura come «prestanome», dopo avere stretto la relazione sentimentale con l’attuale compagna Elisabetta.
La tesi del gip Simonetta D’Alessandro, nell’ordinare il sequestro di 934 mila euro (depositati in due polizze intestate alle figlie di Fini), è in sostanza questa. E attribuisce proprio all’ex capo di Alleanza nazionale, nonché ex presidente della Camera, già vicepremier e ministro degli Esteri nel governo Berlusconi, la «centralità progettuale e decisionale» in tutta la vicenda del riciclaggio dei soldi sottratti all’erario (e al contribuente) mediante il business del gioco d’azzardo legalizzato gestito dall’imprenditore Corallo. E sempre Fini sarebbe l’artefice dell’affaire dell’appartamento di Montecarlo che fu della contessa Colleoni. Insomma, l’ex leader di An, per l’accusa, è il motore (non proprio immobile) intorno al quale avrebbe ruotato tutto il resto.
Con i parenti che, come scrive il gip, «si sono resi protagonisti seriali di numerosi episodi di riciclaggio, consumati in un lungo periodo che va dal 2008 e al 2015». Mentre il «legame» tra Fini e Francesco Corallo è «già cominciato nel 2004» come dichiara (senza essere smentito) l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta (finiano passato nelle fila di Silvio Berlusconi quando ci fu la rottura). Gianfranco, a ragione, trema. E teme la galera.

NIENTE FUGA
Egli, a differenza del cognato Giancarlo, non è fuggito all’indomani dell’arresto di Corallo e delle perquisizioni ordinate dalla procura di Roma. Il gip D’Alessandro lo scrive chiaro nell’ordinanza: «Due giorni dopo la perquisizione avvenuta il 13 dicembre 2016 nel suo appartamento romano, GiancarloTulliani vola a Dubai. Contestualmente cerca di trasferire negli Emirati Arabi 520 mila euro depositati su un conto corrente del Monte dei Paschi». Come non bastasse, gli uomini dello lo Scico, nella perquisizione del 14 febbraio scoprono che la sua villa è stata abbandonata in fretta: i letti disfatti, la cassaforte svuotata, un sacco nero con fogli di carta triturati e al centro un fiocco verde a simboleggiare lo scherno per la stessa Finanza. Gianfranco Fini invece non è scappato. E non ha cercato, l’ex presidente della Camera considerato il «dominus», di movimentare il denaro considerato illecito e proveniente dal riciclaggio.
È rimasto a Roma con la compagna (coindagata) Elisabetta. E (proprio da dicembre 2016) si è limitato a interrompere i versamenti (non ha messo un centesimo in più) sulle due polizze assicurative (da 467 mila euro cadauna) intestate alle figliole e ora blindate dalla Guardia di Finanza.
Adesso gli inquirenti romani sono a caccia del gruzzolo («almeno 7 milioni di euro») che la famiglia Tulliani («per il tramite di Fini») avrebbe illecitamente intascato da Corallo e riciclato. E dopo averne sequestrati 5 (in beni mobili e immobili) a Giancarlo, Sergio (il suocero) e Elisabetta, sono passati a Fini e alle polizze assicurative, non avendo egli alcun bene intestato.

L’ACCUSATOREAmedeo Labocceta resta il suo principale accusatore. Questi, arrestato (e scarcerato) per associazione a delinquere e riciclaggio, viene ritenuto credibile dai pm. Anzi, proprio grazie a questo testimone, gli inquirenti arrivano a ricostruire gli intrecci definiti «inquietanti» e «l’alleanza tra Corallo e Fini». Alleanza da cui l’imprenditore napoletano delle slot machine «ricava agevolazioni legislative e guadagni ultramilionari». Introiti per i quali Fini avrebbe chiesto e ottenuto il tornaconto. Gianfranco querela Amedeo Laboccetta, si fa interrogare dal pm ma non riesce a demolire la versione accusatoria del testimone.
I gravi indizi, a carico di Gianfranco Fini, dunque ci sarebbero. Ed egli ha motivo di preoccuparsi di finire in cella. Certo al momento, forse, mancano le esigenze cautelari. Oltre a non essere fuggito a Dubai, Gianfranco, non avrebbe di recente cercato di nascondere denaro. Così almeno sembra.
Può però inquinare le prove? Di fatto Fini indagato per riciclaggio, convive e parla con i familiari (cioè la moglie e il suocero) finiti sotto accusa insieme con lui per lo stesso reato. E se quindi si mettessero d’accordo sulla versione da dare ai magistrati? Nessuno può escluderlo. Interpellato al telefono dal Corriere della Sera, l’ex terza carica dello Stato, ha detto alla cronista che i soldi sono stati sequestrati alle sue figlie «sulla base dell’incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani». E ha commentato: «Oltre al danno anche la beffa». Chissà, forse gli converrebbe dire una volta per tutte come sono andate le cose. Anche perché per il reato di cui è accusato rischia dai quattro ai dodici anni di carcere (articolo 648 bis del codice penale).

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