lunedì 24 aprile 2017

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La Francia s'è destra


(G.p)Il collega Antonio Rapisarda, dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero, ci spiega perché Marine Le Pen, candidata alle presidenziali per il Front National rappresenta la risposta maggioritaria, sincera, traversale e sostanziale contro l'establishment diversamente populista di Macron.

E la Francia si è risvegliata (diversamente) populista. Il dato certo è che è finita come i sondaggi – udite, udite – avevano previsto: al ballottaggio del 7 maggio per l'Eliseo andranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen, due risposte “alternative” a due diverse esigenze. “En marche!”, con questo slogan l'outsider Macron è davvero in corsa – da favorito ufficiale, a questo punto - verso la poltrona che fu di Hollande dopo essersi aggiudicato, secondo le proiezioni, la prima manche delle Presidenziali più discusse e movimentate che si ricordino nella Repubblica dei Lumi. Dopo la Brexit e la sortita di Donald Trump, le élite qui si prendono una prima grossa rivincita, seppur dissimulate dietro la figura di un antisistema (di sistema) e sebbene si sia trattato ancora solo del primo turno. L'indicazione di massima, però, è arrivata: nonostante il pedrigree scolastico d'alto rango, la sostanziale commistione con la presidenza Hollande e gli endorsement di tutti i poteri forti in circolazione – da Angela Merkel a Juncker fino ai giornali finanziari – il trentanovenne Macron, già uomo della Rothschild, alla guida di una sorta di “non partito” tutto riforme e ottimismo, è riuscito a imporsi come un'immagine nuova credibile, capace soprattutto di contendere la guida della protesta all'ondata populista che in Francia ha allevato la sua “madrina”. Marine Le Pen, da parte sua, si conferma come l'altra grande vincitrice di questa tornata: la fautrice della Francia “sovrana” si è affermata – dopo il boom alle Europee e alle Regionali - come il polo di attrazione maggioritario di chi critica l'impianto dell'Ue, dell'euro come sistema di governo e delle frontiere colabrodo che mettono a repentaglio, a suo avviso, la sicurezza nazionale. Ma c'è di più. Marine Le Pen si pone, in vista del secondo turno, come il contraltare di tutto ciò che rappresenta establishment, dato che François Fillon, il grande sconfitto dei Republicains (che per la prima volta non parteciperanno al ballottaggio), non ha perso tempo nel dichiarare il suo appoggio a Macron. Ciò rende tutt'altro che già deciso il secondo turno del 7 maggio, dato che – come hanno dimostrato diverse analisi in queste ultime settimane – esistono importanti punti di contatto tra il programma “protezionista” sociale e anti-euro della Le Pen e quello della “Francia ribelle” di Jean-Luc Mélenchon, il candidato della sinistra radicale che ha rappresentato, da parte sua, l'altra importante sorpresa di queste elezioni.

Le Presidenziali di Francia hanno evidenziato inoltre alcuni snodi che scavalcano di gran lunga le Alpi. Il dato macroscopico è che finisce anche in Francia – una delle sue patrie d'elezione - il bipolarismo per come lo abbiamo conosciuto. Il dato lampante è che i socialisti di Benoît Hamon sono rimasti letteralmente spiaggiati, incapaci di riprendersi dopo la disastrosa stagione targata François Hollande; mentre la rincorsa dei Republicains è stata sì frenata via giudiziaria ma al loro interno non si sono rivelati più capaci, dopo l'implosione di Nicolas Sarkozy, di fornire nuova classe dirigente, dato che Fillon, da quarant'anni sulla scena, rappresenta in ogni caso uno dei politici di lungo corso.

Fra i temi che hanno pesato sulle scelte dei francesi è evidente come quello del contrasto al terrorismo e della sicurezza non appartenga più alle mere ipotesi di governo ma sia entrato “in diretta” e con forza percentuale – proprio come un video sui social – nella forbice elettorale delle campagne dei candidati. Sul capitolo Ue, poi, non esiste un messaggio trionfante né più una koinè sulla quale le forze maggioritarie convergono. Ieri non ha prevalso infatti né l'invettiva populista né quella euro-entusiasta: segno che esiste una società politica sempre più spaccata – si parla non a caso di “quadripartitismo” - e sempre più espressione di una geografia sociale che evidenzia le fratture esistenti non solo tra centro e periferia delle metropoli ma anche tra Capitale e tutto il resto della sterminata provincia. È emerso insomma un nuovo dualismo, intercettato nella pars destruens da Marine Le Pen – che sulla messa in discussione radicale della Ue fa dipendere «la sopravvivenza della Francia» – e in quella costruens di Macron – secondo il quale l'Europa si risolleverebbe soltanto con «più Europa».

Europa politica che si scopre sempre più interconnessa. Il voto francese, pertanto, è destinato a disegnare e a determinare gli equilibri in vista di appuntamenti importanti come il voto in Inghilterra ma soprattutto (si spera, prima o poi) anche in Italia. Nel Belpaese sorridono di certo Matteo Renzi (macronista convinto, che da adesso si manifesterà di certo più intransigente verso il governo Gentiloni) e i sovranisti di Lega e Fratelli d'Italia che possono festeggiare da parte loro come vincente l'agenda identitaria che vorranno far pesare di più nonostante i mal di pancia di Berlusconi. Infine, la Francia ha dimostrato che un sistema elettorale può funzionare: il 7 maggio, comunque vada, ci consegnerà un presidente della Repubblica. In Italia, per il momento, vi è certezza che il giorno dopo un vincitore che governa sarà quasi impossibile. Su questo un po' di sana invidia per i cugini non è peccato.

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