martedì 21 giugno 2016

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Napoli:una città orfana di politica, a vincere è stato l’astensionismo

(G.p)Chi è il vero vincitore di queste elezioni napoletane? Che fine hanno fatto i partiti tradizionali? Che fine ha fatto la destra napoletana, divisa in almeno 4 rivoli, che elegge solo 2 consiglieri comunali, Marco Nonno ed Andrea Santoro?  Che fare per Napoli e per il bene dei Napoletani? Sono alcune domande che si pone il collega Luigi Mercogliano, sul quotidiano cattolico on line La Croce, diretto da Mario Adinolfi.
Domande alle quali cerca di dare una risposta, anche in forza della sua recente esperienza politica come candidato sindaco di Napoli per il Popolo della Famiglia.
Articolo che proponiamo per intero.


Chi è il vero vincitore di queste elezioni napoletane? Non ho alcun dubbio: è stato il fronte degli astenuti. Una grandissima fetta di città, all'incirca 7 napoletani su 10, ieri ha preferito astenersi e non andare a votare, lanciando in questo modo un segnale chiaro alla città ed al Paese: non ci interessa più la politica!

Questo dato è ancora più grave se si pensa che a Napoli ci sono state oltre 40 liste di candidati al consiglio comunale ed un esercito di liste per le Municipalità. Tutto avrebbe fatto pensare ad un’elezione sentita e partecipata. Macchè. Il dato deprimente è che su di una popolazione di oltre 700 mila abitanti vanno a votare meno di 300 mila e tra questi 180 mila circa votano per il sindaco uscente. Il che significa che lo legittima sindaco per la seconda volta soltanto il 25% della popolazione avente diritto al voto. Il che vuol tristemente dire che 7 napoletani su 10 non si riconoscono nel sindaco riconfermato e, cosa ancora più grave, non si riconoscono nella politica, ignorandola nei fatti. Una debacle totale per la democrazia. Una sconfitta per il partiti tradizionali. Una grossa frattura che va sanata. Per amor di Dio, per amore di Napoli, va assolutamente sanata. E presto.



Ma andiamo per gradi.

Questa democrazia così com’è non funziona. O almeno non viene percepita come in grado di fornire risposte alla popolazione che le aspetta da anni e che ormai ha smesso di sperare, ha finito di attendere. Ed è drammatico questo dato perché denota non soltanto una sfiducia nelle istituzioni che, al momento del voto, si traduce in una diserzione pressoché totale dalla urne. No, non è soltanto questo il dato che allarma. Quello che preoccupa e che deve preoccupare la politica napoletana ad ogni livello ed ovviamente il sindaco riconfermato è che questo dato si concretizza in migliaia di giovani che non sperano più di costruirsi un futuro qui, guardando all’estero come meta per la realizzazione del proprio futuro. Quindi depauperamento demografico, calo delle nascite. In città restano solo gli anziani, che da soli non ce la fanno più a bastare a se stessi perché i figli sono ormai andati via e quindi necessitano di assistenza. Una assistenza che costa, anche tanto. E molti di questi con le loro misere pensioni, a volte soltanto sociali, non ce la fanno nemmeno a fungere più come bacino di welfare familiare per i figli e i nipoti, come succedeva una volta nell’era del Paese solidale che non esiste più nemmeno da queste parti.

Chi resta? Resta chi non può scappar via. Chi resta, o resta in famiglia finché può - abbandonato così ad una condizione di emarginazione sociale e depressione – oppure cerca la soluzione che viene offerta ad ogni angolo di strada nei quartieri popolari, ormai non più periferie della città, e cioè arruolarsi tra le fila del malaffare e perdersi, se tutto va bene, nel tunnel senza via di uscita della delinquenza.

Di contro, c’è una città capace di bastare a se stessa che giudica la politica non più in grado di garantire ordine, sicurezza ed opportunità di sviluppo. E siccome ha la forza di restare in città, si arrocca nelle poche zone ancora non contaminate e lì concentra la propria dimensione esistenziale, i propri affari, i propri interessi. Sullo sfondo, decine e decine di associazioni, centri culturali, realtà di aggregazione sociale, chiese cattoliche ed evangeliche, assemblee di Dio e pentecostali, che stentano ad andare avanti ma che, con tanta fatica e con quel poco di sostegno che a volte proviene dalle Caritas Diocesane, a volte proviene dall’autofinanziamento spontaneo, fungono da riferimento e alternativa, soprattutto nei quartieri difficili, per tutti quei giovani sani e per tutte quelle famiglie che alternative non hanno.



Altro dato che emerge chiaro è la sconfitta della proposta politica dei partiti tradizionali.

Da queste elezioni, emerge infatti che il cosiddetto “arco costituzionale”, come si diceva una volta, crolla sotto i colpi delle liste civiche e delle spinte localistiche. Partiamo dal Partito democratico. Un partito che si è mosso a Napoli come un elefante in una cristalleria. Già dalle elezioni primarie, i Democrat napoletani hanno fatto ben intender di non avere una guida forte e capace di condurre il partito ad una rivincita. L’aver silurato l’unico candidato potenzialmente forte – si badi bene, forte, non credibile e questo già la dice tutta – e cioè Antonio Bassolino per preferirlo ad una insignificante Valeria Valente sulla cui vittoria alle Primarie napoletane del partito vi erano più ombre che luci dopo la vicenda dei soldi dati fuori ai seggi da alcuni esponenti del partito per far andare le persone a votare, la dice lunga sullo stato di crisi col quale il partito napoletano è arrivato all’appuntamento del voto. A questo, si aggiunge la pochezza di una candidata non supportata da tutto il partito, gran parte del quale non le ha riconosciuto la vittoria alle Primarie, che è sembrata a volte anche confusa nel corso di tutta la campagna elettorale e priva di risposte concrete ai problemi di una città che sono ormai endemici.

Dall’altro lato, quel che resta di una destra ormai allo sbando e che ormai si è rassegnata al fatto di non essere nemmeno più capace di ricercare se stessa, le proprie radici storiche e la propria identità al punto da appiattirsi per la seconda volta su di un imprenditore dal passato sicuramente discutibile già bocciato sonoramente 5 anni fa dai napoletani che lo hanno sonoramente disdegnato anche stavolta. Anche qui, un dato emerge chiaro su tutti: la pochezza di una classe dirigente che nell’epoca d’oro del PdL fondava tutte le sue fortune sui campioni delle preferenze in provincia come i Cesaro e i Cosentino, che però in città non hanno mai dato prova di essere in grado di selezionare classe dirigente in grado di essere credibile veramente. Sullo sfondo, la triste diaspora della destra post missina di An che, confluita nel PdL dopo il Predellino, non ha saputo conservare il suo patrimonio storico ereditato dalla storica presenza in consiglio comunale del Movimento Sociale Italiano che, nel 1980, riuscì addirittura a prendere 100 mila preferenze al grido di Almirante Sindaco! A porsi come erede naturale di quel ricordo ormai lontano un nemmeno tanto convinto Marcello Taglialatela, deputato di Fratelli d’Italia e leader storico missino, che non supera la soglia dell’1 e mezzo per cento e condanna il partito di Giorgia Meloni a Napoli a restare fuori dal consiglio comunale. Una triste fine di un glorioso passato.



Sanare presto la frattura con la città. Ma chi può farlo veramente?

Non sembra che il sindaco che predilige la rivoluzione e che si è posto a capo degli antagonisti e dei centri sociali abbia voglia di fare questo lavoro. Esiste infatti una città che con certi metodi ed in certi comportamenti non si riconoscerà mai e poi mai. E il sindaco non pare abbia voglia di essere il sindaco di tutti, ma solo della sua parte.

Ed allora, chi può veramente intercettare quella ampia fascia di popolazione che non si riconosce nel sindaco “zapatista”, ma che non trova più credibilità in quel centro destra che un tempo incarnava quei valori che oggi nessuno sembra più voler difendere? Non c’è altra soluzione: solo il Popolo della Famiglia è destinato a crescere ed a rappresentare un nuovo modo di fare politica diverso dal passato, posto che anche il M5S non incarna quei valori non solo cristiani, si badi bene, che mettono insieme le famiglie e le persone di buon senso, tante, tantissime che si sono astenute domenica proprio perché non vedono nell’offerta polita attuale la vera alternativa, credibile, concreta, possibile.



Cosa c’è da fare allora, per il bene di Napoli e dei napoletani?

Dobbiamo restare uniti, provando se ci riusciamo a costruire il Movimento napoletano ripartendo dal nostro risultato di domenica 5 giugno: 1490 persone per bene, alle quali siamo riusciti ad arrivare nel breve tempo a nostra disposizione e senza alcuna forza economica e mediatica alle nostre spalle, che se non avessero incontrato il Popolo della Famiglia si sarebbero quasi certamente aggiunte alle centinaia di migliaia di napoletani che si sono astenuti.

Noi, invece, abbiamo avuto il coraggio di incontrarli uno per uno, di spiegare loro il nostro progetto di “una città a misura di famiglia” e li abbiamo convinti a non astenersi, a non rinunciare al voto, a non voltare le spalle alla democrazia diretta. Qualcosa si sta muovendo in città. Le persone di buon senso pian piano si accorgeranno di noi. Basta lavorare, per arrivare a loro col nostro messaggio che unisce e non divide.

Chi, di questi tempi, non vorrebbe più sostegno alle Famiglie?

Chi, con quello che si vede in giro, non vorrebbe più controlli sui programmi scolastici per i nostri figli e una scuola che pensi più alla sicurezza dei nostri bambini - sempre più penalizzati rispetto al resto d’Europa quanto a strutture e attività – e meno alle teorie fuorvianti del MIUR sull’affettività?

Chi, con la crisi che c’è in giuro, non vorrebbe una città ed un Paese più solidali verso disabili e anziani, emarginati e bisognosi, e che i soldi pubblici fossero spesi per queste emergenze e non per le feste di piazza e le carnevalate di ogni genere?

Ed allora non c’è più tempo da perdere: al lavoro tutti insieme, ma tutti senza esclusione alcuna ognuno in base al tempo che può dedicare ed alle competenze che può mettere a disposizione del gruppo e non lasciamoci distrarre da chi guarda al Popolo della Famiglia come un’opportunità personale in un ottica da prima repubblica. Quel tempo, con tutte le sue modalità perverse di gestione del potere, è finito da un pezzo. E il risultato elettorale lo dimostra in pieno. Comprendiamolo e vada avanti chi ha dimostrato di valere mettendoci la faccia in prima persona accettando la sfida ora che c’era tutto da perdere e non chi vuole salire adesso sul c carro per provare a farsi il proprio trampolino, perché per questi non ci sarà spazio alcuno.


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