sabato 6 febbraio 2016

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Mario Merlino : ritratto di Robert Brasillach


Assassinato per le proprie idee, mica per crimini di guerra. Assassinato esclusivamente per quel che aveva scritto. Robert Brasillach, scrittore, giornalista, poeta, critico cinematografico, nazionalista, è rimasto fedele a sé stesso, non abiurando, non cambiando fronte. Brasillach era un patriota, accusato di collaborazionismo con il nazismo, assassinato dalla stato francese, dopo un processo durate niente, dove sia il pubblico ministero che il presidente della Corte avevano lavorato, fino a pochi mesi, per il regime di Vichy.
Non aveva rubato, non aveva ucciso nessuno, non si era fatto corrompere. Aveva scritto, molto bene. Assassinato il 6 febbraio del 1945 perché certe parole sono pericolose come le camere a gas.
Mario Michele Merlino, estimatore del poeta francese e tra i curatori della traduzione e della stampa dei poemi di Fresnes in Italia,
in esclusiva per i lettori di fascinazione, traccia il ritratto di un simbolo, Robert Brasillach. Un personaggio divenuto l'emblema di quel coraggio e di quell'amore che non sono mai soggetti a processo. Un poeta strappato al mondo troppo presto dall'odio di chi volle fucilarlo per le proprie idee. Processato ed ucciso come disse De Gaulle perché anche il talento è responsabilità.

Nella cella n.77 dei condannati a morte Robert Brasillach si rifugia – ed è l’atto suo estremo - nella scrittura, quella scrittura veemente suggestiva trasognante e coinvolgente che l’ha incantato giovanissimo tanto da renderlo poeta e narratore e giornalista. Ha infilato nel beccuccio della pipa il pennino. Con il carico di sette chili di catene che non gli vengono tolte neppure per dormire. Nel pomeriggio di quel 5 febbraio 1945 il suo avvocato, Jacques Isorni, s’è recato nel carcere di Fresnes, siamo a Parigi nei mesi successivi la liberazione, per comunicargli come la grazia sia stata respinta e che l’esecuzione, dodici bocche da fuoco lo attendono avide del suo sangue, avverrà il mattino dopo nel forte di Montrouge.



All'avvocato che avrebbe voluto trascorrere la notte al suo fianco, impedito dalle ferree leggi della prigione, gli ha corrisposto un timido sorriso e ‘Etre seul. J’aurai tout les temps. Il faut que je m’habitue’… E’ come se le parti si fossero rovesciate e sia egli a rincuorare il suo avvocato. Anche qui, di fronte alla morte, Brasillach dona tutto se stesso: la giovinezza l’amicizia la gioia di vivere, che sono stati i pilastri della sua scrittura, ora si accompagnano alla fierezza e alla speranza, ‘le sole due virtù a cui si affida il mio cuore’, come annota nelle ultime righe di Lettera a un soldato della classe 40'



C’è una data che lo segna, che marchia il fascismo francese: è il 6 febbraio del 1934. La gioventù nazionale – e i giovani comunisti, del resto – scende in piazza lungo i viali che conducono alla Senna si dirige verso la sede del parlamento radicale massone corrotto. La polizia riceve l’ordine di sparare, ci sono una quindicina di morti.

Lo scrittore Pierre Drieu la Rochelle ne tratteggia il senso le speranze il sogno infranto in pagine indimenticabili nel suo libro più compiuto, Gilles. E Brasillach, è uscito di sera dal teatro, intuisce come quel sangue versato sia il segno del destino che lo chiama s’impone lo conduce. E i suoi ultimi versi, nel gioco strano e oscuro della ricorrente data, sono un pensiero un ricordo una comunione: ‘Le ultime fucilate continuano a lampeggiare – nel giorno indistinto là dove sono caduti i nostri. – Con undici anni di ritardo sarò, dunque, fra voi? - Penso a voi, stasera, o morti di febbraio!’ Inutile, vana nostalgia, memoria derisa dall'ottenebramento e da questo tempo così diverso e così malo? Forse. Un gruppo musicale, una piccola band alternativa di Firenze, ha realizzato una canzone dal titolo Cella 77. I fiori germogliano meglio sul letame, dicono… Robert Brasillach chez nous!

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