mercoledì 28 ottobre 2015

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Freda in morte del giudice Stiz: bisognerebbe scrivere il romanzo popolare della Treviso anni '70

In occasione della morte del giudice Stiz, il fondatore della pista nera per la strage di piazza Fontana, Franco Giorgio Freda (intervistato nei giorni scorsi anche da Fascinazione) che da lui fu arrestato per la prima volta nel 1971 non si sottrae all'intervista con Elena Filini (giuro, si chiama così) del Gazzettino di Venezia

Un commento sulla morte del giudice Stiz.
"Davanti alla morte ci vorrebbero rispetto e silenzio. Mi pare che di questa opinione non siano invece i suoi colleghi cronisti, che attribuiscono al defunto il merito di una ricostruzione delle responsabilità che due corti d’Assise – Catanzaro e Bari – e la corte suprema di Cassazione hanno radicalmente escluso e che solo una vendetta ideologica, travestita da surrettizia valutazione giuristica, ha ridicolmente certificato. Anche risalendo ad allora, per esempio, chi aveva ragione? Il giudice Stiz a dar credito a un Lorenzon o il giudice Occorsio, che si era lamentato, proprio dopo aver ascoltato Lorenzon, come scrive un cronista de ‘L’espresso’: “Mi hanno mandato uno mezzo matto e mezzo frocio”?
Può raccontare qualcosa sulla Treviso di quegli anni?
“La Treviso di quegli anni era un romanzo. Ci vorrebbe qualcuno che lo raccontasse come si deve. Il Ventura che rileva la celebre libreria di Perazzetta e si ritrova come dote para-contrattuale montagne di debiti. Il suo caro amico d’antan, infervorato all’idea della rivoluzione, che si propone come manovalanza e poi si rimangia tutto. I ricchi (rossi, neri, bianchi, ex partigiani) che si fanno incantare dalla cultura, dalla loquela, dal carisma di Giovanni Ventura e lo aiutano a tappare i buchi del dissesto. Gli intellettuali (sempre rossi, neri, bianchi, ex partigiani), che, certi che sia ricco sfondato, smaniano per farsi pubblicare da lui. Il fugone di tutti, dopo. Il poeta da antologie, smemorato forse per il troppo prosecco di Valdobbiadene, che rinnega il suo editore. E, sullo sfondo, i malanni dell’Italia democristiana. Il mantra dei schèi su tutte le bocche. Le femmine, incapaci di libero piacere, che cercano di incastrare chi le mantenga. Il tirare a campare quotidiano. Il Bus de la Lum che rigurgita i ricordi della guerra civile del ’44-’45. Grandi tragedie e piccolissima umanità.”

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