giovedì 9 luglio 2015

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Un sindacato che festeggia un omicidio


Per la prima volta, in Italia, si svolgerà il prossimo 20 luglio a Genova una pubblica manifestazione per rivendicare un omicidio, quello di Carlo Giuliani.  Una manifestazione organizzata dal Coisp, sindacato di Polizia per ricordare l'assassino del giovane no global genovese.
Di questa manifestazione ce ne parla approfonditamente il quotidiano Il Garantista con un articolo a firma del suo direttore Pietro Sansonetti.



Un sindacato che festeggia un omicidio
di Piero Sansonetti


Per la prima volta, in Italia, si svolgerà quest'anno una pubblica manifestazione per rivendicare un omicidio. Non era mai successo, credo. Non era mai successo che si festeggiasse per un'uccisione. Non mi pare che si sia mai svolta una celebrazione neppure per ricordare ed esaltare l'uccisione di Benito Mussolini il 28 aprile.
Invece c'è un sindacato di polizia, il Coisp, che ha convocato una manifestazione per ricordare l'assassinio di Carlo Giuliani.
La manifestazione si svolgerà a Genova, in piazza Alimonda, la settimana prossima, il 20 luglio, e cioè nel luogo e nel giorno nel quale, esattamente 14 anni fa, fu ucciso Carlo Giulani, anni 23.Chiederà che sia rimossa la lapide intestata a lui.
La storia della morte di Carlo Giuliani è abbastanza nota. La riassumo. Carlo era un ragazzo genovese che quella mattina di luglio stava per andare al mare. Poi seppe della grande manifestazione che il movimento no-global aveva organizzato contro la riunione del G8, che si teneva in città, con Bush, Berlusconi, e tutti gli altri e decise di partecipare.
La manifestazione fu attaccata all'improvviso da polizia e carabinieri ed iniziarono scontri molto duri. Carlo era in piazza Alimonda, quando alcuni manifestanti attaccarono una camionetta dei carabinieri che era rimasta staccata di qualche metro dagli altri mezzi della polizia. Impugnò un estintore , vuoto, non si sa se per difendersi o per lanciarlo contro la camionetta.
Un estintore vuoto, però non è molto pericoloso. Invece un carabinieri, che stava dentro la camionetta-che era una camionetta blindata, con le inferriate ai finestrini, si impaurì, anche perché altri manifestanti stavano colpendo la camionetta con bastoni e assi di legno. Si impaurì tirò fuori la pistola e sparò. Era un carabiniere calabrese, più o meno coetaneo di Carlo, senza esperienza, gettato lì nella mischia dai suoi superiori.
Sparò con la pistola puntata orizzontalmente. Cioè non sparò in aria. Prese Carlo alla teste, e Carlo cadde. Poi la camionetta fece marcia indietro, e poi di nuovo marcia avanti, e passò sul corpo di Carlo Giuliani un paio di volte e lo finì.
Carlo era vestito con una canottiera, un passamontagna e al braccio, vicino alla spalla, aveva un rotolone di scotch, di quello per impacchettare e chiudere gli scatoloni. Non si sa cosa ci facesse con quello scotch, però si sa che se l'anello di cartone di un rotolo di scotch può scorrere oltre il gomito di un ragazzo di 23 anni, vuol dire che quel ragazzo è magrolino ed è difficile assai che sia un picchiatore pericoloso.Carlo era uno scricciolo.
Polizia e carabinieri cercarono subito di sviare l'opinione pubblica. Cercarono di sostenere che Carlo era stato ammazzato da una sassata tiratagli per sbaglio da un compagno. Un poliziotto piazzò un sasso vicino alla testa di Carlo ed iniziò a gridare contro un manifestante : l'hai ucciso tu, l'hai ucciso tu.
Però quel giorno la piazza pullulava di giornalisti. E i giornalisti videro, raccontarono, scrissero. E le autorità furono costrette ad ammettere. Intervenne la magistratura. Ci fu un'inchiesta. Il carabiniere fu assolto, gli riconobbero la legittima difesa.
Furono giorni davvero cupi, quei giorni di fine luglio 2011. Io mi ricordo perfettamente il primo attacco della polizia, improvviso, violento contro la testa del corteo che scendeva da Corso Garibaldi.
Il corteo era pacifico, in testa c'erano le tute bianche di Luca Casarini, tutte bardate con scudi di gommapiuma, ma senza neppure un bastone, né tantomeno una molotov. I black block erano lontani, facevano azioni improvvise di guerriglia, ma non erano nel corteo. La famosa zona rossa( dove la polizia aveva vietato a tutti di entrare)  era a molte centinaia di metri, era difesa da gabbie invalicabili, non era pericolo.
La polizia fece scattare l'attacco contro il corteo senza alcun motivo. Non so chi diede quell'ordine folle. Mi ricordo, il futuro sindaco di Milano, allora deputato, Giuliano Pisapia, insieme ad un'altra parlamentare Graziella Mascia, che cercavano di convincere i capi della Ps e dei carabinieri a fermarsi, a smetterla di caricare e tirare lacrimogeni. Ma non serviva a niente. Sparavano candelotti all'impazzata, ad altezza d'uomo. Un candelotto mi sfiorò la faccia e si schiantò contro il segnale del divieto di sosta. C'erano dei ragazzini di 15 o 16 anni terrorizzati. Via Cataldi è un budello, difficile da scappare. Scappammo un po' nei vicoli vicini, verso piazza Alimonda. Ma anche lì era pieno di polizia.  E lì iniziò lo scontro  tra carabinieri e manifestanti, e fu ucciso Carlo Giuliani.
Poi sapete come andarono le cose. Il giorno dopo fu ancora peggio. Un corteo gigantesco, di 100 mila persone fu attaccato di nuovo, molto brutalmente. Furono picchiati a sangue i ragazzini, i vecchi, i preti persino le suore. E poi la notte ci fu l'attacco feroce alla scuola Diaz. Quello per il quale l'Italia è stata condannata alla Corte di Giustizia Europea per tortura, giusto qualche mese fa, dopo 14 anni.  E il giorno dopo le torture aumentarono, alla caserma di Bolzaneto. Con la collaborazione di ufficiali e persino di alcuni medici. Uno scempio.
Furono i giorni della vergogna per la polizia e per i carabinieri italiani. La reazione dell'opinione pubblica nazionale e internazionale fu così forte che da allora non è più successo qualcosa del genere.
Nessuno ha mai capito bene perché le forze dell'ordine si comportarono in quel modo dissennato. Sul piano della strategia militare fu una sconfitta pazzesca: si fecero beffare da due o trecento black block, che agirono a loro piacere, indisturbati: non ne arrestarono nemmeno uno.
Sul piano della politica resta il mistero. Si sa che Fini, che era il vice presidente del Consiglio e aveva ancora un po' la fama del fascista, stava in una caserma dei carabinieri, e pare che da li dirigesse le operazioni. Chissà se è vero. Chissà se il governo aveva deciso di mettere in scena una spettacolare operazione di repressione "cilena" per fare buona impressione con Bush.
Chissà se qualcuno si era impaurito per la forza che il movimento non global iniziava a dimostrare, e aveva pensato ad una sana mattanza lo avrebbe scontrato.
Magari gli storici scopriranno i motivi nascosti di quelle giornate infami. Noi no, siamo solo giornalisti. E possiamo soltanto dire, senza rancore, senza violenza, che proviamo un po' di pena per questo sindacato di polizia che vuole trascinare in piazza gente, per cancellare la targa a Carlo Giuliani e per esaltare il suo omicidio. Molta, molta pena

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