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domenica 4 novembre 2012

Rauti story/10: da Genova '60 al Parco dei Principi, la discesa in campo di Ordine nuovo


La rivolta di Genova, nel giugno 1960, che provoca l'annullamento del congresso del Msi e la caduta del governo Tambroni che godeva del sostegno missino, genera grande sbandamento nell'estrema destra. Prosegue così, sempre dalle pagine di Naufraghi, la storia di Pino Rauti e di Ordine nuovo
Di Ugo Maria Tassinari
L’estrema destra mortificata e costretta in un angolo trova un po’ di respiro e di spazio di manovra sul terreno della decolonizzazione. In Italia come baluardo dell’intransigenza nazionalista in Alto Adige, contro l’irridentismo sudtirolese che nei primi anni ’60 ha scelto la strada del terrorismo aperto. (...) Sullo scenario mediterraneo, invece, la guerra di liberazione in Algeria segnerà una svolta decisiva per la destra radicale italiana.
Nei primi anni ’60 è proprio ORDINE NUOVO il riferimento di retrovia per i miliziani dell’OAS, l’armata clandestina degli ultrà francesi contrari alla decolonizzazione, ma è anche il tramite per quanti ritenevano di inverare lo spirito legionario dei centurioni negli ultimi avamposti coloniali in Africa: i movimenti di liberazione nazionale dal dominio portoghese sono liquidati come longa manus della penetrazione sovietica in Africa. Di fronte al destino borghe-se e a una politica sempre più frustrante e inconcludente prende corpo tra i giovani ‘duri e puri’ il mito del mercenario: e del resto sia la Legione francese sia il Tercio spagnolo sono pieni di camerati sopravvissuti alla disfatta militare e scampati così alle condanne per collaborazionismo e per ‘crimini di guerra’. Ma la rete di solidarietà con l’OAS coinvolge anche ambienti giovanili missini. (...)
Mentre gli ordinovisti si impegnano in una complessa attività di importazione di latitanti e di esportazione di esplosivo, un brillante dirigente giovanile missino come Guido Giannettini si aggiorna sulle più avanzate conquiste teoriche della dottrina controrivoluzionaria (con relativi modelli organizzativi). In questa ‘ginnastica rivoluzionaria’ (non priva di rischi) si consolideranno rapporti personali e reti operative che innerveranno le attività illegali della destra radicale italiana. Per Vinciguerra su questo terreno il movimento scivola dall’intransigenza radicale alla subalternità atlantica. Nella sua ricostruzione, infatti, De Gaulle, con la concessione dolorosa dell’indipendenza all’Algeria, realizzava gli interessi strategici nazionali, piegandosi alle dure leggi della demografia: in pochi decenni, infatti, la scelta sponsorizzata dagli Stati Uniti di trasformare la colonia in territorio metropolitano, avrebbe prodotto una Francia a maggioranza arabo-berbera (e islamica). I “soldati perduti”, dietro l’apparente difesa rigorosa dell’integrità dell’impero in disfacimento, rappresentavano invece – con i ripetuti attentati falliti contro la vita del presidente – la testa di ponte dell’ingerenza atlantista.
I grandi affreschi storici di Vinciguerra sono suggestivi e stimolanti seppure segnati da una concezione cospirativa della storia, una deriva paranoide che ha preso piede in campi ben più ampi degli originali orticelli dell’estrema destra in cui è nata. La sua molla scatenante è un dispositivo evidente di proiezione, la necessità di giustificare con un ampio e organico disegno strategico le clamorose protezioni di cui aveva goduto la sua banda scalcagnata per occultare la matrice neofascista della strage di Peteano. Certo è che i quadri dell’OAS finiranno per costituire il nocciolo duro di un reseau operativo internazionale di rigorosa ortodossia atlantica i cui terminali italiani si incarneranno nei vertici dei due principali gruppi extraparlamentari.
Dopo anni di stato comatoso, determinato da una svolta politica nazionale subita in modo del tutto passivo, la destra radicale riprende fiato e ragion d’essere ancora grazie a una domanda nuova del “mercato politico”. Settori sociali e istituzionali ben più ampi di quelli che si esprimono nel voto di destra sono decisi a inasprire lo scontro per liquidare un’esperienza di centrosinistra che, seppure depotenziata dal “tintinnio di sciabole” del luglio 1964, continua a fare paura. E su questo terreno sono ben appetite le energie vitali dei neofascisti “rivoluzionari”. (…)
La svolta per ORDINE NUOVO si consuma nel 1965, quando due distinti avvenimenti forniscono nuove truppe e obiettivi. Ancora una volta una dinamica interna al MSI, l’ennesima “sconfitta” congressuale di Almirante – con consueto strascico di accuse di “tradimento” – rende disponibili centinaia di militanti inferociti proprio mentre l’oltranzismo atlantista decide di scendere in campo contro il centrosinistra, applicando i principi strategici e organizzativi della “guerra rivoluzionaria”, la dottrina elaborata dagli ufficiali controrivoluzionari francesi in Algeria. Così gli ordinovisti – che hanno forti presenze in Veneto, in Piemonte, a Roma e nel Sud – vanno a innervare le organizzazioni miste di civili e militari (teorizzate dal professore Pio Filippani Ronconi, un ‘grande iniziato’
di scuola antroposofica, nel convegno sulla guerra rivoluzionaria) che costituiranno un’articolazione fondamentale della struttura di sicurezza atlantica, non più orientata in chiave antisovietica ma antidemocratica e antioperaia. Il convegno svolto al Parco dei Principi nel maggio 1965, sotto l’egida del servizio segreto militare, rappresenta il congresso di fondazione del “partito del golpe”, un organismo non formale, di rigorosa osservanza atlantica: di lotta (anche armata) nei metodi, di governo nei fini e nei mezzi. La riflessione si allarga dalla risposta “militare” a uno scenario di invasione sovietica e di rottura delle linee all’elaborazione di un progetto complessivo per arrestare l’avanzata democratica delle sinistre.
A questa “chiamata alle armi” concorrono sia dinamiche internazionali sia italiane. La liquidazione dell’esperienza kruscioviana in URSS, nel 1964, è letta dagli ambienti atlantici come forma esplicita di restaurazione stalinista e di chiusura della prima ventata di disgelo. Un simmetrico meccanismo di chiusura è percepito dal Cremlino: la liquidazione di Kennedy non è stata opera di uno squilibrato isolato ma un complotto dell’ala reazionaria dei servizi segreti che percepiva la distensione come tradimento. In Italia la politica moderatamente riformista del centrosinistra suscita timori incontrollati nel ventre molle di una borghesia molto più arretrata del ceto di governo che la rappresenta. (…)
Per Vinciguerra, che del CENTRO STUDI era stato reggente a Udine, per poi rientrare con Rauti nel MSI, ORDINE NUOVO rappresenta semplicemente un gruppo paramilitare inserito nei dispositivi della NATO. Tutto era nobilitato – osserva il capogruppo dei DS in Commissione stragi, Bielli – dal riferimento alla dottrina dei “corpi sani”:
la possibilità di utilizzare il “movimento nazionale” in funzione antisovversiva di difesa dello Stato è una costante, almeno nella prima fase, del pensiero di Evola: per difendere lo Stato ormai ostaggio delle masse organizzate, capaci in ogni momento di paralizzarne la vita, occorreva creare «una rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque l’emergenza», avendo come fine «anzitutto e prima di tutto la difesa contro la piazzadello Stato e dell’autorità dello Stato (persino quando esso è uno “Stato vuoto”)».
La concezione evoliana – osserva Coglitore – non è necessariamente antagonista allo Stato: La contraddizione, apparentemente irresolvibile, tra la mitologia che invoca la rivoluzione come unica via di riscatto possibile, come necessario rovesciamento dell’ordine costituito e la funzione antisovversiva di difesa dello Stato, utilizzando il manipolo di combattenti che aderiscono al “movimento nazionale”, porta in conclusione all’approntamento di una «rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque l’emergenza».

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