30 settembre 1977: Walter Rossi, un omicidio cercato e impunito - <b>FascinAzione</b>

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mercoledì 30 settembre 2020

30 settembre 1977: Walter Rossi, un omicidio cercato e impunito


 L'omicidio di Walter Rossi rappresenta uno degli snodi storici degli anni di piombo perché rappresenta al tempo stesso il tramonto del movimento del '77 e un salto di qualità per la giovane destra armata. Io l'ho raccontato così in Guerrieri:

Nella settimana successiva alla grande kermesse di Bologna, che segna la fine del movimento del ’77, a Roma si scatena un'offensiva militare neofascista. Martedì 27 settembre due diciassettenni, liceali di sinistra sono vittime di un tiro al bersaglio, davanti alla stazione della metropolitana all’Eur. A sparare è un ragazzo basso, tarchiato, che prende la mira con entrambe le mani e tira ad altezza d'uomo un intero caricatore, poi fugge a bordo di una vespa. Paola Carvignani è ferita gravemente all'addome, Nazareno Bruschi a un piede. Mercoledì 28 raid squadristico a Monteverde: una banda irrompe in un circolo culturale, picchiando i presenti e devastando i locali. Poco dopo, nella stessa zona, sono aggrediti due militanti di sinistra. La sera del 29 settembre un commando composto da tre persone, a bordo di una Mini chiara rubata nel  pomeriggio, entra in azione al quartiere Trionfale, contro un gruppo di giovani di sinistra che chiacchierano a piazza Igea. L'intenzione omicida è evidente. La diciannovenne Elena Pacinelli, ferita da tre proiettili, non si riprenderà più, e morirà pochi anni dopo.
Il giorno dopo gli amici di Elena decidono di distribuire un volantino di protesta a Balduina. L'appuntamento è davanti alla sede del Pdup di via Pomponazzi. Il volantinaggio si consuma rapidamente per la presenza continua della polizia in borghese. Si sparge però la voce di un'aggressione missina a piazza Giovenale. Una ventina di compagni si reca sul luogo per verificare, camminando sul marciapiede sinistro di viale Medaglie d'Oro. All'altezza della Standa, alcuni sono fermati e perquisiti da poliziotti in borghese, scesi da una “civetta”. La maggior parte prosegue, mentre alcuni rimangono sull'incrocio per controllare la situazione nel punto più vicino alla sede missina, presidiata a scopo difensivo da decine di militanti provenienti da varie sezioni.
Lo scontro si svolge in due fasi, quando i compagni si riuniscono.Il gruppo dei fascisti - una quarantina - lancia sassi e bottiglie vuote, i giovani di sinistra rimangono fermi all'altezza del benzinaio. Arriva in quel momento all'incrocio il blindato della polizia, che è sceso lentamente a fari spenti sulla corsia sinistra di viale Medaglie d'oro, svolgendo paradossalmente il compito di scorta del pattuglione neofascista. Secondo i testimoni, infatti, alcuni agenti marciano a fianco del furgone, (non) controllando la situazione.
Un gruppetto di tre missini che ha camminato invece sul marciapiede opposto, precedendo di qualche metro il blindato, arriva all'incrocio. Nei pressi dell'edicola, due missini del gruppo che si protegge dietro il mezzo della polizia, attraversa la strada e si unisce al terzetto. Dopo qualche istante in due scendono dal marciapiede, il più robusto e basso si inchina leggermente e prende la mira sparando nel mucchio. Subito dopo le esplosioni tutti scappano verso la sede missina. Walter Rossi, un militante ventenne di Lotta continua, ferito alla nuca, cade sul marciapiede. I compagni che si sono riparati dietro le auto parcheggiate corrono sul punto perché la gravità della ferita è subito evidente. Si urla ai poliziotti di chiamare un'ambulanza via radio, ma il blindato non ne è fornito, perciò è bloccato un furgone e il guidatore  accetta di portare in ospedale il ferito, che è adagiato sul pavimento del cassone e accompagnato da un amico e due poliziotti. Sono le 20,05, un paio di volte gli agenti sono costretti a scendere per bloccare il traffico e far passare il furgone, ma all'altezza di via Candia il cuore di Walter smette di battere. La decina di guardie presenti al momento dell'omicidio rimane per quasi un'ora sul luogo. I fascisti continuano a stazionare davanti alla sezione.
Solo alle 21,10 scattano i primi fermi, successivamente tramutati in arresto per un nutrito gruppo di militanti tra cui spiccano i nomi (noti per successive vicende) di Andrea Insabato, Riccardo Bragaglia, Luigi Aronica, Flavia Perina e Germana Andriani.
Nei giorni successivi - a partire da voci raccolte nei corridoi della questura - si scatena una campagna di stampa che individua in un missino di Monteverde, Enrico Lenaz, il killer. Ma costui può presentare un alibi robusto anche se non privo di incongruenze (il 30 settembre era in Molise con la fidanzata e i suoceri) e la pista affonda. Ad aggrovigliare la matassa si aggiungono le contraddizioni tra i numerosi testimoni sull'identikit. Il procedimento penale si conclude con l'archiviazione, nonostante le successive dichiarazioni dei pentiti (Di Manao, Trochei, Serpieri), tra le quali spicca quella di Cristiano Fioravanti. Subito dopo l'arresto, nell'aprile 1981, ammette la partecipazione, accusa Alessandro Alibrandi di aver ucciso Rossi sparando con una calibro 9, Sparti di avergli fornito una pistola 7,65 portata per l'occasione nonostante fosse un ferro vecchio e Fernando Bardi di aver custodito la Beretta 34 usata dall'omicida. Il pentito racconta ai giudici:
Sapevamo che erano imminenti nella zona della Balduina degli scontri con avversari politici, cioè i compagni di via Pomponazzi. Ci è stato detto che occorrevano delle armi.
Cristiano chiama direttamente in causa il partito: il responsabile di Monteverde aveva ordinato a Fioravanti e Alibrandi di andare alla Balduina essendo consapevole di inviare due militanti armati. Cristiano insiste su questo aspetto: i due, ancora minorenni, «si mettono a disposizione» dell'organizzatore (Fioravanti non dice chi è ma il meccanismo descritto accusa il leader di Balduina, Sandro Di Pietro, peraltro presente). Tutti i partecipanti sono coscienti del ruolo di copertura “armata” giocato dai due, che si collocano in disparte, sulle scale che costeggiano la sede e perciò non intervengono nell'aggressione ai danni di due giovani transitati in motorino.
Il pentito è contraddittorio nel fissare il numero dei pistoleri e reticente nell'identificare i componenti del gruppetto da cui lui e Alibrandi si sganciano. Le versioni differenti fornite a ogni interrogatorio, alimentano il sospetto che su quella sera Fioravanti non abbia detto tutto. Della stessa idea è il fratello Valerio che durante un'udienza per la strage di Bologna polemizza:
è finita che Cristiano è riuscito ad attribuire il colpo mortale ad Alessandro che è morto e il processo è finito lì. 
Fioravanti, Sparti e Bardi sono giudicati solo per le armi e condannati a lievi pene (Cristiano a 9 mesi e 200 mila lire di multa). Ma, sottolinea un dossier degli amici di Walter Rossi, 
colui che è stato sicuramente visto esplodere dei colpi di pistola, era, nel gruppetto di 5 o 6 fascisti che si trovavano all'altezza di viale Medaglie d'oro 108, quello più tarchiato e basso rispetto alle persone che gli stavano immediatamente vicino. Altre caratteristiche raccontate dai testimoni: i capelli biondi, il ciuffo da una parte sono molto più conformi a Cristiano Fioravanti che a Alessandro Alibrandi. Alibrandi era scuro di capelli, longilineo e abbastanza alto, Fioravanti è più basso, robusto con fianchi larghi, portava il ciuffo sugli occhi. 

L’associazione Walter Rossi, in un ampio dossier pubblicato nel suo sito web, elenca numerose domande: perché - si chiedono - a uno scontro duro si sarebbe recato con una pistola arrugginita e inutilizzabile? Una spiegazione possibile la dà il fratello Valerio: «in realtà la pistola era una e se la passavano». Ondivaga è anche la posizione di Cristiano durante gli scontri: «va dal dire di avere visto poco o nulla perché molto indietro rispetto al gruppo che sparò a causa dell’inefficienza della pistola in suo possesso, a descrivere con dovizia di particolari la posizione dell’Alibrandi, dei compagni e degli altri fascisti al momento degli spari, fino a dire che era rimasto indietro perché non corre molto e tutti gli altri lo avevano sopravanzato». Venti anni dopo i compagni di Walter si costituiscono in associazione e richiedono alla magistratura una nuova indagine giudiziaria sull’omicidio. Nell’ottobre 1998 il pm Floquet, della Procura per i minorenni, riapre l’inchiesta. L’8 giugno 2001 il giudice proscioglie Cristiano per non aver commesso il fatto e incrimina per falsa testimonianza tre compagni di Walter. Il 20 ottobre 2001 è rigettata la richiesta di appello.

Delle tre pistole in possesso dei fascisti il 30 settembre, nessuna è stata ritrovata. L'esistenza della calibro 7,65 di Fioravanti è stata smentita dal fornitore, il “pentito” Sparti. Della 22, la cui presenza è denunciata da un bossolo inesploso con evidenti segni di inserimento in canna, non si ha notizia. L'arma del delitto, la Beretta 34 calibro 9 corto, senza numero di matricola e con una impanatura per avvitare il silenziatore, fu consegnata a Bardi la sera dell'omicidio. Successivamente Alibrandi la riprese e la prestò a un “pischello” dell'Aurelio, in occasione degli scontri di Acca Larenzia. Il ragazzino, di cui Cristiano non ha mai voluto fare il nome, spaventato dagli incidenti, avrebbe nascosto la pistola in un vaso di fronte alla sezione. Un paio di giorni dopo Fioravanti e Alibrandi tentarono il recupero senza trovarla.


4 commenti:

  1. Per anni ho creduto alla "falsa verità" che girava per l'ambiente, e cioe'che se il colpo era arrivato dietro alla testa e la sezione Balduina era davanti , ed i compagni stavano assaltando, W. Rossi non poteva che essere stato ucciso dalla polizia di Cossiga, che in quei mesi, sparava in lungo ed in largo per aumentare il livello di disordine ....

    Nella mia/nostra ingenuità non avevamo capito che il colpo era arrivato alla nuca, mentre i compagni di P.ZZA Igea fuggivano, dopo l'assalto, proprio perchè avevano udito precedenti colpi di pistola e avevano capito che "non era aria" ...

    Erano tuttavia settimane e settimane che la sezione Balduina (che in quel momento era il laboratorio guida e la sezione pilota di Roma) viveva in stadio d'assedio, sotto pressioni continue, tra aggressioni , agguati, assalti, e la cosa viene raccontata tra le riche proprio da A. Insabato che ne fu uno dei protagonisti.

    D'altra parte nella logica dell'estrema sinsitra di quegli anni c'è stata sempre la precisa volontà "di chiudere ed arginare" attraverso la pressione territoriale e la militanza estrema "quelle realtà del neo-fascismo romano metropolitano", che emergevano per qualità e quantità numerica;
    il territorio doveva essere sempre presidiato militarmente, perchè i topi dovevano al massimo restare chiusi " nelle loro fogne " e mai fuori da esse per fare attività eparlare con la gente.

    Era la logica che ha mosso il commando che uccise Mantakas a Prati, e i ragazzi di Acca Larenzia. Laddove il peso e la visibilità delle sezioni emergeva si doveva intervenire militarmente prima che il territorio diventasse " conteso " ... In una guerra civile strisciante e a bassa intensità quesata logica ci stà tutta. Ed era ovvio che a metà degli anni 70', la sinistra attacacva militarmente ed i neo-fascisti al massimo si difendevano ...

    Il problema era, che ormai le " giovanissime " generazioni militanti avevano cambiato registro, e non si accontentavano piu' di reagire " al piombo e alle molotov " con caschi e bastoni, o peggio con sassi o a mani nude.

    Qualcuno di questi adolescenti, stava attarversando il guado, e su una derviva molto pericolosa, che di fatto sarebbe diventata ingestibile non solo dal partito, ma anche dalle stesse formazioni extraparlamentari gerarchizzate, che fino ad allora avevano creato delle "regole".

    Le regole con l'omicidio di Walter Rossi erano saltate e salteranno del tutto dopo Acca Larenzia.

    "Un demone vendicatore " era stato così evocato, e quel demone si sarebbe preso tante giovani vite, prima di ritornare nell'ombra ...

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  2. Per anni ho creduto alla "falsa verità" che girava per l'ambiente, e cioe'che se il colpo era arrivato dietro alla testa e la sezione Balduina era davanti , ed i compagni stavano assaltando, W. Rossi non poteva che essere stato ucciso dalla polizia di Cossiga, che in quei mesi, sparava in lungo ed in largo per aumentare il livello di disordine ....

    Nella mia/nostra ingenuità non avevamo capito che il colpo era arrivato alla nuca, mentre i compagni di P.ZZA Igea fuggivano, dopo l'assalto, proprio perchè avevano udito precedenti colpi di pistola e avevano capito che "non era aria" ...

    Erano tuttavia settimane e settimane che la sezione Balduina (che in quel momento era il laboratorio guida e la sezione pilota di Roma) viveva in stadio d'assedio, sotto pressioni continue, tra aggressioni , agguati, assalti, e la cosa viene raccontata tra le riche proprio da A. Insabato che ne fu uno dei protagonisti.

    D'altra parte nella logica dell'estrema sinsitra di quegli anni c'è stata sempre la precisa volontà "di chiudere ed arginare" attraverso la pressione territoriale e la militanza estrema " quelle realtà del neo-fascismo romano metropolitano ", che emergevano per qualità e quantità numerica;
    il territorio doveva eseere presidiato militarmente, perchè i topi dovevano al massimo restare chiusi " nelle fogne " e mai fuori da esse per fare attività.

    Era la logica che ha mosso il commando che uccise Mantakas a Prati, e i ragazzi di Acca Larenzia. Laddove il peso e la visibilità delle sezioni emergeva si doveva intervenire militarmente prima che il territorio diventasse di fatto " conteso "

    ... In una guerra civile strisciante e a bassa intensità quesata logica ci stava tutta. Ed era ovvio che a metà degli anni 70', la sinistra estrema attacacva, ed i neo-fascisti ala massimo si difendevano ...

    Il problema era che ormai le " giovanissime " generazioni militanti avevano cambiato registro, e non si accontentavano piu' di reagire " al piombo e alle molotov " con caschi e bastoni o a mani nude.

    Qualcuno stava attarversando il guado, e su una derviva molto pericolosa, che di fatto sarebbe diventata ingestibile non solo dal partito, ma anche dalle stesse formazioni extraparlamentari gerarchizzate, che fino ad allora avevano creato delle "regole".

    Le regole con l'omicisio di Walter Rossi erano saltate, e salteranno del tutto dopo Acca Larenzia.

    "Un demone vendicatore " era stato così evocato, e quel demone si sarebbe preso tante giovani vite, prima di ritornare nell'ombra ...

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  3. Messaggero di oggi ..

    Fischi a esponente di centro destra
    durante commemorazione Walter Rossi

    ROMA (30 settembre) - È terminata la “maratona” oratoria organizzata dagli amici e dagli ex compagni di Lotta Continua di Walter Rossi. La piazza, dedicata al ragazzo ucciso durante un volantinaggio nel 1977 a 19 anni e di cui oggi ricade il 33° anniversario, si è svuotata di manifestanti. Un trentina di persone che hanno portato con loro bandiere rosse, ricordi e foto di Walter.

    Durante la commemorazione il presidente del municipio XIX Alfredo Milioni, di centro destra, è stato fischiato e accompagnato da fischi, cori con “Bella ciao” e sventolio di bandiere rosse. «Noi stiamo cercando di andare avanti e di superare gli anni di piombo» ha esordito Milioni, subito contestato, che poi ha detto: «Io sono un vecchio socialista» frase accompagnata però da fischi e anche qualche invito ad abbandonare la piazza.

    Subito dopo però a prendere la parola è stato un manifestante che ha comunque lodato la presenza di Milioni: «È un uomo delle istituzioni che ci ha messo la faccia, le contestazioni possono esserci almeno lui è venuto non come il “celtico” - ha continuato riferendosi al sindaco Alemanno - che non si è presentato».

    La mattinata è iniziata con la deposizione delle corone di fiori del Comune e della provincia di Roma, della Regione Lazio, del gruppo di Roma in Action, dei compagni della Fds di Roma, di Lotta Continua e del vicepresidente del municipio XIX. Una mattinata che ha subito un cambio di programma perchè erano previsti, per le 9.30, in apertura, gli interventi del presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti e del sindaco Gianni Alemanno. La giornata in ricordo di Walter Rossi proseguirà alle 17 con il corteo che partirà da piazzale degli Eroi per arrivare sul luogo dell'assassinio dove saranno deposte delle rose. In serata alla Ex Lavanderia si terranno incontri, dibattiti e concerti.

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  4. Dopo anni di caccia libera al neofascista, dopo anni che il paragrafo della legittima difesa, previsto dal codice penale,che non valeva per i militanti dell'estrema destra, ma solo per essi, dopo anni dicevo di campagna di intossicazione della pubblica opinione, se qualche giovane perdeva le staffe e prendeva a pistolettate gli aggressori, in un certo senso si può anche capire, fermo deplorando la perdita di vite umane.Troppa violenza rossa è rimasta impunita, troppe vittime si contavano tra le fila dei missini. Ci sono morti, diceva Mao, che pesano come montagne, altre come piume!

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