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9 settembre 1980: Mangiameli, il delitto più infausto di tutta un'epoca - 4

Con il capitolo dedicato in Naufraghi - Da Mussolini alla Mussolini 60 anni di storia della destra radicale (Immaginapoli, 2007) si conclude la lunga sezione dedicata all'omicidio Mangiameli. Questi i tre post precedenti: uno, due, tre. Dopo il capitolo riporto un lungo stralcio del commento di Gabriele Adinolfi pubblicato oggi su Noreporter

Il primo effetto collaterale della strage è l’implosione dell’ambiente per la chiusura di qualsiasi spazio politico. E poiché questo è anche l’obiettivo di fase della banda Fioravanti, la coincidenza, a posteriori, dell’effetto con l’intenzione finirà per fossilizzarsi in un presunto movente. Peccato che, appena tre giorni dopo, i presunti stragisti organizzano una rapina in armeria a Roma, che ratifica la confluenza del nucleo operativo nella banda, per testimoniare che quello è il livello di lotta praticato dai Nar. La repressione giudiziaria genera un dispositivo di “profezia che si autoavvera”, favorendo la radicalizzazione dell’ambiente velleitariamente cercata dalla banda. Così decine di giovani che sono sulla soglia del passaggio alle armi saltano il fossato e vanno ad affollare i campi di addestramento falangisti in Libano, con le milizie dell’estrema destra cristiana .
In questo clima di caccia alle streghe, in cui le accuse fantasiose di un modesto truffatore o le ammissioni verbose e velleitarie di qualche ragazzino ignorante (è il caso del blitz contro Tp) producono decine di arresti, la naturale tendenza alla litigiosità interna e allo spirito di scissione nell’ambiente si trasforma in autentica paranoia. Anche se Valerio è stato prosciolto per gli omicidi più inquietanti di cui era accusato (il giornalista Mino Pecorelli, il presidente siciliano Piersanti Mattarella) resta nel suo agire, nella breve stagione fuori e poi nei lunghi anni dei processi, più di un’ombra che ha contribuito a trasformarlo nel capro espiatorio perfetto. Molti boatos usati per attribuirgli la strage (ha incontrato Gelli e per suo conto ha ucciso un banchiere in Francia, e via fantasticando) sono stati alimentati da un clima di crescente ostilità, in parte determinato dal suo stile di lavoro. Gli pesa addosso il sospetto che in più di una circostanza abbia lucidamente “coinvolto” i camerati in delitti più gravi di quelli per cui erano disponibili. L’incapacità di controllare gli effetti delle proprie azioni sembra averne segnato la carriera. Se si prendono per buone le ricostruzioni degli agguati organizzati appare un guerrigliero da “stato libero di Bananas”. In realtà la sua fredda “cattiveria” è un fondamentale fattore di “successo”. La sparatoria nel mucchio a piazza don Bosco si risolve con la morte di Scialabba perché Valerio disincaglia la pistola e spara il colpo di grazia dopo essergli montato a cavalcioni. A Radio città futura la sua abilità di tiro evita il disastro ma la tregua cercata si rovescia in un’escalation militare. Nell’omicidio (sbagliato) di Leandri, Valerio interviene per la scarsa mira del pistolero designato. Il commando si fa imbottigliare nel traffico e si arrende a due poliziotti male armati. Nell’arco di due anni Valerio interviene in seconda battuta, per turare le falle. Quando si mette in proprio il gioco al rilancio diventa esplicito: uccide, sparandogli alla schiena, l’agente che scappa, il disarmo programmato al Giulio Cesare diventa un tiro al bersaglio. La gestione del delitto Mangiameli è autolesionistica: uno degli «omicidi più violenti e desolanti della storia dei Nar» (Baldoni-Provvisionato A che punto è la notte, p. 272), è compiuto il 9 settembre per un errore di sopravvalutazione. Le motivazioni contraddittorie via via offerte finiranno per legittimare, prima nell’ambiente e poi nella testa dei giudici, il sospetto di chissà qualche sozzeria da seppellire a ogni costo [Zavoli La notte della Repubblica, p. 445]: "Fu preso da noi perché intendevo fargli delle domande abbastanza precise; al di là del desiderio di punire una persona con cui avevamo avuto diversi litigi, per vari motivi, in questo clima di paranoia, volevo capire cosa c’era sotto. Non riuscivo a capire che, in fin dei conti, Mangiameli era semplicemente un uomo normale impelagatosi in un’avventura troppo grande. Adesso lo so, Mangiameli è morto soltanto per degli eccessi nostri."
Trent'anni e un giorno dopo (mi aveva meravigliato l'assenza di un suo articolo su noreporter ma è convinto che l'anniversario sia oggi: secondo me e Wikipedia si sbaglia)) Adinolfi, nel rendere omoaggio all'amico e camerata, ricostruisce la dinamica del delitto e le sue conseguenze sull'inchiesta: "Il 10 settembre 1980 (il 9 secondo altre ricostruzioni) vicino Roma veniva assassinato Francesco Mangiameli dirigente di Terza Posizione di trentuno anni . Un delitto assurdo e demenziale consumato a tradimento da “fuoco amico”. Grave e pericoloso è il delirio di onnipotenza che coglie chi acquisisca all'improvviso la facoltà di decidere della vita o della morte altrui e non abbia la preparazione e la coscienza indispensabili per mantenersi padrone di sé e degli eventi. Quella follia, determinata da un dissapore di qualche mese prima, dovuto ai più futili motivi del mondo, rappresentò l'azione più orrenda e disdicevole della banda Fioravanti (che rappresentarono una componente specifica dei Nar, sicuramente significativa, ma non I Nar che, in quanto tali, contrariamente a quanto sostengono presunti storici, degli autentici ciarlatani, non entrarono mai in guerra con Terza Posizione).
Consumato il delitto, gli sciagurati si resero conto di quanto fosse lordo e imbarazzante il loro misfatto e cercarono di rimuoverlo precipitosamente facendo sparire il corpo che gettarono in un lago con pesi da sub alle ascelle per non farlo riaffiorare. Ma riaffiorò ventiquattrore dopo.
A questo punto i suoi assassini, per timore di perdere la faccia e sopratutto la solidarietà per loro indispendabile nell'area, iniziarono a imbastire racconti diversi per giustificare l'omicidio del valoroso militante palermitano. Una serie di calunnie persino più imperdonabili dell'omicidio, perché cercare d'infangare l'onore delle proprie vittime per liberarsi del peso dei propri misfatti non rappresenta di certo un capolavoro esistenziale.
Il risultato fu un boomerang. Gli inquirenti si chiesero il perché di un delitto tanto misterioso e del tentativo, contrario agli usi dei Fioravanti, di far sparire il corpo invece di rivendicare l'omicidio.
Non capirono che gli assassini si erano vergognati del misfatto assurdo e così iniziarono a ipotizzare che avessero voluto eliminare un teste scomodo e presero ad elucubrare fino a perdersi nei labirinti e negli alambicchi dei gialli giudiziari. Fu seguendo questi percorsi che iniziarono a costruire il teorema assurdo per il quale, alla fine, i coniugi Fioravanti furono condannati per la strage di Bologna. Questa sinistra nemesi finì però con il coinvolgere indirettamente anche una persona solare, innocente non solo della strage ma anche di quest'ineffabile assassinio: Luigi Ciavardini.
Ed ecco come e perché quell'infame tragedia di trent'anni fa finì con il rappresentare l'evento più infausto di tutta l'epoca".
(4-fine)

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