Il segreto della strage di Brescia/4: le obiezioni di Murelli - <b>FascinAzione</b>

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domenica 20 giugno 2010

Il segreto della strage di Brescia/4: le obiezioni di Murelli


Dopo le intense attività del weekend, tra riorganizzazione grafica del blog e numerose note legate a spunti di attualità (dall'evento Zetazeroalfa ai ritorni di fiamma delle tensioni "anti") riannodiamo i fili nel "feuilleton" sul segreto della strage di Brescia (nella foto una delle vittime).

Avevamo lasciati i nostri eroi, Fabrizio Zani e consorte, sotto la pressione di magistrati e investigatori, decisi a mettere a frutto le rivelazioni di Vinciguerra sul depositario del nome dell'autore della strage. E li lasceremo lì ancora per un giro, perché ci interessa fare nostro un'obiezione che è più volta circolata, a proposito di confessioni "de relato" e affabulazioni carcerarie.
Potremmo limitarci a formulare il quesito in termini semplici: perché tra tanti compagni di sventura un aristocratico come Freda, dall'evidente puzza sotto il naso, dovrebbe aprire il suo cuore a un pezzo di merda come Izzo, rivelandogli i segreti delle stragi? Poiché la cosa potrebbe sembrare rozza e semplicistica, ci affidiamo allora ai ragionamenti che uno dei più stretti sodali in prigione di Freda, Maurizio Murelli, sviluppa con Micola Antolini, in una delle tappe del viaggio di costui dentro la destra radicale ("Fuori dal cerchio", 2010, Elliot). La questione, e le risposte che Murelli (già noto ai lettori del blog come "mistico delle vette") dà, sono appunto propedeutiche al nostro ragionamento e ci aiutano a districarci dall'ingarbugliata matassa delle trame "bianconere"

Quindi tu ritieni che non sia esista una strategia?

La mia idea è che non esista una strategia unica, una mente che sta dietro a tutte le stragi, ma che le stragi vadano lette a sé, perché ciascuna ha una sua storia, un contesto dentro il quale è stata concepita. La prima (piazza Fontana), non è detto che volesse essere una strage e che dovesse innescare una strategia. E non credo che il mondo neofascista sia coinvolto in questo tipo di disegno. Io, negli anni Settanta, a Milano, ero un personaggio di una certa caratura, conosciuto e considerato. A me due cose non sono mai capitate: di sentire apologia delle stragi, o di ricevere proposte che avessero a che fare con quel tipo di progetto, da parte di nessuno dei camerati che ho frequentato, compresi Azzi, Rognoni e Freda con cui ho condiviso anni e anni di carcere. Né ho mai ricevuto nessuna proposta strana da nessun uomo degli apparati o dei Servizi, eppure non ero l’ultimo arrivato. E neppure ho mai ricevuto confidenze. Nessuna situazione ambigua. Quindi queste ricostruzioni che si basano su confidenze di gente che nell’ambiente contava pochissimo in un’immaginaria scala gerarchica, come Angelo Izzo, lasciano davvero il tempo che trovano. Mi sembra improbabile che se Freda avesse deciso di fare delle confidenze le avrebbe fatte a Izzo e non a me, o ad altri compagni di carcere che avevano una storia, un ruolo, un’identità. Io con Freda ho vissuto per due anni nello stesso braccio carcerario, ero un suo collaboratore ed avevamo un buonissimo rapporto. Attenzione, voglio essere molto chiaro: che sia stato o non sia stato Freda, perché io non lo so, non ho elementi, e in generale non contesto che ci possano essere stati dei coinvolgimenti individuali. Dico che la ricostruzione si basa su fonti inattendibili. Di Cesare Ferri, imputato per la strage di piazza della Loggia a Brescia, posso dire la stessa cosa: mai una parola fuori posto, e siamo amici da una vita. Si prendono i testimoni che fanno comodo per sostenere una tesi, e si scartano tutti gli altri. L’accumulo di indizi che hanno consentito di sbrogliare la faccenda in una direzione, è stato condizionato..

Cosa intendi per condizionato?

Intendo dire che ci sono stati dei fatti la cui interpretazione era chiarissima e che erano ampiamente prevedibili. Non si è fatto nulla per prevenirli, e sono state date delle interpretazioni forzate. Buzzi , per esempio, processato per la strage di Brescia, era stato additato come infame, collaboratore dei carabinieri. Che cosa hanno fatto? Lo hanno preso, e lo hanno messo durante l’ora d’aria con Tuti e Concutelli, e questi lo hanno ammazzato. Era chiaro che lo avrebbero accoppato. E che cosa hanno detto, quando è stato ucciso? Hanno detto che è stato ucciso perché non svelasse i retroscena della strage. Un’interpretazione forzata, che doveva rafforzare le tesi della trama nera e della destra stragista. Qualsiasi fatto accaduto, ha avuto una spiegazione diversa dalla spiegazione naturale.
La stessa cosa è capitata a me. Per anni mi hanno messo sistematicamente in carceri pieni di compagni duri e puri, in cui era facile che io facessi la stessa fine di Buzzi. Se fossi morto, posso immaginare che cosa avrebbero detto.

Quindi secondo te la morte di Buzzi è da attribuire esclusivamente al codice della vita carceraria?

Sì. Erano tempi in cui, se venivi additato come infame, collaboratore, traditore, rischiavi di essere ammazzato. Non c’era bisogno di essere depositari di chissà quali segreti. Bastava che con una confidenza facessi arrestare una persona o perquisire un’abitazione e rischiavi grosso. C’è gente che è morta per avere rubato dei soldi. C’era, di fatto, la pena di morte anche per un sacco di cose che sono oggettivamente delle sciocchezze, delle piccolezze. Puoi provare a capirlo solo se fai il doppio lavoro di immergerti nella mentalità militante del tempo e nel codice della galera.
Neanche oggi la logica carceraria è diversa: se sei infame sei isolato, se ti va bene. Buzzi lo hanno preso e lo hanno messo in mezzo a quelli che potevano ammazzarlo, ed è stato ammazzato. Che cosa pensavano che succedesse?

1 commento:

  1. https://www.scribd.com/doc/185670635/Materiali-per-lo-studio-dell-Operazione-Cecchetti-18-nota-di-trasmissione-di-Guido-Salvini-alla-pm-Ugolini-DELLE-INTERCETTAZIONI-AMBIENTALI-NELLE-ABI

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