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Giacinto Reale ricorda i franchi tiratori di Firenze


Giacinto Reale
, vecchio dirigente del Movimento Sociale Italiano, autore di interessanti saggi sullo squadrismo tra cui ricordo Avanguardia di Morte, di cui consiglio una attenta ed approfondita lettura, prezioso collaboratore di questo blog, dalla sua pagina Facebook pubblica un personale omaggio ai franchi tiratori fiorentini che per quasi un mese, dal luglio all'undici agosto del 1944 difesero la propria terra, casa per casa, dall'invasione degli anglo americani tenendoli in scacco per quasi un mese, 
che riportiamo fedelmente, al quale aggiungo un personale omaggio mandando in rete il video di Franco Tiratore una canzone dedicata ai franchi tiratori fiorentini scritta dagli Amici del Vento ed interpretata da Francesco Mancinelli



PERSONALE OMAGGIO AI FRANCHI TIRATORI FIORENTINI




“Federico sapeva che ormai era finita: di nove che erano all’inizio di quell’ultima avventura, divisi in tre gruppi di tre, ognuno assegnato ad uno spicchio di territorio, lì, a ridosso di Palazzo Pitti, erano rimasti solo lui e i due universitari del MGIR che componevano la sua squadra. Loro ora dormivano sul pavimento, dopo una notte passata a sorvegliare la strada, e a lui toccava stare di guardia.
Insieme, avrebbero diviso lo stesso destino: la morte quasi sicura, chè per i “franchi tiratori” non sarebbero valse le leggi di guerra. Partigiani e Anglo-Americani li avrebbero uccisi senza pietà, sempre che fossero riusciti a prenderli vivi.
Dalle soffitte dell’antica residenza dei Duchi di Toscana, dove ormai viveva da due giorni, dopo averne passati altri tre a spostarsi per tetti e terrazze, aveva assistito, poco prima, ad una scena sconvolgente, che aveva posto fine ad uno scontro a fuoco protrattosi per ore. Precisi colpi di fucileria, provenienti da una finestra all’ultimo piano di un palazzetto, avevano bloccato per quasi mezza giornata una colonna americana, circondata da un nugolo di straccioni male armati, di quelli che si facevano chiamare “partigiani”. Da giù tiravano a mitraglia e con colpi isolati di fucile, da sopra rispondevano di rado, ma precisamente: e ogni volta c’era qualcuno che cadeva giù, morto, o forse più spesso ferito, come dimostrava il gran andirivieni dei Fratelli della Misericordia con carretti e grandi bandiere bianche con croci rosse disegnate sopra.
Tutto questo finchè non era arrivato un carro armato, che aveva centrato la facciata con due colpi, facendo dei grossi buchi nel muro, mentre una quindicina di soldati e civili, approfittando del provvidenziale intervento, si precipitavano all’interno, contando sul fatto che dall’alto non si sparava.
Era stato allora che Federico ed i suoi compagni avevano visto affacciarsi alla finestra dalla quale partivano i colpi, un ragazzo ed una ragazza, giovani, della sua età più o meno, in camicia nera come lui.
S’era fatto silenzio. Niente fucilate, niente grida di richiamo o ordini, silenzio assoluto. I due, disarmati, erano saliti sul davanzale tenendosi per mano, così che il ragazzo aveva potuto delicatamente aiutare la sua compagna, avevano guardato di sotto, per poi gridare, all’unisono, con quanta forza avevano in corpo: “Viva l’Italia fascista ! Viva il Duce !”. Ed erano volati giù, come due angeli.
Quando furono sul selciato, una macchia di sangue si allargò per terra: due civili armati si fecero dappresso, li guardarono per qualche secondo, senza inginocchiarsi, finchè uno si voltò rivolgendo un cenno ai compagni, come a dire: “E’ finita, sono morti !”
Fu solo allora che gli altri si mossero, mentre dalle finestre dell’appartamento si affacciavano quelli che erano saliti su per le scale, e che, evidentemente, erano riusciti a sfondare la porta d’ingresso.
La scena era stata straziante, ed aveva posto alla mente di Federico, per l’ennesima vota, una domanda che da cinque giorni ormai ritornava: “Lui cosa avrebbe fatto in quella stessa situazione?”
Inutile farsi illusioni. Anche se avevano ancora un po’ di viveri e munizioni, con abiti borghesi per quella estrema via di scampo che era stata autorizzata quando non ci fosse stato più nulla da fare, sapeva già come sarebbero andate le cose. Uno dei due suoi camerati, la sera prima, sgaiattolando da un’uscita secondaria, si era avventurato nelle vie adiacenti, in borghese e disarmato, per vedere che aria c’era, ed eventualmente prendere qualcosa da mangiare.
Al ritorno aveva portato pessime notizie: le strade erano pattugliate da uomini con fazzoletti rossi al collo, che imbracciavano mitra, fermavano tutti, chiedevano documenti, facevano domande, soprattutto quando si insospettivano per qualche faccia non conosciuta da quelle parti.
Via dei Serragli e piazza di Santo Spirito, dove, sul tetto di uno stabile bombardato e sul campanile di una chiesa, avrebbero dovuto esserci altri due gruppi di tiratori, erano silenziose e deserte: la spiegazione più probabile era che la fucileria fascista fosse terminata.
Lui era riuscito a farla franca per un soffio, nascondendosi tra le macerie o nei portoni trovati aperti, ma aveva capito che tentare di ripetere l’operazione avrebbe significato, quasi certamente, la morte.
Non restava quindi che aspettare, cercare di fare quanto più danno possibile a quei vigliacchi che sbucavano dalle fogne come ratti schifosi, e sperare nell’imprevedibile.
Dopo la morte dei due ragazzi, quello strano silenzio continuava: il carro armato era andato via, seguito dalla gran parte delle camionette con bandierina americana, e anche i civili armati erano spariti. Dai portoni fino allora chiusi aveva cominciato ad uscire gente, qualcuno si era affacciato alle finestre non più serrate dalle persiane, mentre due anziane, vestite di nero e con dei grossi fiaschi, si erano avvicinate alla fontanella all’angolo della piazza.
Nell’indifferenza generale, un carretto aveva portato via i due corpi, e solo la grossa macchia scura del sangue sull’asfalto era rimasta a testimoniare l’accaduto”.

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