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Un ricordo di "Mammarosa", il ragazzo che armò San Babila



Da piazza san Babila ad una morte violenta sul letto di uno squallido appartamento di periferia, al Ticinese. Rodolfo Crovace, 31 anni, ex capo picchiatore delle squadracce fasciste durante gli anni della contestazione, ora capo di una banda di spacciatori d' eroina, è stato ucciso ieri pomeriggio da tre carabinieri che erano riusciti ad entrare nel suo rifugio, al quarto piano di un palazzo di via Pastorelli numero 4, interno 6. Uno scontro a fuoco micidiale, dove si è sparato a volontà: Crovace avrebbe sparato per primo, impugnando come un bandito del West una pistola, la Beretta bifilare da quindici colpi (lo stesso modello in dotazione a carabinieri e polizia) nella mano destra e la Magnum 357 nella sinistra. Dalla camera da letto, a porta chiusa. I militi hanno risposto con le raffiche delle loro armi: uno è rimasto ferito. Il colpo sparato dalla Magnum gli ha fracassato un braccio, il proiettile dopo aver spezzato l' osso, è penetrato nell' anca. Dall' altra parte del corridoio, Crovace era già morto: un ultimo colpo lo aveva preso alla giugulare. E' rimasto fulminato, il suo corpo grosso come quello di un toro riverso sul letto. Addosso, aveva soltanto un accappatoio, rosso di sangue, che lo copriva fino all' inguine. Per terra, quattro dita d' acqua.

 
Così la Repubblica ricostruisce la morte di Rodolfo Crovace, "Mammarosa". Della sua storia militante racconta Cesare Ferri nel suo romanzo autobiografico "San Babila. La nostra trincea". A seguire alcuni stralci

Se non c’era da seguire Dario, certi della totale mancanza di tensione nell’aria, io e alcuni altri andavamo in San Babila. In questo caso non mancava mai Mammarosa – soprannome dato a Rudy –, uno dei più giovani. Era grassoccio, ma si capiva che entro poco, crescendo, sarebbe fisicamente diventato una bestia. Oltretutto il coraggio non gli mancava e quando c’era da buttarsi in mezzo ad una rissa o di reagire ad una carica della polizia, non ci stava a pensare su, partiva e basta. Mammarosa era estremamente socievole e questo lo aiutò a conoscere i frequentatori di San Babila che lo presero in simpatia. Allora San Babila era la piazza chic di Milano e far parte della compagnia che vi stazionava, significava far parte della Milano bene o, per lo meno, questa era la credenza popolare. Noi andavamo a bere qualcosa al Motta e sotto i portici ci capitava di salutare chi c’era stato presentato tempo prima appunto da Mammarosa, però non nutrivamo molta stima nei confronti di questi ragazzi il cui unico scopo sembrava essere quello di vestire alla moda, di avere i capelli sempre pettinati e che quando arrivava un corteo di compagni, invece di precipitarsi in sede da noi per aiutarci a resistere ad un eventuale assalto, scappavano come lepri verso via Montenapoleone per raggrupparsi davanti alle vetrine del Cova, un bar non certo per povericristi. E pensare che si dichiaravano fascisti!  Quando glielo sentivamo dire gli ridevamo in faccia, e quelli mica replicavano, no, muti come pesci. E non li invidiavamo se avevano tante donne intorno: certo, ce le saremmo volentieri scopate perché erano davvero carine, però anche le nostre camerate lo erano ma, soprattutto, non avevano la testa vuota come quelle, non pensavano alle scarpe o alle borse o, magari, ci pensavano pure, ma non era il loro chiodo fisso. Inoltre noi ci fidavamo delle nostre ragazze: mai ci avrebbero traditi o abbandonati nel casino. Anche se giovani erano già donne, non fighette lamentose. Beh, insomma, si andava in San Babila in un gruppetto e lì si stava a parlare e a passeggiare su e giù, noi da una parte e loro dalla parte opposta. Solo Mammarosa saltava di qua e di là, magari giusto per prenderli bonariamente per il culo.

Da sinistra Mario Marino, Gianni Ferorelli, un detenuto comune, Rodolfo "Mammarosa" Crovace, Maurizio Murelli nel cortile di San Vittore


Dopo quello che è successo il 24 maggio, figurati come sono contenti i vertici del partito. — fu l’osservazione di Edo. 

È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. — aggiunse Antonio.
E noi che faremo, li seguiremo come tante pecore? — domandò Cucciolo.
Hai delle alternative? — si intromise Stefano.
Mammarosa: — Trasferiamoci in San Babila: io non voglio andare lontano da Monforte. Questa è la  nostra zona.
I ragazzi che ci stanno adesso, come reagiranno? — chiese Daniele.
Come reagiranno? Ma scherzi? A sprangate li prendo se reagiscono. No, tanti li conosco e vi garantisco che non oseranno sfidarci, oltretutto la pensano come noi. — rispose Mammarosa. 
Nico: — La pensano come noi ma non stanno con noi. Devo andare al Cova per vederli durante i casini.
Io: — Però non sono tutti così. Tanino e Chicco ci sono sempre, ad esempio.
Questo è vero. — fece Mammarosa. 
Finimmo la serata in San Babila. (...) 
C’è un mezzo solo. — buttò là Edo. 
Ossia? — fece Mario.
Armiamoci.
Siamo già armati. — intervenni io.
Sì, ma di coltelli. — insistette Edo. — E se sei costretto ad usare il coltello vuol dire che li hai già a una spanna. No, qui servono le pistole.
Nessuno si meravigliò.
Hai ragione, ma non è facile trovare uno che ce le venda. — sottolineai.
Quello lo conosco io. — intervenne Mammarosa.
Che cambiamento aveva avuto in un anno: adesso era davvero ben piazzato.
E da dove salterebbe fuori questo tizio? — chiese Mario.
È uno che ogni tanto viene qui. Appena lo vedo gli domando cos’ha e quanto costa.
Lo vedi ogni tanto, sai a malapena chi è e ti fidi così? — intervenni io. 
Non preoccuparti, so quello che faccio. — mi rassicurò Mammarosa. 


Qui dobbiamo darci una mossa. — dissi a Mario e Mammarosa che mi erano accanto — Non possiamo difenderci con un coltello contro quattro o cinque assatanati che ci vogliono ammazzare a colpi di chiave inglese. — e rivolto a Mammarosa: — Tu hai ancora il contatto per comprare una pistola? 
Mammarosa: — Sì.
Ti dovevi informare sul costo. — dissi.
L’ho fatto, si arriva fino a un massimo di cinquecentomila lire.
Cos’ha sotto mano e quanto vuole?
Ne serve una anche a me. — intervenne Mario.
Datemi una settimana. — concluse Mammarosa.
La settimana passò in fretta. Comprai una Beretta 7.65 parabellum e una scatola di cinquanta colpi a duecentomila lire. Mario scelse un’Astra 38 special: trecentomila compresa, anche per lui, una scatola di cinquanta colpi. 
Non passò un mese che anche altri, ex di Monforte che ora stavano in San Babila, portavano una pistola nella cintura dei pantaloni. Dove o da chi se la fossero procurata, non era cosa che mi riguardasse. Forse da Mammarosa, ma non era più l’unico ad avere particolari conoscenze. Qualcuno, soprattutto in via Mancini, storceva il naso: non avremmo dovuto sporcarci con certe frequentazioni…

1 commento:

  1. Quello con gli occhiali da sole non mi sembra Gianni Trepunti . Sbaglierò ma non lo riconosco !

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