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Giardini Cecchin: quella frase di Junger, un elogio della singolarità

di Giuseppe Pezzotti
In questi giorni molto ho sentito dire - quasi sempre a sproposito - sull'installazione che ho progettato affinché potesse essere collocata in quello che oggi già è il "Giardino Cecchin". Le critiche sono state di ogni tipo tranne che sul progetto (d'altra parte siamo in Italia e il giorno che qualcuno resterà sul pezzo io mi farò frate), a parte per quello che ho battezzato "Sentiero dei passi perduti" e per la scelta dell'aforisma di Junger che dovrebbe essere inciso sul basamento della stele.
In particolare su questo aforisma ne ho dovute sentire troppe, un'estenuante sequela di sciocchezze a cui vorrei mettere la parola fine pubblicando quella parte della Relazione descrittiva che riguarda proprio questa scelta. Per finire un auspicio: si faccia una installazione e una intitolazione sugli anni di piombo a Valle Giulia, basta che non vada ad assumere una connotazione negativa, che non sia l'indice puntato contro le due generazioni di sognatori che si sono succedute prima che sul nostro Paese calasse l'oblio.
 Perché Ernst Junger, perché quell’aforisma
 Ernst Junger, l’ecologista romantico e il legionario in Africa, lo scrittore capace di opporsi al volere di Goebbels («gli facemmo ponti d'oro che lui sempre si rifiutò di attraversare») e lo sperimentatore “conservatore” del LSD, l’ufficiale patriota e il rivoluzionario antihitleriano; Junger amico di Hannah Arendt come di Carl Schmitt, di Bertold Brecht come di Martin Heidegger, lo studioso che suscitò, tra gli altri, l’ammirazione di Moravia, e di Mitterrand, e di Cacciari e che litigava con Celine; Junger l’Anarca, l’anticonformista, l’uomo cresciuto e formatosi protestante che in tarda età si convertì e sperimentò il cattolicesimo, l’intellettuale tra i primi a cogliere i pericoli del tecnicismo e della globalizzazione insiti nel crepuscolo della società moderna; Junger l’Uomo.
Junger non è stato scelto a caso per rispondere al cortese invito delle Commissioni Capitoline preposte a vagliare il progetto della installazione da collocarsi nel Giardino Cecchin in Piazza Vescovio, e che ci chiedevano di scegliere quale iscrizione una frase capace di non creare ulteriore clima di divisione ma piuttosto di reciproca comprensione. Il suo aforisma che campeggerà intorno al basamento e che qui ricordiamo – “L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore” – rispecchia lo slancio e la purezza di ciascuno di quei ragazzini che in ogni tempo e sotto ogni bandiera riuscirono e ancora riescono a porre la propria idealità davanti a tutto. La loro capacità di donazione è attinta direttamente dal proprio personalissimo bagaglio di moralità e purezza, spesso tratto peculiare dell’età, e senza che “partiti” o sterili automi prestati alla politica siano in grado di inculcargli alcunché. Questi ragazzi, che così vogliamo onorare, sono “singoli” che decidono liberamente e credono fortemente di porsi al servizio di una Comunità, alle volte perfino sbagliando come più volte successo durante gli anni di piombo, con l’incoscienza che emana la speranza di tendere a un amore immortale e catartico. E se banalmente è spesso citato a sproposito, qui l’Amore torna a rivestire il suo ruolo proprio, un ruolo totalizzante, capace di abbattere qualsiasi barricata e di segnare il viatico verso la reciproca comprensione e il superamento di se stessi fino all’incontro con quanto d’immortale ed eterno alberga nei nostri cuori e nelle nostre menti. Non sappiamo se possa esserci qualcosa di maggiormente capace di “unire” che non sia questa forma d’amore assoluto, ma certamente crediamo che proprio in un contesto storico come quello italiano attuale sia auspicabile riscoprirlo, da parte di tutti.
Francesco, così come spesso i suoi coetanei e certamente come quelli che ancora sono capaci di sognare, era un ribelle anzi proprio “il” ribelle cantato da Junger in altro scritto, e probabilmente se avesse pensato che un giorno il suo nome fosse potuto essere causa di tanta attenzione si sarebbe schernito arrossendo, mentre oggi sembra proprio che nessuno sia capace di arrossire, e per nessun motivo. Sì, Francesco era “Il ribelle” che “attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni”,[1] il ribelle che alberga nei cuori puri senza invecchiare, superando steccati e stanche ideologie contrapposte, che non appartiene a nessuno ma all’umanità intera.
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(umt) Così Pezzotti. Quanto a Valle Giulia, la questione è molto semplice: non si tratta di puntare l'indice contro una generazione (per uno come me sarebbe proprio una tafazzata) ma riconoscere che molto spesso negli anni di piombo i protagonisti non sempre hanno agito la violenza ma ne sono stati agiti, così come la coppia oppositiva carnefice/vittima va vista come il bene e il male in tanti apologhi zen, con i ruoli che si arrovesciano ininterrottamente, in perfetta circolarità. 
In fondo quest'approccio servirebbe anche a una migliore comprensione della tragedia di Monti, dove la "grande violenza" dei picchiatori è stata innescata dalla piccola violenza dei cazzari che tolgono il sonno agli indigeni... E ognuno dei protagonisti può invocare qualche ragione (e dovrebbe riconoscere una parte di torto).

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