venerdì 5 giugno 2015

Il mistero della strage di Brescia/2 - Dubbi e certezze della pista veneto-lombarda secondo Rao

Mentre ferve il dibattito su facebook, nella pagina del gruppo Interfaccia, dedicato agli anni Settanta, proseguiamo la pubblicazione degli stralci del capitolo che Nicola Rao ha dedicato alla strage di Brescia nella Trilogia della Celtica (qui il primo post sul tema)
Stando alle parole di Digilio, per piazza della Loggia si sarebbe ripetuto lo stesso copione di piazza Fontana: Zorzi e altri veneti partono da casa con le bombe e le portano a Milano (con l’appoggio logistico della Fenice per piazza Fontana).
Da qui, secondo l’ipotesi di Salvini, con l’esplosivo portato dai veneti, un commando della Fenice si sarebbe spostato a Brescia per collocare la bomba. Sentiamo ancora Digilio:
Marcello Soffiati ebbe la netta sensazione che Zorzi intendesse eliminarlo e infatti, quando si trovò, in qualche occasione, a Mestre, ebbe cura di tenere una pistola alla cintola. Da quel momento, anche su mio consiglio, intensificò i viaggi all’estero, in particolare in Spagna, per tenersi lontano dall’ambiente. In sostanza vi fu una progressione costituita dalla cena di Rovigo, di cui ho già parlato che fu molto importante sul piano strategico, dalla cena a Colognola con Maggi e Minetto e, appunto,
dall’arrivo di Soffiati a Verona con la valigetta. Il tutto nel giro di pochi giorni. Secondo me, in particolare in quella cena di Rovigo, fu decisa una vera e propria strategia di attentati che si inserivano nei progetti di colpo di Stato che vedevano uniti civili e militari e si inserivano nella strategia anticomunista del convegno Pollio del 1965.Marcello Soffiati parlò, come destinatari dell’ordigno, di gente delle Sam a Milano senza specificare i nomi. Faccio presente che quando vi fu la cena con Minetto e Maggi in cui quest’ultimo preannunziò l’attentato, non disse in quale città sarebbe avvenuto, ma indicò genericamente il Nord Italia. 
Ora, a parte le personali considerazioni di Digilio sulla lunga scia che parte dal convegno dell’Istituto Pollio, questa circostanza da lui riferita è molto importante. Anche se restano dei punti oscuri.
Perché il gruppo veneto avrebbe dovuto farsi 200 chilometri in treno con una bomba da portare a Milano, che poi avrebbe dovuto essere usata a Brescia? Non sarebbe stato meglio e meno rischioso, per Soffiati, portarla direttamente a Brescia?
E ancora: perché la cellula milanese della Fenice, per compiere l’attentato di Brescia, avrebbe dovuto aspettare l’esplosivo dal Veneto, visto che disponeva di propri depositi, a cominciare dall’esplosivo che De Amici, Silvio Ferrari e Pagliai tenevano nascosto a Parma?
E inoltre: come è possibile che tre agenti operativi di medio livello dell’intelligence statunitense, come Digilio, Minetto e Soffiati, abbiano partecipato a una strage senza comunicano ai loro superiori? E se lo fecero, questo vorrebbe dire che gli americani sapevano di piazza della Loggia?
E, infine, perché le cellule veneto-milanesi avrebbero deciso (dopo piazza Fontana e il fallito attentato al treno Torino-Roma del 1973) di attivarsi di nuovo? Nell’ambito di quale strategia? Con quale obiettivo politico?
Partiamo, come sempre, dai fatti.
Il comizio di piazza della Loggia viene deciso dai sindacati tra il 22 e il 23 maggio. Chiunque ha messo la bomba ha quindi deciso solo in quel momento di piazzarla. Cinque-sei giorni di tempo per ideare, programmare e organizzare una strage. Troppo poco per una strategia di ampio respiro inserita in un complesso progetto politico.
Ecco, dunque, che prende corpo con forza la prima ipotesi: quella di una vendetta anticomunista per la morte di Silvio Ferrari e gli scontri che ne erano seguiti. Una vendetta dei suoi camerati. Realizzata da chi è abituato a esprimersi a suon di bombe e di stragi: il gruppo veneto-milanese, appunto. 
Ma seguiamo il ragionamento di Salvini:
Si ricordi ancora che un altro significativo riscontro è costituito dal rinvenimento, nell’abitazione di Silvio Ferrari, di un candelotto di gelignite proprio di marca jugoslava, corrispondente quindi al tipo di esplosivo di cui la struttura veneta e lombarda di Ordine Nuovo si erano procurate una grande quantità già a partire dalla fine degli anni Sessanta. Non è possibile, allo stato, sapere se i candelotti e il congegno di innesco transitati a Verona e diretti, con Marcello Soffiati, alla volta di Milano e Brescia siano stati poi effettivamente utilizzati, in tutto o in parte, per il confezionamento dell’ordigno deposto in piazza della Loggia a Brescia, in un cestino dei rifiuti, la mattina del 28.5.1974. È comunque certo che tale episodio, descritto da Carlo Digilio e corroborato da importanti riscontri, costituisce un elemento significativo della stabile operatività della struttura di Ordine Nuovo dalla fine degli anni Sessanta quantomeno fino al 1974, del raccordo strategico tra il gruppo veneto e i militanti della Lombardia e della costante disponibilità e preparazione di ordigni esplosivi di altissima capacità offensiva. 
(2-continua)

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