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venerdì 16 novembre 2018

16 novembre 1991: muore Ciccio Franco. Guidò la rivolta di Reggio

Il 16 novembre del 1961, a soli 61 anni, andava oltre Ciccio Franco, sindacalista rivoluzionario, senatore del Movimento Sociale Italiano, uno dei leader della rivolta dei boia chi molla a Reggio insieme al marchese Fefé De Zerbi, stroncato da un ictus.

Oggi pomeriggio, alle ore 16,30 preso la stele eretta davanti all'anfiteatro( che dal 2005 con del delibera comunale è stato ribattezzato Arena Ciccio Franco a cura di Alleanza Calabrese, Centro Studi Tradizione e Partecipazione, Movimento nazionale per la sovranità, Reggio Futura, si svolgerà una cerimonia di ricordo con la deposizione di un omaggio floreale.

Per l’occasione riproponiamo una riflessione del collega Andrea Colombo, sulla polemica sviluppatasi giusto 7 anni fa, sulla natura politica della rivolta di ReggioUn paio di importanti quotidiani “di sinistra”, prima il manifesto, poi Il Fatto si sono stupiti, indignati e infine inviperiti per aver Piero Sansonetti affermato che la rivolta di Reggio Calabria del 1970 non fu fascista e per l’aver poi anche organizzato un convegno, proprio oggi, che prende le mosse proprio da quella rivolta, durata oltre 8 mesi, la più lunga nella storia italiana e credo occidentale del dopoguerra. “Adesso basta. Pure i boia chi molla sono un po’ troppo!”.
Sansonetti non ha bisogno di difensori. La rivolta di Reggio, invece, evidentemente sì. Non che in passato a sinistra ce ne sia stata carenza. Carente è solo la memoria. Il manifesto, per esempio, sostenne il carattere popolare della sollevazione reggina già nel 1970, ancora prima di diventare quotidiano, con un lungo pezzo nella pregiata e omonima rivista che era costata ai fondatori la radiazione dal Pci. Lotta continua e Potere operaio e gli anarchici calabresi presero attivamente parte all’insurrezione. Sofri convocò una tumultuosa conferenza stampa a Reggio e annunciò che Lc era con la rivolta e nella rivolta senza se e senza ma.
Nello stesso Pci e nella Cgil il dibattito fu molto più riflessivo di quanto non sembrasse. Vittorio Foa si oppose, purtroppo inutilmente, alla manifestazione nazionale convocata dai sindacati a Reggio nel 1972. Sosteneva che la popolazione la avrebbe interpretata come una marcia su Reggio, e naturalmente aveva ragione. Certo, fu un successone. Arrivarono decine di treni, migliaia e migliaia di persone. Giovanna Marini ci scrisse anche una canzone molto famosa. Poi i treni ripartirono e la sinistra fu tagliata fuori dalla realtà di Reggio, e in buona misura del sud, per decenni. Poco male. Ci era rimasta la canzone di donna Giovanna e che si può volere di più?
Quella parte della sinistra che non demonizzava o che sosteneva la rivolta, sia chiaro, non negava affatto la presenza dei fascisti, e spesso la loro egemonia, sulle barricate di Sbarre e Santa Caterina, i quartieri popolari cuore dell’insurrezione. Negava invece che la rabbia popolare, innescata dalla scelta di Catanzaro come capoluogo, fosse solo o soprattutto riflesso di un miope campanilismo, e indicava nelle politiche che penalizzavano da anni il sud la vera origine della rivolta. Considerava l’egemonia dei fascisti non come la causa bensì come la conseguenza del vuoto lasciato dal Pci, che sin dal primo giorno, quando i “boia chi molla” ancora non c’erano si schierò contro la rivolta. Giorgio Bocca parlò di “aventinismo di massa delle forze democratiche”.
La linea del Pci fu dettata da considerazioni che con i fascisti, all’inizio,c’entravano ben poco. In parte gli equilibri, in buona misura localistici, interni al partito calabrese. In parte maggiore una diffidenza nei confronti della “incontrollabilità” delle rivolte popolari, soprattutto nel sud, che datava dagli scontri di Battipaglia nell’aprile ’68, che erano costati due morti e nei quali di fascisti non s’era vista l’ombra. Lo stesso Pci sapeva perfettamente che la rivolta non era affatto circoscritta a qualche manipolo nero. Glielo dicevano i militanti locali, come la cellula del deposito locomotive che in agosto, dopo un mese di insurrezione, scrisse alla direzione nazionale del Pci: «Non è vero che in piazza ci sono solo fascisti, teppisti e facinorosi. Ci sono giovani, operai, studenti, molti di sinistra, alcuni nostri compagni». E Tonino Perna, alcuni anni dopo, concluse: «Se la rivolta di Reggio è stata dimenticata, isolata e anche criminalizzata è per via del marchio fascista che le venne appiccicato dopo le prime settimane. Questo ha impedito di capire le ragioni della città e, più in generale, le ragioni del Sud».
Per decenni nella riflessione anche storiografica della sinistra ammettere gli errori compiuti a Reggio nel ’70 è stato pacifico e per nulla scandaloso. Ma quando l’istupidimento dilaga nulla sfugge alla marea ottusa, e così anche dire, nel 2010, che Reggio non fu faccenda di qualche centinaio di neofascisti ridiventa scandaloso. Ed essendo stato il manifesto il primo a scandalizzarsi, l’unica è replicare con le sagge parole scritte allora da Valentino: «Non credo ci voglia molto sforzo, né ricerca di precedenti storici, per sostenere che a Reggio vi è stata soprattutto una esplosione di collera popolare. Credere che per tre mesi migliaia di persone si siano mosse a Reggio solo per un complotto di destra è contro ogni logica». Appunto.

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