giovedì 16 novembre 2017

Giorgio Ballario Ricorda Ciccio Franco, Leader Dei Boia Chi Molla E Missino Fuori Dal Coro

(G.p)Il 16 novembre del 1991, stroncato da un ictus, andava oltre Ciccio Franco, leader dei moti di Reggio Calabria, sindacalista della Cisnal e deputato del Movimento Sociale Italiano per cinque legislature. 
In occasione del ventiseiesimo anniversario della sua scomparsa, ricordiamo la sua figura di personaggio fondamentale per il riscatto della politica in Calabria riportando per intero alcune pagine del libro del collega Giorgio Bellario Fuori dal Coro.


Boia chi molla è il grido di battaglia!». Uno slogan familiare, risuonato negli ultimi decenni in mille piazze d’Italia, e pure nelle curve di molti stadi, dove il tifo si è fatto sempre più politicizzato. Una frase antica, se è vero che il primo «Boia chi molla!» sarebbe stato urlato sulle barricate degli insorti della Repubblica Partenopea del 1799 e poi durante le Cinque Giornate di Milano, nel 1848; fino a giungere nelle trincee della Prima guerra mondiale, diventando motto degli arditi. Dopo il 1943 viene adottato dai militi della Rsi, per testimoniare la fedeltà all’alleato germanico; e Roberto Mieville, poi deputato dell’Msi, ricorda che lo slogan era usato anche dai prigionieri del famigerato “Fascist Criminal Camp” di Hereford, in Texas, dove vennero rinchiusi fino al 1946 i fascisti irriducibili. Eppure, malgrado una tradizione più che centenaria, il grido di ribellione resterà forse per sempre appiccicato addosso ad un uomo dall’aspetto – piccolo, tracagnotto, colpito da precoce calvizie – e dal nome tutt’altro che marziali: Ciccio Franco. Era il leader dei Moti di Reggio del 1970, il capopopolo che per otto mesi tenne in scacco il governo democristiano guidato da Emilio Colombo e la politica 90 calabrese, fino ad allora egemonizzata dal duopolio dei ras locali Giacomo Mancini (Psi) e Riccardo Misasi (Dc). Nato nel 1930, Francesco Franco detto “Ciccio”, sindacalista della Cisnal e poi deputato dell’Msi per cinque legislature, è morto stroncato da un ictus il 16 novembre del 1991. Figura discussa e controversa, per molti anni è stato considerato un personaggio fondamentale per il riscatto della politica calabrese e meridionale oppure un masaniello da strapazzo, pericolosamente contiguo al terrorismo e agli ambienti della ‘ndrangheta. Alcuni anni fa, però, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti gli ha intitolato l’Arena dello Stretto, definendolo «Un modello per la destra di oggi» e ricordando l’episodio dei Moti come «Un’esperienza di popolo sintomatica». Parole che hanno suscitato l’ira e le proteste del centrosinistra calabrese. A quasi cinquant’anni di distanza, la Rivolta di Reggio resta ancora un avvenimento simbolo della storia d’Italia del Dopoguerra. Perché in quegli otto mesi di insurrezione di un’intera città erano – e per certi versi sono ancora – condensate tutte le contraddizioni di un sistema politico bloccato, clientelare, fondato sull’enorme potere di pochi boss politici locali (in questo caso calabresi) che influiscono sulle decisioni del governo centrale. L’insurrezione reggina è stato un episodio storico, politico e sociale tipicamente legato alla realtà della Calabria; ma al tempo stesso - in quegli anni burrascosi di terrorismo, stragi e violenza politica - si trasformò in un caso nazionale e divenne il paradigma di un intero Paese. Le premesse sono note: con l’istituzione delle Regioni, Reggio aspirava a diventare capoluogo del nascente ente amministrativo calabrese, che invece venne assegnato a Catanzaro. Pare che la decisione sia stata presa nel corso di una cena a Roma, alla quale parteciparono i “padroni” della politica calabrese: i cosentini Giacomo Mancini, segretario del Psi, e il Dc Riccardo Misasi, ministro per il Commercio con l’estero, e il catanzarese Ernesto Pucci, sottosegretario agli Interni e dirigente della Coldiretti. I tre scelsero Catanzaro come capoluogo, 91 assegnarono a Cosenza la sede universitaria e riservarono a Reggio generiche quanto fumose iniziative industriali. Che la notizia della spartizione decisa a cena sia vera o no, di fatto gli indirizzi politici nazionali sancivano una certa emarginazione della città dello Stretto, che pure era la più antica e importante della regione. All’inizio la rivolta fu un fenomeno trasversale, tant’è vero che la protesta nacque su iniziativa del sindaco democristiano Piero Battaglia con la proclamazione di uno sciopero cittadino, che ben presto sfociò nell’interruzione della linea ferroviaria, nella serrata dei negozi e nell’innalzamento di barricate. «Non fu una sommossa fascista – sostiene il giornalista Domenico Calabrò, che ha pubblicato il libro Reggio Calabria: dalla rivolta alla riconciliazione - un mese prima si votò in città e l’Msi prese appena tre consiglieri comunali, con il 5% dei voti totali. Si trattava di un’anima popolare che lottava non solo per avere il “pennacchio” del capoluogo, ma perché volevano toglierci l’unica cosa che avevamo. In quei giorni nessuno ascoltò la città e anziché dialogare mandarono i carri armati. Poi è vero che rimase solo la destra, perché gli altri partiti scapparono, dopo avere ricevuto l’ordine dai calabresi di Roma, politici come Mancini e Misasi». Renato Meduri, ex senatore di An, all’epoca era uno dei “boia chi molla” di Reggio e spiega così l’ascesa di Ciccio Franco e della destra reggina: «La verità è che quando cominciarono ad arrivare i primi ordini di comparizione scapparono tutti, soprattutto dopo il disastro ferroviario di Gioia Tauro, che secondo qualcuno venne causato da una bomba di matrice terroristica. Quando il 28 luglio 1970 i dirigenti del comitato annunciarono il proprio scioglimento, nella piazza nacque il Comitato d’Azione per Reggio capoluogo, che si riunì per la prima volta nella sede della Cisnal di cui era segretario Ciccio Franco. Fu allora che la destra prese le redini della rivolta, perché era l’unica parte politica che non aveva avuto paura della persecuzione giudiziaria». In un primo tempo il segretario missino Almirante, che tendeva 92 ad accreditarsi come uomo d’ordine, storse un po’ il naso per quella rivolta di strada che stava assumendo connotati violenti; ma ben presto il partito decise di cavalcare la rivolta, appoggiando esplicitamente i “boia chi molla” di Reggio. E forse non è un caso che alle elezioni politiche del ‘72, cioè un anno dopo la conclusione dei moti calabresi, la “fiamma” sfiorò il 9% dei consensi, il suo massimo storico. A Reggio furono otto mesi di scontri, con i carri armati in strada (le vecchie foto in bianco e nero sembrano scattate a Belfast o nella Santiago del golpe Pinochet) e la popolazione reggina dietro le barricate, a resistere in una città isolata dal resto del Paese. Una resistenza non proprio “gandhiana”: al termine si contarono sei morti e migliaia di denunce e secondo il Ministero dell’Interno tra luglio 1970 e ottobre 1972 vennero compiuti 44 attentati dinamitardi a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie. Ciccio Franco fu arrestato, insieme con altri leader della rivolta, e accusato di gravissimi reati, compresa la complicità in alcuni attentati ai treni in vista di una manifestazione sindacale contro i Moti di Reggio. Ma alla fine fu assolto ed eletto in Senato con una specie di plebiscito. Così lo ricorda Meduri: «Era un uomo generosissimo, che non amò mai il denaro: se aveva mille lire le divideva con tutti. Un uomo incredibile, di un coraggio inesauribile e di una cultura classica. E, soprattutto, di grandi ideali e dotato di un carisma fortissimo». La battaglia di Franco e dei “boia chi molla” non restituì a Reggio il capoluogo, ma se non altro fece “dirottare” sullo Stretto la sede del Consiglio regionale.

0 commenti:

Posta un commento